Una discesa ripidissima, senza curve, verso l'abisso. L'uomo con la bandana gialla la affronta distrutto nel fisico e nel morale, senza mai toccare il freno. In "Delitto Pantani. Ultimo chilometro (segreti e bugie)", edito da NdA press, Andrea Rossini ripercorre la fase più drammatica della vita del Pirata. Gli ultimi mille metri di una esistenza tormentata: l'analisi del personaggio e delle sue inquietudini, ma anche l'esame dettagliato delle circostanze che hanno portato alla fine. "Delitto Pantani" è un giallo che non trova colpevole, anzi, forse ne trova uno, metaforico: l'ambiente del ciclismo di quegli anni, che ha finito per stritolare un uomo forse troppo sensibile per poter sopportare l'onta di quel maledetto giorno di Madonna di Campiglio, la squalifica di un Giro -quello del 1999- stradominato dalla prima alla penultima tappa.
Non vengono avvalorate le tesi della famiglia Pantani, che ha portato all’apertura di una nuova indagine con l'ipotesi di omicidio volontario. Le ferite, la stanza a soqquadro, l'orologio fermo, i tanti particolari -persino la carta di un gelato- che agitano ormai da dieci anni numerosissimi adoratori del mito. L'autore però sceglie un'altra pista. Le indagini a suo avviso furono condotte secondo le regole e semmai quella "verità che non sembra mai vera e lascia spazio al dubbio, più affascinante di ogni teoria del complotto", va ricercata nella esistenza autodistruttiva del grande campione.
La 'sostanza', come Pantani chiamava la cocaina senza mai nominarla, è l'ancora di salvataggio che trascina sul fondo il campione. La sua angoscia tenuta a bada da poche basi solide. C'è Christine, la bella cubista venuta dalla Danimarca, il grande amore della sua vita. C'è il ciclismo, quel suo meraviglioso modo di scalare le montagne (''Vado forte in salita per abbreviare la mia agonia", disse in una intervista a Gianni Mura). Una volta venuti meno i due capisaldi, l'ultimo chilometro autodistruttivo. La 'sostanza', quel tentativo improbabile di costruire un rapporto affettivo con la russa Elena, i viaggi a Cuba, fino l'epilogo in quell'hotel di una malinconica Rimini fuori stagione nel giorno di San Valentino. Un destino tragico di un uomo sensibile, che amava il jazz di Charlie Parker ma è morto come una rock star.
Non vengono avvalorate le tesi della famiglia Pantani, che ha portato all’apertura di una nuova indagine con l'ipotesi di omicidio volontario. Le ferite, la stanza a soqquadro, l'orologio fermo, i tanti particolari -persino la carta di un gelato- che agitano ormai da dieci anni numerosissimi adoratori del mito. L'autore però sceglie un'altra pista. Le indagini a suo avviso furono condotte secondo le regole e semmai quella "verità che non sembra mai vera e lascia spazio al dubbio, più affascinante di ogni teoria del complotto", va ricercata nella esistenza autodistruttiva del grande campione.
La 'sostanza', come Pantani chiamava la cocaina senza mai nominarla, è l'ancora di salvataggio che trascina sul fondo il campione. La sua angoscia tenuta a bada da poche basi solide. C'è Christine, la bella cubista venuta dalla Danimarca, il grande amore della sua vita. C'è il ciclismo, quel suo meraviglioso modo di scalare le montagne (''Vado forte in salita per abbreviare la mia agonia", disse in una intervista a Gianni Mura). Una volta venuti meno i due capisaldi, l'ultimo chilometro autodistruttivo. La 'sostanza', quel tentativo improbabile di costruire un rapporto affettivo con la russa Elena, i viaggi a Cuba, fino l'epilogo in quell'hotel di una malinconica Rimini fuori stagione nel giorno di San Valentino. Un destino tragico di un uomo sensibile, che amava il jazz di Charlie Parker ma è morto come una rock star.