"Brava Germania, chi vince dopandosi ruba posti e medaglie agli atleti puliti". Il primo sostegno alla decisione del governo tedesco arriva da Paula Radcliffe, ex maratoneta inglese di primissimo livello (ancora in carriera a modo suo) e ora commentatrice tv. Cos'ha fatto la Germania? Il Ministro dell'Interno Thomas de Maiziere e quello della Giustizia Heiko Maas hanno varato una proposta di legge per preservare, sino alle estreme conseguenze, la purezza, l'integrità e la lealtà dello sport a qualunque livello: tre anni di carcere per tutti coloro che vengono trovati positivi a un controllo anti-doping ma anche per chi, si fa per dire, si limiterà al possesso di sostanze illecite. Si dovrà aspettare il normale iter parlamentare, prima il Bundestag e poi il Bundesrat, la camera alta, ma intanto il presidente della federatletica tedesca Clemens Prokop esulta alla prospettiva che doparsi diventi un reato penale: "E' un grande passo avanti nella lotta al doping". Tre anni sarebbero, oltretutto, la pena minima, la penitenza base. Nel progetto di ridefinizione delle regole sarebbe pronta anche una condanna a 10 anni, con specifico riferimento a eventuali medici conniventi, "per chi mette in pericolo la vita di un numero imprecisato di persone". Con aggravanti nel caso in cui tali persone siano atleti minorenni.
Ma finché sarà possibile controllare il doping? Finché esisterà una cosa chiamata doping? La sensazione è che siamo alla vigilia di un cambiamento radicale e senza ritorno. La più grande sfida dello sport, da quando esiste una pratica chiamata così, sarà quella di confrontarsi con il doping genetico, un'attività che sempre più rapidamente, subdolamente, rischia di presentarsi come una vera e propria pratica fantasma, una mutazione irreversibile della struttura genetica del corpo di un atleta, impossibile da rilevare. Tutto, come sempre nasce, dalla ricerca per curare le malattie. Si parla di investimenti miliardari per cause nobilissime. Un esempio: i genetisti del London's Great Ormond Street Hospital hanno aggiunto un gene sintetico al genoma dei bambini affetti da determinate, gravi patologie, attraverso il midollo spinale. Il nuovo gene agisce da medicina sfruttando un virus indebolito e rimane per sempre nel loro midollo. La ricerca va avanti, ci si rende conto che si può arginare il deterioramento delle fibre muscolari. Bussano alla porta anche personaggi particolari, non precisamente malati. Come quelli che alla fine dello scorso anno in vari momenti hanno preso appuntamento col dott. Philippe Mouiller dell'Istituto nazionale francese della salute e della ricerca di Nantes. Anni fa Mouiller aveva pubblicato uno studio sul trattamento genetico delle disfunzioni muscolari. Mouiller aveva dimostrato che si poteva produrre artificialmente un gene, il gene dell'eritropoietina, l'ormone glicoproteico che stimola la produzione dei globuli rossi, la leggendaria Epo, il doping che ha reso famoso e distrutto il ciclismo degli anni Novanta e Duemila, e poi introdurlo stabilmente in un corpo umano. La differenza sarebbe abissale: l'Epo iniettata rimane rilevabile per anni, l'introduzione del gene nel corpo sarebbe un fantasma, un fantasma ai controlli che però funziona alla perfezione nell'organismo, garantendo ossigeno a dismisura.
Dopo la pubblicazione del lavoro, Moullier venne travolto dalle visite: tutti ciclisti professionisti, che avevano appena concluso il Tour de France, e che si dicevano pronti "a fare da cavia". "Mi dissero che andava bene anche se la tecnologia era in fase sperimentale, dissi loro che sussistevano dei rischi concreti, mi risposero che non aveva importanza, che erano disposti a tutto". Nel frattempo, a livello pratico, la "mutazione", da complessa, diventa sempre più agevole.
E la Wada, l'agenzia mondiale anti-doping? Dal 2003 ha bandito il doping genetico, consapevole forse di avere accettato di entrare in una guerra che non avrebbe mai potuto combattere sul serio né tantomeno vincere, per mancanza di avversario visibile. Lo stesso direttore scientifico della Wada Oliver Rabin non fu in grado di ammettere che esistesse un test per scovare il gene della mutazione: "Ci stiamo provando da 10 anni", ripeteva a inizio 2014. Ma e se il doping genetico, ammesso che un giorno si arrivi a un test attendibile per rilevarlo, diventasse routine? E se nel giro di qualche anno la medicina genetica per rallentare il deterioramento dei muscoli nelle persone sane, nei non-atleti, diventasse un farmaco da banco? Potremmo considerarlo doping? "Perché dovremmo sanzionare atleti che fanno uso di medicine consentite al resto del mondo?", si chiede da tempo il prof. Lee Sweeney dell'Università della Pennsylvania. Sweeney, che negli anni Novanta lavorò per inserire nel genoma umano il gene IGF-1, più noto come somatomedina, o come l'ormone del fattore di crescita insulinico, è il perverso ago della bilancia. Medico e innovatore, Sweeney lavora anche per la Wada. Prima dei GIochi di Sochi aveva dichiarato: "Saranno le ultime olimpiadi senza doping genetico, preparatevi". Uno dei possibili scenari potrebbe essere un mondo dello sport con un doping bandito severamente ma costantemente usato perché sempre più "undetectabile", introvabile. Un ipocrisia ancor più allargata.
Nel 2008 ci si interrogava: il doping genetico ucciderà lo sport? Ora, più realisticamente, ci si potrebbe domandare: il doping genetico distruggerà l'anti-doping e cambierà l'etica dello sport? Proprio sul fronte etico, in questi ultimi mesi, Sweeney è andato oltre: è approdato a una conclusione che contrasta radicalmente con i principi dell'agenzia con cui collabora. "All'inizio non mi ero reso conto che l'atleta di alto livello al top della carriera non solo è pronto a rischiare qualcosa, ma addirittura è pronto a rischiare tutto". Il punto cui è giunto, filosoficamente, Sweeney rischia di aprire l'ipotetica finestra del "tana libera tutti", siamo quasi a un inversione dell'asse terrestre applicata, anzi infilzata, nel cuore dello sport e alla fine dei controlli possibili: "Io mi chiedo: ma di cosa stiamo parlando? Attacchiamo il doping per i suoi effetti collaterali, non tutti scientificamente provati. E quindi la seconda domanda è, a costo di ripetermi: posto che non sia un'eresia interferire con il processo d'invecchiamento delle cellule umane, se la terapia genetica per migliorare la qualità della vita e l'efficienza dei muscoli, quindi escludiamo le terapie cliniche, fosse esente da rischi, ossia non mandasse ragazzi incontro alla morte, secondo il pensare comune, perché dovremmo sanzionare gli atleti che ricorrono alla terapia genetica soltanto per il fatto che sono atleti e non persone qualunque?". Perché dovremmo continuare a chiamarlo doping? Già, il doping da banco non ha proprio senso. Il dibattito è aperto. O forse si sta chiudendo per sempre.
Ma finché sarà possibile controllare il doping? Finché esisterà una cosa chiamata doping? La sensazione è che siamo alla vigilia di un cambiamento radicale e senza ritorno. La più grande sfida dello sport, da quando esiste una pratica chiamata così, sarà quella di confrontarsi con il doping genetico, un'attività che sempre più rapidamente, subdolamente, rischia di presentarsi come una vera e propria pratica fantasma, una mutazione irreversibile della struttura genetica del corpo di un atleta, impossibile da rilevare. Tutto, come sempre nasce, dalla ricerca per curare le malattie. Si parla di investimenti miliardari per cause nobilissime. Un esempio: i genetisti del London's Great Ormond Street Hospital hanno aggiunto un gene sintetico al genoma dei bambini affetti da determinate, gravi patologie, attraverso il midollo spinale. Il nuovo gene agisce da medicina sfruttando un virus indebolito e rimane per sempre nel loro midollo. La ricerca va avanti, ci si rende conto che si può arginare il deterioramento delle fibre muscolari. Bussano alla porta anche personaggi particolari, non precisamente malati. Come quelli che alla fine dello scorso anno in vari momenti hanno preso appuntamento col dott. Philippe Mouiller dell'Istituto nazionale francese della salute e della ricerca di Nantes. Anni fa Mouiller aveva pubblicato uno studio sul trattamento genetico delle disfunzioni muscolari. Mouiller aveva dimostrato che si poteva produrre artificialmente un gene, il gene dell'eritropoietina, l'ormone glicoproteico che stimola la produzione dei globuli rossi, la leggendaria Epo, il doping che ha reso famoso e distrutto il ciclismo degli anni Novanta e Duemila, e poi introdurlo stabilmente in un corpo umano. La differenza sarebbe abissale: l'Epo iniettata rimane rilevabile per anni, l'introduzione del gene nel corpo sarebbe un fantasma, un fantasma ai controlli che però funziona alla perfezione nell'organismo, garantendo ossigeno a dismisura.
Dopo la pubblicazione del lavoro, Moullier venne travolto dalle visite: tutti ciclisti professionisti, che avevano appena concluso il Tour de France, e che si dicevano pronti "a fare da cavia". "Mi dissero che andava bene anche se la tecnologia era in fase sperimentale, dissi loro che sussistevano dei rischi concreti, mi risposero che non aveva importanza, che erano disposti a tutto". Nel frattempo, a livello pratico, la "mutazione", da complessa, diventa sempre più agevole.
E la Wada, l'agenzia mondiale anti-doping? Dal 2003 ha bandito il doping genetico, consapevole forse di avere accettato di entrare in una guerra che non avrebbe mai potuto combattere sul serio né tantomeno vincere, per mancanza di avversario visibile. Lo stesso direttore scientifico della Wada Oliver Rabin non fu in grado di ammettere che esistesse un test per scovare il gene della mutazione: "Ci stiamo provando da 10 anni", ripeteva a inizio 2014. Ma e se il doping genetico, ammesso che un giorno si arrivi a un test attendibile per rilevarlo, diventasse routine? E se nel giro di qualche anno la medicina genetica per rallentare il deterioramento dei muscoli nelle persone sane, nei non-atleti, diventasse un farmaco da banco? Potremmo considerarlo doping? "Perché dovremmo sanzionare atleti che fanno uso di medicine consentite al resto del mondo?", si chiede da tempo il prof. Lee Sweeney dell'Università della Pennsylvania. Sweeney, che negli anni Novanta lavorò per inserire nel genoma umano il gene IGF-1, più noto come somatomedina, o come l'ormone del fattore di crescita insulinico, è il perverso ago della bilancia. Medico e innovatore, Sweeney lavora anche per la Wada. Prima dei GIochi di Sochi aveva dichiarato: "Saranno le ultime olimpiadi senza doping genetico, preparatevi". Uno dei possibili scenari potrebbe essere un mondo dello sport con un doping bandito severamente ma costantemente usato perché sempre più "undetectabile", introvabile. Un ipocrisia ancor più allargata.
Nel 2008 ci si interrogava: il doping genetico ucciderà lo sport? Ora, più realisticamente, ci si potrebbe domandare: il doping genetico distruggerà l'anti-doping e cambierà l'etica dello sport? Proprio sul fronte etico, in questi ultimi mesi, Sweeney è andato oltre: è approdato a una conclusione che contrasta radicalmente con i principi dell'agenzia con cui collabora. "All'inizio non mi ero reso conto che l'atleta di alto livello al top della carriera non solo è pronto a rischiare qualcosa, ma addirittura è pronto a rischiare tutto". Il punto cui è giunto, filosoficamente, Sweeney rischia di aprire l'ipotetica finestra del "tana libera tutti", siamo quasi a un inversione dell'asse terrestre applicata, anzi infilzata, nel cuore dello sport e alla fine dei controlli possibili: "Io mi chiedo: ma di cosa stiamo parlando? Attacchiamo il doping per i suoi effetti collaterali, non tutti scientificamente provati. E quindi la seconda domanda è, a costo di ripetermi: posto che non sia un'eresia interferire con il processo d'invecchiamento delle cellule umane, se la terapia genetica per migliorare la qualità della vita e l'efficienza dei muscoli, quindi escludiamo le terapie cliniche, fosse esente da rischi, ossia non mandasse ragazzi incontro alla morte, secondo il pensare comune, perché dovremmo sanzionare gli atleti che ricorrono alla terapia genetica soltanto per il fatto che sono atleti e non persone qualunque?". Perché dovremmo continuare a chiamarlo doping? Già, il doping da banco non ha proprio senso. Il dibattito è aperto. O forse si sta chiudendo per sempre.