E' bello vincere sporco, esclamava l'ex tennista, ora commentatore tv, Brad Gilbert. Qualche volta è bello anche scrivere "sporco". Come a Hollywood, o nel mondo del rock'n'roll, nello sport degli ultimi decenni, dove Hollywood e il rock'n'roll si sono incontrati per caso scoprendo di poter condividere esperienze e modi d'essere perché gli sportivi sono gli attori e i cantanti moderni, la fine di una carriera è spesso indecifrabile, una striscia bianca che si protrae all'infinito, una foto vuota che la fantasia dell'autore o del lettore di una biografia o di un'autobiografia ha il dovere di riempire. Un evento letterario prende il posto di una sceneggiatura, di un assolo di chitarra, di una partita di calcio. Ricordi, dunque in quanto tali manipolabili. Gli editori ringraziano. Anzi precisano: se non c'è il botto il libro, che sia biografia o autobiografia, non scoppierà mai da solo. Sono le regole del mercato, da tempo immemorabile.
Paul Newman e Steve McQueen vennero vivisezionati, Steve divenne "lurid" sotto la pressione mediatica del suo ricostruttore a tavolino Darwin Porter, lo stesso che appiccicò al muro gli occhi azzurri di Newman. Non potendo più scrivere una "Samba pa ti", poco tempo fa Carlos Santana ha deciso di calcare la mano, senza chitarra, dipingendo il proprio autoritratto con angosciante pathos retroattivo, dal quale emersero soprattutto gli abusi sessuali di cui era stato vittima da giovanissimo. Un assolo della disperazione non ha bisogno di energia elettrica e di altoparlanti. Massimo rispetto per la sofferenza, se vera. Massimo rispetto per le parole firmate, se appartengono al vissuto. Ma certo non può non stupire l'enfasi con cui, per tornare allo sport, tanti calciatori inglesi abbiano calcato la mano su se medesimi, sino a sfigurarsi, elencando ogni bevuta, tralasciando soltanto quella che non sarebbe stata credibile (fra il primo e il secondo tempo di una partita). Per vendere o per essere ricordati il più a lungo possibile? Entrambe le cose probabilmente.
La propria storia riveduta e corretta, come fosse un "selfie" gigante, ritoccato quanto basta. Tony Adams, mito difensivo dell'Arsenal, ha scritto la sua personale odissea, alla fine della quale era visibile soltanto il fondo di una bottiglia: la leggenda del santo bevitore, oops!, calciatore. Paul Merson, altro talento dell'Arsenal, si descrisse come piegato in due, stritolato da depressione, alcol e cocaina. La sua storia aveva un titolo semplice e al tempo stesso raccapricciante: come non essere un professionista. Ma veramente? Durante la settimana partecipava a serate in discoteca fino a tarda notte e a fine serata, si tratteneva nei privé a sniffare e bere sino all'alba, dormiva 3 ore e poi si recava al campo. Se è verità lo sanno soltanto loro. Se è fiction ha funzionato. Se è vero erano dei mostri biologici. Se è fiction sono stati abili. Nel mondo anglosassone il ramo autobiografico è vitalissimo. Lo era ai tempi delle star del cinema, quando Victor Mature narrava che per farsi dare le parti entrava nell'ufficio dei produttore e si tirava fuori il "coso" sbattendolo sulla scrivania, lo è oggi fra guantoni, scarpini, palloni da basket e ostacoli di varia natura.
Chi è in auge preferisce stemperare i toni dell'eccesso, perché non serve a niente, perché è ancora troppo presto per agitare lo spettro della maledizione. Ci sono eroi moderni che quando diventano libro si ammosciano, vedi Bolt. Non avremmo mai potuto inciampare in pagine audaci o folli nelle storie di Benitez, Gerrard, Crouch, che pubblicarono i propri ricordi quando erano tutti e tre al Liverpool. Stelle al veleno si diventa dopo, oppure lo diventa chi gli è stato o gli sta vicino. Quando Brad Pitt si mise con Angelina Jolie, la mamma dell'ex di Pitt Jennifer Aniston scrisse un romanzo sulla figlia, ottenendo in cambio l'occhio indiscreto di mezza America e l'ospitalità morbosa di tutti i salotti tv. Ma la Jolie non era da meno, in fatto di scandalismo alla buona. Non fu difficile a un talento come Andrew Morton, già autore delle biografie di Lady D e Monica Lewinski, strapparle qualche parola sulle sue tentazioni autodistruttive: "Voleva suicidarsi". Chi non ci ha pensato in vita sua almeno una volta? Forse non è così scandaloso. Forse è più scandaloso ammettere di essere stata una delle tante finite nel letto di Mick Jagger.
Ovviamente il biografo può anche essere "non autorizzato", ma cambia poco perché in notorietà ci guadagnano tutti. Se non hai la forza o le capacità di scrivere da solo la tua storia, è sufficiente (si fa per dire) affidarsi a un talento degli effetti speciali. Lo fanno in tanti, è la strada più breve per assicurarsi un "titolo". Un "piccolo" campione come l'olandese ex-interista Andy Van del Meyde ha dovuto infilare nel suo libro la storia che per dispetto la moglie, insofferente alla casa milanese, aveva comprato un cammello: "Dove lo mettiamo, la casa è piccola...". Pare una barzelletta. La storia di Agassi, meravigliosa nella forma, è stata assemblata da J. R. Moheringer, quel del "bar delle grandi speranze", per il quale fu letteralmente uno scherzo giocare con la teoria a posteriori dell'odio inveterato per il tennis. Un tennista tira l'altro: per non essere da meno, dopo aver criticato Agassi "perché è ingiusto sminuire il tennis", Jimmy Connors ha sparato su chiunque, ammettendo di aver scommesso un milione di dollari su Martina Navratilova e, alla fine, nell'ultimo stadio della psicosi, anche su se stesso.
Eventuali smentite fanno solo bene alla causa. Quella di Ibrahimovic, subdola, è nata dall'abile penna del giornalista svedese David Lagercrantz, che non ha avuto alcun problema a spingere il tasto del "ghetto nell'anima", della famiglia senza vera patria, delle abitudini estreme, ovviamente Ibrahimovic consenziente, e di tutti gli altri particolari che avrebbero reso il campione del Psg così irruento, implacabile, così eternamente selvaggio: "Mamma mi spezzava il mestolo sulla schiena". Le strade alternative delle star sono sempre quelle, da secoli. Se Poe avesse scritto la sua autobiografia si sarebbe discostato pochissimo dai suoi racconti. Ci avesse provato Baudelaire, avrebbe scoperto che in versi o meno, sempre di puzzolenti fiori del male era circondato. Straordinariamente autodistruttivo è Mike Tyson, il pugile con licenza di mordere e, in alternativa, di uccidere o uccidersi: "Dilapidati 300 milioni di dollari". In cosa? In autodistruzione. Inevitabile che l'editoria, in varie fasi, abbia cercato di rientrare con le spese in nome del suo protetto.
Paradossalmente, meno "sporco" è "Gazza, my story" di Paul Gascoigne, per il quale, si dice, che Hunter Davies abbia lavorato più di pialla che di mano pesante. Quello che Roberto Pruzzo ci racconta nel finale del suo libro autobiografico, di essere stato tante volte visitato dal demone della fine, dall'uomo nero, è impressionante per due motivi: primo perché il "bomber" è sempre stato, anche involontariamente a questo punto, il simbolo di una rustica vitalità, secondo perché è un campione ancora rintracciabile, parla in radio, appare, commenta, vive. Ma c'è anche un terzo elemento: faceva parte della stessa squadra di Agostino Di Bartolomei. Uno che la depressione e l'abbandono li ha pagati a caro prezzo. Non il prezzo di copertina di un libro. Se è vero che voleva farla finita solo il "bomber" lo sa. Tanto è vero che si è affrettato a precisare: "Non fermatevi alle ultime righe del libro". Ma come, prima spari e poi dici, non guardate solo la pistola!. E che dovremmo guardare?
Paul Newman e Steve McQueen vennero vivisezionati, Steve divenne "lurid" sotto la pressione mediatica del suo ricostruttore a tavolino Darwin Porter, lo stesso che appiccicò al muro gli occhi azzurri di Newman. Non potendo più scrivere una "Samba pa ti", poco tempo fa Carlos Santana ha deciso di calcare la mano, senza chitarra, dipingendo il proprio autoritratto con angosciante pathos retroattivo, dal quale emersero soprattutto gli abusi sessuali di cui era stato vittima da giovanissimo. Un assolo della disperazione non ha bisogno di energia elettrica e di altoparlanti. Massimo rispetto per la sofferenza, se vera. Massimo rispetto per le parole firmate, se appartengono al vissuto. Ma certo non può non stupire l'enfasi con cui, per tornare allo sport, tanti calciatori inglesi abbiano calcato la mano su se medesimi, sino a sfigurarsi, elencando ogni bevuta, tralasciando soltanto quella che non sarebbe stata credibile (fra il primo e il secondo tempo di una partita). Per vendere o per essere ricordati il più a lungo possibile? Entrambe le cose probabilmente.
La propria storia riveduta e corretta, come fosse un "selfie" gigante, ritoccato quanto basta. Tony Adams, mito difensivo dell'Arsenal, ha scritto la sua personale odissea, alla fine della quale era visibile soltanto il fondo di una bottiglia: la leggenda del santo bevitore, oops!, calciatore. Paul Merson, altro talento dell'Arsenal, si descrisse come piegato in due, stritolato da depressione, alcol e cocaina. La sua storia aveva un titolo semplice e al tempo stesso raccapricciante: come non essere un professionista. Ma veramente? Durante la settimana partecipava a serate in discoteca fino a tarda notte e a fine serata, si tratteneva nei privé a sniffare e bere sino all'alba, dormiva 3 ore e poi si recava al campo. Se è verità lo sanno soltanto loro. Se è fiction ha funzionato. Se è vero erano dei mostri biologici. Se è fiction sono stati abili. Nel mondo anglosassone il ramo autobiografico è vitalissimo. Lo era ai tempi delle star del cinema, quando Victor Mature narrava che per farsi dare le parti entrava nell'ufficio dei produttore e si tirava fuori il "coso" sbattendolo sulla scrivania, lo è oggi fra guantoni, scarpini, palloni da basket e ostacoli di varia natura.
Chi è in auge preferisce stemperare i toni dell'eccesso, perché non serve a niente, perché è ancora troppo presto per agitare lo spettro della maledizione. Ci sono eroi moderni che quando diventano libro si ammosciano, vedi Bolt. Non avremmo mai potuto inciampare in pagine audaci o folli nelle storie di Benitez, Gerrard, Crouch, che pubblicarono i propri ricordi quando erano tutti e tre al Liverpool. Stelle al veleno si diventa dopo, oppure lo diventa chi gli è stato o gli sta vicino. Quando Brad Pitt si mise con Angelina Jolie, la mamma dell'ex di Pitt Jennifer Aniston scrisse un romanzo sulla figlia, ottenendo in cambio l'occhio indiscreto di mezza America e l'ospitalità morbosa di tutti i salotti tv. Ma la Jolie non era da meno, in fatto di scandalismo alla buona. Non fu difficile a un talento come Andrew Morton, già autore delle biografie di Lady D e Monica Lewinski, strapparle qualche parola sulle sue tentazioni autodistruttive: "Voleva suicidarsi". Chi non ci ha pensato in vita sua almeno una volta? Forse non è così scandaloso. Forse è più scandaloso ammettere di essere stata una delle tante finite nel letto di Mick Jagger.
Ovviamente il biografo può anche essere "non autorizzato", ma cambia poco perché in notorietà ci guadagnano tutti. Se non hai la forza o le capacità di scrivere da solo la tua storia, è sufficiente (si fa per dire) affidarsi a un talento degli effetti speciali. Lo fanno in tanti, è la strada più breve per assicurarsi un "titolo". Un "piccolo" campione come l'olandese ex-interista Andy Van del Meyde ha dovuto infilare nel suo libro la storia che per dispetto la moglie, insofferente alla casa milanese, aveva comprato un cammello: "Dove lo mettiamo, la casa è piccola...". Pare una barzelletta. La storia di Agassi, meravigliosa nella forma, è stata assemblata da J. R. Moheringer, quel del "bar delle grandi speranze", per il quale fu letteralmente uno scherzo giocare con la teoria a posteriori dell'odio inveterato per il tennis. Un tennista tira l'altro: per non essere da meno, dopo aver criticato Agassi "perché è ingiusto sminuire il tennis", Jimmy Connors ha sparato su chiunque, ammettendo di aver scommesso un milione di dollari su Martina Navratilova e, alla fine, nell'ultimo stadio della psicosi, anche su se stesso.
Eventuali smentite fanno solo bene alla causa. Quella di Ibrahimovic, subdola, è nata dall'abile penna del giornalista svedese David Lagercrantz, che non ha avuto alcun problema a spingere il tasto del "ghetto nell'anima", della famiglia senza vera patria, delle abitudini estreme, ovviamente Ibrahimovic consenziente, e di tutti gli altri particolari che avrebbero reso il campione del Psg così irruento, implacabile, così eternamente selvaggio: "Mamma mi spezzava il mestolo sulla schiena". Le strade alternative delle star sono sempre quelle, da secoli. Se Poe avesse scritto la sua autobiografia si sarebbe discostato pochissimo dai suoi racconti. Ci avesse provato Baudelaire, avrebbe scoperto che in versi o meno, sempre di puzzolenti fiori del male era circondato. Straordinariamente autodistruttivo è Mike Tyson, il pugile con licenza di mordere e, in alternativa, di uccidere o uccidersi: "Dilapidati 300 milioni di dollari". In cosa? In autodistruzione. Inevitabile che l'editoria, in varie fasi, abbia cercato di rientrare con le spese in nome del suo protetto.
Paradossalmente, meno "sporco" è "Gazza, my story" di Paul Gascoigne, per il quale, si dice, che Hunter Davies abbia lavorato più di pialla che di mano pesante. Quello che Roberto Pruzzo ci racconta nel finale del suo libro autobiografico, di essere stato tante volte visitato dal demone della fine, dall'uomo nero, è impressionante per due motivi: primo perché il "bomber" è sempre stato, anche involontariamente a questo punto, il simbolo di una rustica vitalità, secondo perché è un campione ancora rintracciabile, parla in radio, appare, commenta, vive. Ma c'è anche un terzo elemento: faceva parte della stessa squadra di Agostino Di Bartolomei. Uno che la depressione e l'abbandono li ha pagati a caro prezzo. Non il prezzo di copertina di un libro. Se è vero che voleva farla finita solo il "bomber" lo sa. Tanto è vero che si è affrettato a precisare: "Non fermatevi alle ultime righe del libro". Ma come, prima spari e poi dici, non guardate solo la pistola!. E che dovremmo guardare?