ROMA - "Di Lazio ci si ammala inguaribilmente". Nella frase - che sa di sentenza - pronunciata da Giorgio Chinaglia si specchia ogni tifoso biancoceleste: che sa di essere condannato ad 'amare' una squadra che non ha mai vinto tantissimo, ma che invece di sofferenze, quasi 'psicodrammi', ne ha regalate numerose nei suoi 114 (saranno 115 il prossimo 9 gennaio) di storia. Ma se non ha vinto quanto la sua storia e la sua tradizione avrebbe sicuramente meritato, la Lazio ha visto passare in maglia biancoceleste tanti grandi giocatori, grandi portieri ma soprattutto grandissimi attaccanti: centravanti che hanno fatto innamorare i tifosi e contribuito a far diventare leggenda la maglia numero nove biancoceleste. A raccontare nove storie di nove centravanti della Lazio (sette veri, due 'falsi nueve' come si dice oggi, Di Canio e D'Amico) ci ha pensato Stefano Greco in 'Maledetto nove' (Ultra Sport): sono praticamente nove libri all'interno di un volume solo, per far conoscere o per far ricordare le storie di quella affascinante e per certi aspetti 'maledetta' maglia numero 9 biancoceleste, indossata in momenti felici e vincenti e in altri bui e drammatici della storia della Lazio.
Piola, Selmosson, Chinaglia, Giordano, D'Amico, Fiorini, Casiraghi, Signori, Di Canio: sono loro i nove protagonisti delle storie raccontate da Greco, nove giocatori che hanno fatto la storia della Lazio con le loro imprese in campo e con le loro vite, spesso maledette. Il primo non poteva non essere proprio Silvio Piola, l'uomo dei mille record, ma che, curiosamente, è quello che ha giocato senza numero, pure essendo il numero 9 per eccellenza: negli anni in cui è nata la sua leggenda, infatti, le maglie sono vuote: soltanto nel 1939 anche in Italia la Federazione decide infatti di introdurre la numerazione per distinguere i giocatori. Piola, dunque, che con la Lazio non vince nulla e scappa da Roma per paura della guerra e perché la società biancoceleste non è in grado di pagarlo profumatamente. E poi Arne Selmosson, lo svedese amatissimo in biancoceleste ma che poi si macchia di quello che è considerato il reato di 'alto tradimento', il passaggio alla Roma (e Selmosson rimane l'unico ad aver segnato nel derby con entrambe le maglie).
Il filo conduttore della maglia 'maledetta' arriva fino alla prima Lazio vincente, quella degli anni 70, quella del primo scudetto, di Maestrelli e degli altri protagonisti di quella cavalcata: con l'assoluto idolo di quella squadra, quel Giorgio Chinaglia, da poco scomparso, eroe romantico e sconsiderato, che da solo, con le sue azioni successive, è riuscito a distruggere l'immagine di intoccabile nell'immaginario biancoceleste. Di quella Lazio cominciava a fare parte anche il primo dei 'nove-non nove', Vincenzo D'Amico, fantasista prestato alla maglia da centravanti per esigenza, indossata in momenti drammatici che i tifosi difficilmente dimenticheranno, come nella partita con il Varese (penultima giornata del campionato di B '81-'82) quando realizzò una tripletta che fece dissolvere lo spettro dell'onta della C: un giocatore amato ma mai diventato bandiera. E poi Bruno Giordano, forse il più forte di tutto ma bruciato dal primo scandalo scommesse e diventato protagonista a Napoli negli anni del mitico trio 'Ma-Gi-Ca' con Maradona e Careca, Giuliano Fiorini, scaricato dalla Lazio dopo aver contribuito a salvarla in un altro momento drammatico (suo il gol decisivo al Vicenza che permise alla squadra del -9 di agganciare gli spareggi di Napoli nel 1987) e poi scomparso prematuramente. E gli ultimi tre: Giuseppe Signori, amatissimo dai tifosi, autore di gol straordinari, scappato da Formello prima che la Lazio cominciasse a vincere tutto alla fine degli anni 90 e poi travolto anche lui dallo scandalo scommesse. Paolo Di Canio, l'altro 'non nove' con D'Amico, diventato il più amato per il gol decisivo e la successiva corsa sotto la Curva Sud con il dito alzato al primo derby dopo tre anni di assenza della Lazio dalla massima serie. Figliol prodigo ritrovato anni dopo (e caratterizzato da un altro gol nel derby, come 16 anni prima) ma poi lasciato andare da Lotito. E infine Gigi Casiraghi, che da Roma se ne è andato frettolosamente, inseguendo la Premier e il Chelsea, dove però la sua carriera subisce uno stop improvviso e definitivo.
Nove storie per nove personaggi, per i quali vale la pena di ricordare le parole di Giordano: "Non erano solo bravi attaccanti, avevano tutti qualcosa di speciale, una personalità fuori dal comune e doti da leader al di là dei gol segnati. Chinaglia più di tutti: unico, inimitabile, imbattibile. Grande e al tempo stesso maledetto, come tanti campioni della Lazio".
Piola, Selmosson, Chinaglia, Giordano, D'Amico, Fiorini, Casiraghi, Signori, Di Canio: sono loro i nove protagonisti delle storie raccontate da Greco, nove giocatori che hanno fatto la storia della Lazio con le loro imprese in campo e con le loro vite, spesso maledette. Il primo non poteva non essere proprio Silvio Piola, l'uomo dei mille record, ma che, curiosamente, è quello che ha giocato senza numero, pure essendo il numero 9 per eccellenza: negli anni in cui è nata la sua leggenda, infatti, le maglie sono vuote: soltanto nel 1939 anche in Italia la Federazione decide infatti di introdurre la numerazione per distinguere i giocatori. Piola, dunque, che con la Lazio non vince nulla e scappa da Roma per paura della guerra e perché la società biancoceleste non è in grado di pagarlo profumatamente. E poi Arne Selmosson, lo svedese amatissimo in biancoceleste ma che poi si macchia di quello che è considerato il reato di 'alto tradimento', il passaggio alla Roma (e Selmosson rimane l'unico ad aver segnato nel derby con entrambe le maglie).
Il filo conduttore della maglia 'maledetta' arriva fino alla prima Lazio vincente, quella degli anni 70, quella del primo scudetto, di Maestrelli e degli altri protagonisti di quella cavalcata: con l'assoluto idolo di quella squadra, quel Giorgio Chinaglia, da poco scomparso, eroe romantico e sconsiderato, che da solo, con le sue azioni successive, è riuscito a distruggere l'immagine di intoccabile nell'immaginario biancoceleste. Di quella Lazio cominciava a fare parte anche il primo dei 'nove-non nove', Vincenzo D'Amico, fantasista prestato alla maglia da centravanti per esigenza, indossata in momenti drammatici che i tifosi difficilmente dimenticheranno, come nella partita con il Varese (penultima giornata del campionato di B '81-'82) quando realizzò una tripletta che fece dissolvere lo spettro dell'onta della C: un giocatore amato ma mai diventato bandiera. E poi Bruno Giordano, forse il più forte di tutto ma bruciato dal primo scandalo scommesse e diventato protagonista a Napoli negli anni del mitico trio 'Ma-Gi-Ca' con Maradona e Careca, Giuliano Fiorini, scaricato dalla Lazio dopo aver contribuito a salvarla in un altro momento drammatico (suo il gol decisivo al Vicenza che permise alla squadra del -9 di agganciare gli spareggi di Napoli nel 1987) e poi scomparso prematuramente. E gli ultimi tre: Giuseppe Signori, amatissimo dai tifosi, autore di gol straordinari, scappato da Formello prima che la Lazio cominciasse a vincere tutto alla fine degli anni 90 e poi travolto anche lui dallo scandalo scommesse. Paolo Di Canio, l'altro 'non nove' con D'Amico, diventato il più amato per il gol decisivo e la successiva corsa sotto la Curva Sud con il dito alzato al primo derby dopo tre anni di assenza della Lazio dalla massima serie. Figliol prodigo ritrovato anni dopo (e caratterizzato da un altro gol nel derby, come 16 anni prima) ma poi lasciato andare da Lotito. E infine Gigi Casiraghi, che da Roma se ne è andato frettolosamente, inseguendo la Premier e il Chelsea, dove però la sua carriera subisce uno stop improvviso e definitivo.
Nove storie per nove personaggi, per i quali vale la pena di ricordare le parole di Giordano: "Non erano solo bravi attaccanti, avevano tutti qualcosa di speciale, una personalità fuori dal comune e doti da leader al di là dei gol segnati. Chinaglia più di tutti: unico, inimitabile, imbattibile. Grande e al tempo stesso maledetto, come tanti campioni della Lazio".