ROMA - Clemente Russo è un uomo sempre in movimento, con il corpo e con la mente. Espone una cosa e si vede che pensa a quella che segue, si allena duramente e non si dimentica di dare spettacolo strizzando l'occhio alla telecamera. Tanti Clemente in uno. Pugile, imprenditore, poliziotto, padre, marito, attore, personaggio televisivo e ora anche scrittore. "Non abbiate paura di me" (Fandango Libri), scritto in collaborazione con Boris Sollazzo, mostra le tante sfaccettature di un personaggio. Non solo il pugile di successo, ma anche i sogni da realizzare, le debolezze, l'essere marito, padre. Incontriamo Russo nel centro federale di Ostia, mentre prepara il prossimo match, molto importante in chiave qualificazione olimpica, il 12 dicembre a Caserta contro il tedesco Ahmatovic.
Attività di tutti i tipi, ora anche scrittore. Ma dove trova il tempo di fare il pugile?
"Per il pugilato lo trovo sempre, semmai l'impresa è stata scrivere il libro. Ho sfruttato i ritagli di tempo, le pause per il pranzo, ed insieme al mio grande amico Boris Sollazzo ho portato a termine il progetto. Il libro parla del Clemente Russo che, a parte i miei familiari, nessuno conosce. Le mia vittorie, ma anche le mie debolezze e le mie paure".
Roberto Saviano la ha curato la prefazione.
"Con lui c'è una grande amicizia. Tutto nasce dalle Olimpiadi del 2008, Roberto mi volle conoscere e mi fece una lunga intervista. Dalla nostra conoscenza è poi nato il film Tatanka, ora mi ha fatto l'onore scrivere la prefazione".
Marcianise, terra di pugili ma anche di problemi sociali.
"Ci sono cresciuto in mezzo a queste situazioni. Una volta il problema era la camorra, oggi sono lavoro ed economia. Con la mia palestra, il "Tatanka club", diamo lavoro a 20 persone. Pagando una retta mensile quasi nulla, diamo salute ai clienti e lavoro ai giovani. Nel mio piccolo do anche io una mano al popolo".
Restando ai problemi sociali, ha mai avuto cattivi pensieri da adolescente?
"I problemi ci circondavamo. C'era un amico che ti proponeva di andare a giocare a carte, ma anche quello che provava a coinvolgerti per fare il guaio. A Marcanise siamo 40/50 mila abitanti, non tutti bravi e non tutti cattivi. L'importante è non sbagliare strada".
Il fenomeno del bullismo si può combattere con la boxe?
"Sono uno dei rappresentanti delle federazione pugilistica italiana, ci battiamo contro il bullismo. Disciplina, rispetto dell'avversario, del maestro, dell'arbitro. Queste regole di vita della boxe sono un grande strumento per combattere il bullismo, ma il discorso vale anche per gli altri sport".
[[ge:rep-locali:repubblica:101668913]]
L'icona che è stata sua fonte di ispirazione?
"Nessuna icona precisa, mi sono ispirato ad un uomo immaginario magro, perché ero cicciottello e sono andato in palestra per dimagrire. Poi è chiaro, inizi a conoscere i pugili. Prima quelli della tua zona che hanno vinto qualcosa, quindi arrivi ai grandissimi. Nonostante la mia boxe cerchi di ricalcare quella di Muhammad Alì, io ero attratto dal suo grande rivale, Joe Frazier. All'inizio non avevo la tecnica che ho adesso, mi rivedevo in lui".
Il suo maestro Damiani disse di non aver mai picchiato un compagno di scuola. Lei lo ha mai fatto?
"Damiani ha risposto no? Io come lui. Mai picchiato nessun compagno di scuola, ed in assoluto ho litigato poche volte in mezzo alla strada. Quando sei piccolo e pratichi uno sport come il mio, o il karate, il judo, sei temuto. Io ero visto come il pugile. All'inizio la cosa mi ha difeso, e quel rispetto è continuato fino ad oggi tramutandosi quasi in una venerazione, quasi come si avesse paura di me. Proprio da qui nasce il titolo del libro".
Tatanka è il suo alias, ma anche il titolo del film di cui lei è stato protagonista.
"Il mondo televisivo mi è sempre piaciuto. Dal reality 'La talpa' ho avuto un exploit grazie al quale mi ha conosciuto il pubblico extrasportivo. Il film Tatanka invece nasce da una racconto di Roberto Saviano, e la prima esperienza davanti alla telecamera è stata positiva. Ho dato tanto sul set, e chissà, magari quando smetto potrei cercare l'avventura anche in questo mondo".
Ultimamente alcuni pugili, anche di livello, hanno a che fare con la giustizia.
"Ho sempre smentito lo stereotipo del pugile che viene dal 'Bronx', spinto dalla fame e dalla disperazione. Faccio parte di una famiglia umile, come del resto lo è quella di Roberto Cammarelle (oro, argento e bronzo olimpico nei supermassimi, ndr). Certo, la rabbia a volte dà la marcia in più. Giovanni Parisi trovò il carattere per emergere dopo la morte della madre. Ognuno di noi ha delle cose dentro, io non la chiamerei rabbia ma determinazione. La mia nasce dalla famiglia del mio compagno di banco, che gli dava cinquemila lire, mentre a me la mia ne dava cinquecento".
A proposito di Cammarelle, sta facendo il ballerino sulla Rai il sabato sera. Come lo vede?
"Una chiavica (risata fragorosa, ndr). Sono stato ospite con lui lo scorso anno, per imparare i passi di ballo io ci mettevo due ore e lui quattro giorni...".
I fatti della carriera che la tormentano sono le delusioni olimpiche...
"Delusioni non certo per le medaglie d'argento, sulle quali non si sputa mai sopra, quantro per quello che avevo vinto qualche mese prima. Della finale del 2008, più che di quella del 2012, mi porto dentro un senso di ingiustizia, ma alla fine tutto rientra in un disegno. Avessi vinto le Olimpiadi magari non sarei qui a faticare per andare a Rio".
Il russo che l'ha battuta a Pechino ora è un professionista affermato e remunerato. Lei col professionismo?
"Il periodo ricco da prof arriva quando sei al top mondiale, ma il russo per arrivare ai vertici ci ha messo 5 anni. Io vivo in Italia, e ringrazio le forze dell'ordine che ci sostengono. Grazie alla polizia penitenziaria che non mi fa mancare il piatto sulla tavola. E poi io non poso passare ancora, devo vincere l'oro olimpico".
Ma il grande Don King voleva fare di lei la speranza bianca in Usa.
"Mi sono seduto a tavola con lui e ci ho parlato come se fosse mio fratello. Non mi sono fatto emozionare dalla figura, con quei capelli dritti. Gli ho chiesto un ingaggio sulla base di quelli toccati ai miei avversari passati professionisti. Lui mi ha risposto che non poteva accontentarmi e non se ne è fatto più nulla. Mi reputo intelligente, prima di un passo del genere ragiono con la testa".
A Rio come i cubani, i sovietici, che si battevano alle Olimpiadi ben oltre la trentina.
"In Brasile sarà la mia ultima Olimpiade, anche se poi non si sa mai".
Ma insomma, questo passaggio al professionismo proprio non la alletta?
"Mah, mi alletta la sfida con Wilder, che da dilettante ho battuto ed ora sta vincendo tutti i suoi incontri o quasi per ko".
Allora facciamo questo annuncio in esclusiva.
"Vinco a Rio e poi faccio un salto tra i professionisti per sfidare chi ho battuto e chi mi ha battuto da dilettante".
Lei ha tantissimi hobby.
"Come i bambini, è vero. Mi piacciono i cavalli, il ciclismo. Cerco di seguire il Tour de France, ho anche corso da piccolo. La passione per i cavalli invece è figlia del mio paese contadino. Oggi ne possiedo anche uno. Mi piace anche il calcio a 5, anche se devo stare attento a non infortunarmi. Me la cavo bene, mentre con il calcio vado peggio, non ho senso della posizione".
Il Clemente marito e padre?
"Sono una persona dolcissima in famiglia. Mi rilasso quando sono con quella donna stupenda di mia moglie, mani un astio, un attrito. Come papà sono un bombolone, se mi capita di sgridare le mie bambine mi viene un senso di colpa".
Dalla dolcezza alla paura. Un pugile può averne prima di un match?
"Non la chiamerei paura, è una strana sensazione. E' tensione che succeda qualcosa, una ingiustizia, un contrattempo. Più che paura quindi la definirei preoccupazione. Poi tutto ti lascia una volta salito sul ring e scagli il primo colpo".
Attività di tutti i tipi, ora anche scrittore. Ma dove trova il tempo di fare il pugile?
"Per il pugilato lo trovo sempre, semmai l'impresa è stata scrivere il libro. Ho sfruttato i ritagli di tempo, le pause per il pranzo, ed insieme al mio grande amico Boris Sollazzo ho portato a termine il progetto. Il libro parla del Clemente Russo che, a parte i miei familiari, nessuno conosce. Le mia vittorie, ma anche le mie debolezze e le mie paure".
Roberto Saviano la ha curato la prefazione.
"Con lui c'è una grande amicizia. Tutto nasce dalle Olimpiadi del 2008, Roberto mi volle conoscere e mi fece una lunga intervista. Dalla nostra conoscenza è poi nato il film Tatanka, ora mi ha fatto l'onore scrivere la prefazione".
Marcianise, terra di pugili ma anche di problemi sociali.
"Ci sono cresciuto in mezzo a queste situazioni. Una volta il problema era la camorra, oggi sono lavoro ed economia. Con la mia palestra, il "Tatanka club", diamo lavoro a 20 persone. Pagando una retta mensile quasi nulla, diamo salute ai clienti e lavoro ai giovani. Nel mio piccolo do anche io una mano al popolo".
Restando ai problemi sociali, ha mai avuto cattivi pensieri da adolescente?
"I problemi ci circondavamo. C'era un amico che ti proponeva di andare a giocare a carte, ma anche quello che provava a coinvolgerti per fare il guaio. A Marcanise siamo 40/50 mila abitanti, non tutti bravi e non tutti cattivi. L'importante è non sbagliare strada".
Il fenomeno del bullismo si può combattere con la boxe?
"Sono uno dei rappresentanti delle federazione pugilistica italiana, ci battiamo contro il bullismo. Disciplina, rispetto dell'avversario, del maestro, dell'arbitro. Queste regole di vita della boxe sono un grande strumento per combattere il bullismo, ma il discorso vale anche per gli altri sport".
[[ge:rep-locali:repubblica:101668913]]
L'icona che è stata sua fonte di ispirazione?
"Nessuna icona precisa, mi sono ispirato ad un uomo immaginario magro, perché ero cicciottello e sono andato in palestra per dimagrire. Poi è chiaro, inizi a conoscere i pugili. Prima quelli della tua zona che hanno vinto qualcosa, quindi arrivi ai grandissimi. Nonostante la mia boxe cerchi di ricalcare quella di Muhammad Alì, io ero attratto dal suo grande rivale, Joe Frazier. All'inizio non avevo la tecnica che ho adesso, mi rivedevo in lui".
Il suo maestro Damiani disse di non aver mai picchiato un compagno di scuola. Lei lo ha mai fatto?
"Damiani ha risposto no? Io come lui. Mai picchiato nessun compagno di scuola, ed in assoluto ho litigato poche volte in mezzo alla strada. Quando sei piccolo e pratichi uno sport come il mio, o il karate, il judo, sei temuto. Io ero visto come il pugile. All'inizio la cosa mi ha difeso, e quel rispetto è continuato fino ad oggi tramutandosi quasi in una venerazione, quasi come si avesse paura di me. Proprio da qui nasce il titolo del libro".
Tatanka è il suo alias, ma anche il titolo del film di cui lei è stato protagonista.
"Il mondo televisivo mi è sempre piaciuto. Dal reality 'La talpa' ho avuto un exploit grazie al quale mi ha conosciuto il pubblico extrasportivo. Il film Tatanka invece nasce da una racconto di Roberto Saviano, e la prima esperienza davanti alla telecamera è stata positiva. Ho dato tanto sul set, e chissà, magari quando smetto potrei cercare l'avventura anche in questo mondo".
Ultimamente alcuni pugili, anche di livello, hanno a che fare con la giustizia.
"Ho sempre smentito lo stereotipo del pugile che viene dal 'Bronx', spinto dalla fame e dalla disperazione. Faccio parte di una famiglia umile, come del resto lo è quella di Roberto Cammarelle (oro, argento e bronzo olimpico nei supermassimi, ndr). Certo, la rabbia a volte dà la marcia in più. Giovanni Parisi trovò il carattere per emergere dopo la morte della madre. Ognuno di noi ha delle cose dentro, io non la chiamerei rabbia ma determinazione. La mia nasce dalla famiglia del mio compagno di banco, che gli dava cinquemila lire, mentre a me la mia ne dava cinquecento".
A proposito di Cammarelle, sta facendo il ballerino sulla Rai il sabato sera. Come lo vede?
"Una chiavica (risata fragorosa, ndr). Sono stato ospite con lui lo scorso anno, per imparare i passi di ballo io ci mettevo due ore e lui quattro giorni...".
I fatti della carriera che la tormentano sono le delusioni olimpiche...
"Delusioni non certo per le medaglie d'argento, sulle quali non si sputa mai sopra, quantro per quello che avevo vinto qualche mese prima. Della finale del 2008, più che di quella del 2012, mi porto dentro un senso di ingiustizia, ma alla fine tutto rientra in un disegno. Avessi vinto le Olimpiadi magari non sarei qui a faticare per andare a Rio".
Il russo che l'ha battuta a Pechino ora è un professionista affermato e remunerato. Lei col professionismo?
"Il periodo ricco da prof arriva quando sei al top mondiale, ma il russo per arrivare ai vertici ci ha messo 5 anni. Io vivo in Italia, e ringrazio le forze dell'ordine che ci sostengono. Grazie alla polizia penitenziaria che non mi fa mancare il piatto sulla tavola. E poi io non poso passare ancora, devo vincere l'oro olimpico".
Ma il grande Don King voleva fare di lei la speranza bianca in Usa.
"Mi sono seduto a tavola con lui e ci ho parlato come se fosse mio fratello. Non mi sono fatto emozionare dalla figura, con quei capelli dritti. Gli ho chiesto un ingaggio sulla base di quelli toccati ai miei avversari passati professionisti. Lui mi ha risposto che non poteva accontentarmi e non se ne è fatto più nulla. Mi reputo intelligente, prima di un passo del genere ragiono con la testa".
A Rio come i cubani, i sovietici, che si battevano alle Olimpiadi ben oltre la trentina.
"In Brasile sarà la mia ultima Olimpiade, anche se poi non si sa mai".
Ma insomma, questo passaggio al professionismo proprio non la alletta?
"Mah, mi alletta la sfida con Wilder, che da dilettante ho battuto ed ora sta vincendo tutti i suoi incontri o quasi per ko".
Allora facciamo questo annuncio in esclusiva.
"Vinco a Rio e poi faccio un salto tra i professionisti per sfidare chi ho battuto e chi mi ha battuto da dilettante".
Lei ha tantissimi hobby.
"Come i bambini, è vero. Mi piacciono i cavalli, il ciclismo. Cerco di seguire il Tour de France, ho anche corso da piccolo. La passione per i cavalli invece è figlia del mio paese contadino. Oggi ne possiedo anche uno. Mi piace anche il calcio a 5, anche se devo stare attento a non infortunarmi. Me la cavo bene, mentre con il calcio vado peggio, non ho senso della posizione".
Il Clemente marito e padre?
"Sono una persona dolcissima in famiglia. Mi rilasso quando sono con quella donna stupenda di mia moglie, mani un astio, un attrito. Come papà sono un bombolone, se mi capita di sgridare le mie bambine mi viene un senso di colpa".
Dalla dolcezza alla paura. Un pugile può averne prima di un match?
"Non la chiamerei paura, è una strana sensazione. E' tensione che succeda qualcosa, una ingiustizia, un contrattempo. Più che paura quindi la definirei preoccupazione. Poi tutto ti lascia una volta salito sul ring e scagli il primo colpo".