La storia

Qarabag, tra guerre e occupazioni
la squadra in esilio da ventanni

Ogni volta che scendono in campo, i calciatori azeri pensano alla loro città abbandonata, Agdam, un deserto di case bombardate, chiese e moschee distrutte, occupata dagli armeni nel corso della guerra del Nagorno Karabakh all'inizio degli anni '90. Da allora il Qarabag è costretto a giocare tra Baku e Quzanli, nella parte del Paese rimasta sotto il controllo del governo dell'Azerbaigian
di STEFANO SCACCHI

2 minuti di lettura
MILANO  -  Una squadra in esilio da oltre 20 anni. E il destino del Qarabag, avversaria dell'Inter a San Siro in Europa League. Ogni volta che scendono in campo, i calciatori azeri pensano alla loro città abbandonata, Agdam, un deserto di case bombardate, chiese e moschee distrutte, occupata dagli armeni nel corso della guerra del Nagorno Karabakh all'inizio degli anni '90. Da allora il Qarabag è costretto a giocare tra Baku e Quzanli, nella parte del Paese rimasta sotto il controllo del governo dell'Azerbaigian.

Agdam, dove il club è stato fondato nel 1951, ora è conosciuta come "la città fantasma più grande del mondo". Al posto di strade, piazze e palazzi, che un tempo accoglievano 60.000 persone, resta solo un gigantesco deposito di materiale edilizio a beneficio di chi vuole andare a trafugare mattoni, cemento e pietre dalle costruzioni in disfacimento. "Spero che un giorno torneremo a giocare nella nostra città", sospira l'allenatore Gurban Gurbanov, 42 anni, ex attaccante, un mito in Azerbaigian. E' stato il bomber più prolifico nella storia della Nazionale e tutti lo vogliono nuovo Ct al posto di Berti Vogts, non particolarmente amato nel Paese caucasico. Gurbanov, che ama far giocare i suoi calciatori in modo offensivo (il Qarabag viene chiamato anche "Barcellona del Caucaso") sa che le coppe europee offrono una ribalta internazionale per il dramma della sua terra: "Ogni volta che sento le domande su Agdam mi rattristo perché non auguro a nessuno una sorte così  -  ha spiegato in conferenza stampa a San Siro  -  ma so anche che questo interessamento significa molto per noi. Vuol dire che all'estero si sono informati sulla nostra storia. E' un buon inizio".

L'orgoglio degli azeri cacciati dal Nagorno Karabakh è la linfa vitale del Qarabag, non a caso chiamato anche "la squadra della Nazione" per la sua capacità di simboleggiare la dignità di un popolo costretto a fuggire a causa di uno dei tanti conflitti seguiti al crollo dell'Unione Sovietica. L'altro soprannome è "la squadra dei rifugiati". In passato il club mandava alcuni pullman a prendere i tifosi nei campi profughi per portarli allo stadio. Purtroppo ci sono anche eroi-martiri di questa guerra che produce ancora i suoi effetti. Il più famoso è Allahverdi Bagirov, ex giocatore e allenatore del Qarabag, morto in battaglia il 12 giugno 1992. Da 22 anni ogni vittoria della squadra bianconera è dedicata a lui e agli altri caduti.

Anche i colori delle maglie rimandano al forte attaccamento alla terra dove è impossibile tornare: Agdam significa "casa bianca", Nagorno Karabakh vuol dire "giardino montuoso nero" (Qarabag è la versione azera di Karabakh). Da questo intreccio nascono le divise bianconere. Sembra che la storia dell'Asia Centrale degli ultimi 35 anni abbia deciso di condensarsi in questa società, ansiosa di regalare all'Azerbaigian la prima partita vinta in una fase finale di una coppa europea. Il presidente Abdullbari Gozal è un imprenditore iraniano che ha dovuto lasciare Teheran dopo la rivoluzione islamica dell'ayatollah Khomeini nel 1979, scappando in Turchia. E' stata la sua azienda, Azersun Holding (settore alimentare) a salvare il Qarabag dal fallimento economico nel 2001. Un aiuto provvidenziale per non disperdere l'ultimo segno vivente di Agdam, "la città fantasma più grande del mondo".