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Venti anni senza Carlos Monzon
Ring, violenza e fascino maledetto

L'8 gennaio del 1995, in un incidente stradale mentre rientrava in carcere, condannato per avere ucciso la sua compagna, si chiudeva la parabola di uno dei pugili più grandi e controversi della storia. Immenso sul ring, amato dalle donne più belle del mondo, non riuscì però mai nonostante la ricchezza ad affrancarsi da ruolo di cattivo che lo ha accompagnato fino all'ultimo FOTO
di LUIGI PANELLA

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Una macchina a folle velocità punta verso il carcere, a bordo un detenuto rientra dopo un permesso, lo schianto. E' il tragico epilogo, l'8 gennaio di venti anni fa, di una vita vissuta in assenza dell'ordinario, sempre all'insegna degli eccessi. Dentro quella macchina si trova Carlos Monzon, uno dei più grandi pugili di tutti i tempi. Ricordarlo non è semplice, perchè la sua parabola non ha un filo conduttore: flash di violenza dentro e fuori dal ring che si sovrappongono a momenti di immenso pugilato, una faccia da indio dallo sguardo impenetrabile accolta dal bel mondo, corteggiata e amata dalle donne più belle del pianeta. Fotogrammi che lo stesso Monzon non riesce mai a separare, fondendo ring e vita privata in una miscela esplosiva. In quel carcere, che aveva assaggiato a più riprese nell'infanzia e adolescenza poverissime a Santa Fè, ci è finito per avere ammazzato la compagna Alicia Muniz, madre del suo quarto figlio, strangolata dopo una furibonda lite nella notte di San Valentino. L'orlo del precipizio oltrepassato, la giustizia argentina (tra l'altro la giuria era presieduta da una donna) senza riguardo del mito, l'abisso.

FOTO DAL MATCH CON BENVENUTI ALL'ARRESTO 

Il sipario cala in quel momento, ancora prima dello schianto fatale. Quell'inferno dove prova a spedirlo anzitempo la prima moglie Beatriz, dalla quale ha tre figli, ma che tradisce con disarmante regolarità. Beatriz lo aspetta in piena notte e gli spara: una pallottola nella schiena non solo non riesce ad ucciderlo, ma non preclude neanche il prosieguo della carriera. Sul ring Monzon inzia in salita, perdendo nella prima parte della carriera per ben tre volte. Ma la stoffa c'è, basta dargli una forma. Al resto ci pensa quel fisico da mediomassimo modellato su un peso medio, la tremenda potenza dei colpi e soprattutto la feroce determinazione nell'abbattere gli avversari. Campione d'Argentina, poi campione del Sudamerica, Tito Lectoure, boss del Luna Park di Baires e imprenditore di pugilato, non tarda ad accorgersi di lui e gli spiana la strada verso la sfida mondiale.

E' il 1970, intenet è ancora lontana, le televisione e le platee europee ancora non conoscono bene Monzon. Il Palaeur di Roma vive l'ennesima notte - purtroppo di questi tempi irripetibile - di boxe leggendaria. La fiducia di acclamare per l'ennesima volta il proprio idolo, Nino Benvenuti è tanta. Vedendo e rivedendo quel match ti rendi conto che la differenza non è nell'abilità di stare sul ring, c'è dell'altro. Nino ha avuto tantissimo dalla boxe, arriva da dieci anni di carriera ad altissimi livelli in cui è stato re di tutto, dall'Europa, agli Usa, al mondo, passando per la memorabile trilogia con Emile Griffith. Carlos dalla boxe sta già guadagnando tanti soldi, i primi puliti della sua vita, ma si porta ancora dietro i muri umidi della catapecchia in cui è nato -nono di tredici figli- le risse per strada, i problemi con la giustizia. Ha più fame di arrivare, Benvenuti è ormai logoro soprattutto psicologicamente e, nonostante la consueta sapienza nell'affrontare l'incontro, deve cedere alla voglia di arrivare di Monzon. L'epilogo è sportivamente drammatico: un destro secco, spietato, che fa piangere l'Italia. Non c'è storia neanche nella rivincita. Benvenuti si arrende nettamente, al terzo round, sul ring di Montecarlo.

Per certi aspetti è un match spartiacque per la carriera di Monzon, che da quella sera inizia a combattere frequentemente in Europa, soprattutto in Francia. Ring, salotti buoni, set cinematografici e soprattutto tante donne bellissime. "A Nizza presi l'ascensore per salire nella mia stanza con Ursula Andress -disse in una celebre intervista-. Facemmo l'amore fermandolo fra un piano e l'altro. L'accompagnai nella sua stanza, prima di scendere incontrai nel corridoio l'altra protagonista del film, Nathalie Delon. E rifeci l'amore con lei scendendo nell'ascensore, fermandolo allo stesso punto di prima". La passione con Nathalie non turba più di tanto il marito di lei, Alain Delon (appassionato di boxe e improbabile pugile in 'Rocco e i suoi fratelli'), che diventa grande amico di Monzon tanto da organizzargli alcuni incontri. Memorabili le due sfide con Bouttier, altra bella faccia da cinema, durissima quella con Briscoe, l'uomo dalla testa rasata e dal destro di marmo, facile quella con Josè Napoles, fuoriclasse cubano troppo vecchio, leggero e forse buono (detto Mantequilla, burro) per potergli dare fastidio.

Tutti provano a buttarlo giù dal trono, quello che ha più credito è un colombiano venuto dal basso come lui, Rodrigo Valdez. Uno abituato nel fango delle strade sterrate vicino al mare, dove pesca 'aiutandosi' con la dinamite. La potente Wbc dichiara decaduto Monzon, e valdez ne ha subito approfittato per prendersi una fetta di titolo. Inevitabile la riunificazione. Si pensa che Monzon potrebbe essere stanco e appagato, in parte è così, ma messo alla strette dal colombiano, l'argentino ritrova l'originario splendore: un destro d'incontro, una sentenza manda giù Valdez al quattrodicesimo round, orientando un verdetto ai punti fino al quel momento incertissimo. Ancora più dura la rivincita, l'epilogo della carriera.

Al secondo round un destro di Valdez, Monzon tocca il tappeto. Sembra la fine del mito, ma esce l'hombre. Round dopo round, e nonostante un problema alla mano destra, l'argentino rimonta, supera il colombiano usando un jab sinistro come una mannaia, poi resiste al suo disperato forcing finale. Al rientro negli spogliatoi, vedendo che per la prima volta il suo volto è segnato in maniera sensibile, Monzon dice basta. Non salirà più sul ring, non ci sarà spazio per malinconici ritorni. "Anche se una stella muore, la tua luce continuerà a brillare", recita uno striscione nel giorno dei suoi funerali. L'allora presidente Menem va oltre: "Monzon ha agito sempre nell'interesse del popolo argentino". Peccato non sia riuscito ad agire nel suo interesse, ma probabilmente era scritto nel suo destino, sin dall'inizio.