La storia

La depressione esiste anche nel volley
Anderson lascia lo Zenit e torna a casa

A 27 anni il noto schiacciatore americano se ne va dalla Russi: "Mi sento depresso". Nell'estate scorsa ha vinto la World league con gli Stati Uniti, in Italia è molto conosciuto per aver giocato a Modena e Vibo Valentia
di ROBERTO MARCELLETTI

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Matt Anderson lascia la pallavolo perché si sente depresso, sotto stress e sente la mancanza della sua famiglia. Il noto schiacciatore americano, di 27 anni, 208 centimetri di altezza e vincitore questa estate della World league con la sua nazionale, decide di rompere il contratto con la squadra russa dello Zenit Kazan per sospendere la brillante carriera e tornare dalle sue parti. L'atleta, che in Italia ha militato a Modena fino al 2012 e ancora prima a Vibo Valentia alla corte del presidente Pippo Callipo, spiega tutto sul sito della società russa: "Mi sento depresso e sotto stress, ho deciso di prendermi una pausa per ritrovare l'amore e la passione verso questo gioco". Anderson, da sette anni nella volley professionistico, è troppo lontano dalla famiglia della sua famiglia: "Da quando gioco ho sempre viaggiato, prima ero in Corea del Sud, poi in Italia e adesso in Russia, e soprattutto ho smesso di vedere la mia famiglia, che per me è sempre stata molto importante. Ho cominciato a sentire disagio e i continui viaggi mi hanno fatto raggiungere un punto critico".

Un malessere che Matt si porta dietro da tempo, infatti già dopo i mondiali qualcosa non andava ma con il ritorno a casa sembrava tutto passato. E invece una volta tornato a Kazan: "Dopo due settimane in Russia la depressione riparte più forte di prima". Per evitare parole inutili e accuse decide di raccontare tutto: "Voglio chiudere immediatamente l'argomento ed evitare chiacchiere. Non ho alcun conflitto con i compagni di squadra, l'allenatore e con la dirigenza del Zenit. Ho deciso di smettere da solo, perché sono stanco della pallavolo. Non so di quanto tempo avrà bisogno per recuperare". Forse le diverse abitudini e una mentalità differente di un paese come la Russia possono aver influito su un giocatore già stanco: "Non lo so se il vivere in Russia può aver accelerato i miei problemi, ma può darsi che li avrei incontrati anche giocando in Italia, paese più vicino al modo di vivere americano. Penso che il problema non sia nel paese ma è dentro di me. Non potevo più indossare la maschera di una persona felice e spensierata ancora a lungo".

"Dall'esperienza con lo Zenit mi porto dietro bei ricordi e soprattutto la vittoria dell'ultimo campionato". Un male oscuro che spesso si annida nella testa dei campioni. Andò peggio al ct della nazionale femminile russa Sergei Ovcinnikov trovato impiccato nella sua stanza di albergo a 43 anni dopo aver perso le olimpiadi Londra nel 2012. In Italia l'ultimo caso in ordine di tempo è il dramma vissuto dall'ex palleggiatore azzurro Marco Meoni. Tutto cominciò da un banale errore al palleggio fino scoprire "gli attacchi di panico". Poi la forza di parlarne e uscire fuori dal tunnel, ma con tanta fatica e sacrificio. Anche tra i big delle altre discipline il problema esiste. Il portiere della nazionale e della Juventus Buffon ammise nel 2004 di aver vissuto sette mesi molto difficili. Nel 2013 il brasiliano Adriano disse di aver bisogno di uno psicologo perché temeva per la sua vita. Mentre nel caso del portiere tedesco Robert Henke la depressione si trasformò in tragedia con il suicidio nel 2009.