La storia

Nfl, la sfida di Manning: quel 35 da cancellare

La leggenda vivente dei quarterback e la sua avventura sportiva: dal tavolo del chirurgo alla rivincita del Super Bowl, con un chiodo fisso
di GIOVANNI MARINO

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C'è stato un momento in cui Peyton Manning ha improvvisamente scoperto cosa significhi avere paura. Peggio, essere preda del panico. E' stato quando non riusciva più a fare quello che aveva sempre fatto: lanciare un pallone da football con forza, precisione e straordinaria accuratezza. Incurante di undici energumeni pronti a (sportivamente) sbranarlo e di milioni di occhi che lo seguivano via tv e sugli spalti da ogni angolo degli Usa e non solo.
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Un gesto naturale, per lui, figlio d'arte, nato in una famiglia dove si mangiava e si mangia ancora pane e football, sin da quando indossava i calzoncini corti. Quel giorno è diventato quel periodo. E poi un anno. E ancora di più. Un lungo spazio di tempo in cui il mondo, il suo mondo, sembrava essergli crollato addosso.

Provava e riprovava. Ma niente. La forza lo aveva abbandonato. La coordinazione lo aveva abbandonato. Il suo miglior amico, il braccio destro che tante traiettorie vincenti aveva disegnato dal giardino di casa agli strepitosi stadi gremiti della Nfl, lo aveva abbandonato.

Non la passione, però. Nè la testardaggine. Buone alleate per provare a vincere una partita dove Peyton era maledettamente in svantaggio. La sfida di Manning, la rinascita di Manning, la qualità di Manning, racconta questo e altro un dettagliato reportage con cui Sport Illustrated lo incorona sportivo dell'anno. Non il solo premio in una stagione felice sino al Super Bowl e poi, improvvisamente, amara per via di un ko davvero eclatanta per forma e punteggio. Anche i suoi colleghi lo hanno eletto numero 1 dell'anno. Nessuno meglio di lui. E a votare non erano giornalisti o sponsor, colleghi...
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Peyton, insomma, ha già vinto. Nella vita. E sul campo. Perchè ritornare da quelle terribili e pericolose operazioni al collo a un Super Bowl significa vincere. Che poi quei diavoli della difesa di Seattle abbiano disintegrato il suo attacco, beh, diventa un dettaglio se vedi la storia nel complesso. Almeno per noi.

Non per lui, crudamente definito da chi non ha mai calcato un campo, il più forte perdente di tutti i tempi (un solo Super Bowl conquistato, contro i due, ad esempio di suo fratello Eli, bravo ma di molto inferiore a Super Peyton). Così PM, con quelle cicatrici a ricordargli cosa rischia, e la sua onestà intellettuale ("Non sono più come prima, va meglio ma non come prima e so che non sarà mai più come prima"), è ripartito, dandoci sotto nei primi allenamenti dei Broncos. Tra visite di altre discipline sportive (vedi Roma calcio, dove in molti hanno voluto stringere la mano al campione che, rispetto a De Rossi e compagni sembra fisicamente un gigante), canzoncine country lanciate all'improvviso nel riscaldamento (vedi video con Peyton e Welker danzanti, divertente)  e soprattutto sudore e fatica, vuol togliersi di dosso il pessimo ricordo agonistico del Super Bowl di New York.   

C'è un numero che tormenta Peyton e i suoi compagni di Denver: 35. Tanti sono i punti di distacco inflitti ai Broncos dagli scatenati Seahawks. Così, quando qualcuno, durante gli allenamenti, sembra sul punto di cedere o dà l'idea di un impegno non all'altezza, i compagni gli urlano: 35. E il compagno cambia ritmo e intensità. E' già capitato a qualcuno. Mai a Peyton Manning. Naturalmente...
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