George Best, Johan Cruyff, Ferenc Puskas, Gianni Rivera, Alfredo Di Stefano, Cristiano Ronaldo. Li accomuna il fatto di aver vinto almeno una Coppa dei Campioni (o Champions League) e un Pallone d'Oro. Soprattutto li accomuna il fatto di essere andati oltre al concetto di fuoriclasse, di essere diventati testimonial della loro epoca. Li racconterò da una ottica privilegiata, nei luoghi che li hanno visti crescere come uomini e calciatori. Considerare il calcio un semplice gioco è quanto di più riduttivo ci possa essere. Su un campo nulla avviene per caso, tutto ha una sua logica, magari irrazionale ma ce l'ha. Perché il calcio è il vero esperanto del mondo a partire dal '900, tanto che di episodi in cui la politica lo ha influenzato e ne è stata influenzata ce ne sono a iosa. Ma anche qui si può andare molto oltre la politica. E' impossibile ad esempio parlare di Uruguay-Argentina senza fare riferimento a Carlos Gardel, un personaggio talmente importante nella storia del tango da essere conteso dai due paesi, più determinante di una linea di confine. Nel calcio nulla riesce ad essere dimenticato, neanche a volerlo. E' come se a volte personaggi dell'altro secolo si ripresentassero, a influenzare in qualche modo l'andamento di questa o quella partita. Al recente Mondiale, prima di Brasile-Germania, finita 7-1 per i tedeschi, avevo notato un uomo che mi ricordava Barbosa, il portiere maledetto della partita decisiva persa -una tragedia nazionale- dalla Seleçao nel 1950 contro l'Uruguay. In quel preciso istante ho avuto come una sensazione...
Tornando ai magnifici sei, si parte con George Best (sabato 7 febbraio 23.45 su Sky Sport 1 HD e Sky Calcio 1 HD e domenica 8 febbraio, alle ore 20.10 anche su Sky Arte HD). La permanenza a Belfast per raccontarlo è stata un privilegio eccezionale. Una città che ha vissuto carica di acredine, piena di storie di morte e fatica. Ma anche con un paio di punti saldi. Vi è stato varato il Titanic, vi è nato George Best. Lui è un personaggio semplicemente irresistibile, primo giocatore ad aver spostato la sua immagine dalle pagine dello sport altrove, fucina di aneddoti spettacolosi. E' però anche il più caduco in tutta la storia dei fuoriclasse, un eroe romantico, uno che quando arriva al vertice non è in grado di restarci: i meandri della sua psicologia, il suo modus vivendi, non glielo consentono. Sono andato sulla tomba di Best, uno dei pochi casi in cui l'epitaffio poteva essere scritto 25 anni prima della morte. Ho anche visitato la sua casa. A Belfast la affittano, c'è il divano dove il padre di George vide la finale del 1968 contro il Benfica, starci è una sensazione unica.
Spero di poter anche andare in Argentina per Alfredo Di Stefano, e qui partire dall'oratorio in cui la leggenda del Real Madrid si trovò di fronte persino Papa Francesco. Tutti e sei sono comunque la perfetta espressione del loro paese. Johan Cruyff ad esempio è di gran lunga l'olandese più conosciuto nel mondo. Lui e gli altri hanno sostituito gli attori, la concorrenza per i miti del calcio ormai è riservata solo alle rock star. E ancora, su Ferenc Puskas ci sono delle storie straordinarie. Racconterò della scommessa con Picasso, che gli regalava i suoi quadri in base ai gol, oppure di quell'attardarsi sotto la doccia. Non vedendolo tornare per lungo tempo nello spogliatoio, il velocissimo Gento andò a vedere cosa fosse successo, trovandolo a fare palleggi mirabolanti con la saponetta.
Ho 'sofferto' maggiormente nel raccontare Gianni Rivera, per un semplice motivo: il coinvolgimento personale. Era infatti l'idolo incontrastato della mia infanzia, io milanista e cresciuto a Milano. Forse avrei fatto più volentieri la grande Inter, magari parlando di Luisito Suarez. Però certo, Rivera... Ricordo l'amore di mia madre per lui, un tifo quasi passionale. Lui era un tipo freddo, capace però di incendiarsi e di incendiare le folle in un battito di ciglia.
Sto scrivendo da Madeira. Sono qui per Cristiano Ronaldo e non nego la difficoltà nel raccontare un personaggio di cui si sa praticamente tutto, sempre sotto a centomila riflettori mediatici. Ammetto di essere un po' romantico e di provare affinità nel raccontare leggende degli anni sessanta e settanta, periodi inimitabili per spunti narrativi. Detto ciò, mi è di grande aiuto essere sul posto, vedere la gente, il modo di vivere, anche la povertà. Cristoforo Colombo prima di intraprendere il viaggio che ha cambiato il mondo si era fermato a Madeira per parlare con i marinai, capire il loro concetto di 'oltre'. Ecco Cristiano Ronaldo rappresenta l''oltre' dei nostri tempi.
Tornando ai magnifici sei, si parte con George Best (sabato 7 febbraio 23.45 su Sky Sport 1 HD e Sky Calcio 1 HD e domenica 8 febbraio, alle ore 20.10 anche su Sky Arte HD). La permanenza a Belfast per raccontarlo è stata un privilegio eccezionale. Una città che ha vissuto carica di acredine, piena di storie di morte e fatica. Ma anche con un paio di punti saldi. Vi è stato varato il Titanic, vi è nato George Best. Lui è un personaggio semplicemente irresistibile, primo giocatore ad aver spostato la sua immagine dalle pagine dello sport altrove, fucina di aneddoti spettacolosi. E' però anche il più caduco in tutta la storia dei fuoriclasse, un eroe romantico, uno che quando arriva al vertice non è in grado di restarci: i meandri della sua psicologia, il suo modus vivendi, non glielo consentono. Sono andato sulla tomba di Best, uno dei pochi casi in cui l'epitaffio poteva essere scritto 25 anni prima della morte. Ho anche visitato la sua casa. A Belfast la affittano, c'è il divano dove il padre di George vide la finale del 1968 contro il Benfica, starci è una sensazione unica.
Spero di poter anche andare in Argentina per Alfredo Di Stefano, e qui partire dall'oratorio in cui la leggenda del Real Madrid si trovò di fronte persino Papa Francesco. Tutti e sei sono comunque la perfetta espressione del loro paese. Johan Cruyff ad esempio è di gran lunga l'olandese più conosciuto nel mondo. Lui e gli altri hanno sostituito gli attori, la concorrenza per i miti del calcio ormai è riservata solo alle rock star. E ancora, su Ferenc Puskas ci sono delle storie straordinarie. Racconterò della scommessa con Picasso, che gli regalava i suoi quadri in base ai gol, oppure di quell'attardarsi sotto la doccia. Non vedendolo tornare per lungo tempo nello spogliatoio, il velocissimo Gento andò a vedere cosa fosse successo, trovandolo a fare palleggi mirabolanti con la saponetta.
Ho 'sofferto' maggiormente nel raccontare Gianni Rivera, per un semplice motivo: il coinvolgimento personale. Era infatti l'idolo incontrastato della mia infanzia, io milanista e cresciuto a Milano. Forse avrei fatto più volentieri la grande Inter, magari parlando di Luisito Suarez. Però certo, Rivera... Ricordo l'amore di mia madre per lui, un tifo quasi passionale. Lui era un tipo freddo, capace però di incendiarsi e di incendiare le folle in un battito di ciglia.
Sto scrivendo da Madeira. Sono qui per Cristiano Ronaldo e non nego la difficoltà nel raccontare un personaggio di cui si sa praticamente tutto, sempre sotto a centomila riflettori mediatici. Ammetto di essere un po' romantico e di provare affinità nel raccontare leggende degli anni sessanta e settanta, periodi inimitabili per spunti narrativi. Detto ciò, mi è di grande aiuto essere sul posto, vedere la gente, il modo di vivere, anche la povertà. Cristoforo Colombo prima di intraprendere il viaggio che ha cambiato il mondo si era fermato a Madeira per parlare con i marinai, capire il loro concetto di 'oltre'. Ecco Cristiano Ronaldo rappresenta l''oltre' dei nostri tempi.