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Il sogno di Alishah: dalle montagne dell'Afghanistan alle Olimpiadi invernali

Bamyam, due ore di viaggio da Kabul, ospita da quattro anni gli 'Afghan ski challenge', pionieristici campionati nazionali di sci realizzati con mezzi di fortuna. Il campione è un ragazzo di 24 anni, guida alpina ed ex pastore, che vuole i Giochi 2018 FOTO
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KABUL - Pochi sentieri, tanta luce, monti a perdita d'occhio e una neve "che arriva passando il deserto, si asciuga prima di cadere, e quando scende rimane polvere per un mese intero". Il paradiso degli scialpinisti è qui, a Bamyan, terra di poche anime e tante pecore nel cuore dell'Afghanistan, 5mila chilometri dalle nostre Alpi e due ore di viaggio da Kabul. È qui, a ogni inizio marzo da quattro anni, che si disputano gli "Afghan ski challenge", una sorta di pionieristici assoluti nazionali di sci senza impianti di risalita, né cancelletti di partenza, né piste battute, con pochi mezzi ma tanta passione. Ed è qui - a tre anni dai prossimi Giochi invernali, PyeongChang 2018 - che è nato, cresciuto e sta coltivando il sogno di partecipare a un'Olimpiade il "campione afgano in carica", Alishah Farang: un ventiquattrenne che di mestiere fa la guida alpina (il primo afgano dei suoi monti a diventarlo) e i…
KABUL - Pochi sentieri, tanta luce, monti a perdita d'occhio e una neve "che arriva passando il deserto, si asciuga prima di cadere, e quando scende rimane polvere per un mese intero". Il paradiso degli scialpinisti è qui, a Bamyan, terra di poche anime e tante pecore nel cuore dell'Afghanistan, 5mila chilometri dalle nostre Alpi e due ore di viaggio da Kabul. È qui, a ogni inizio marzo da quattro anni, che si disputano gli "Afghan ski challenge", una sorta di pionieristici assoluti nazionali di sci senza impianti di risalita, né cancelletti di partenza, né piste battute, con pochi mezzi ma tanta passione. Ed è qui - a tre anni dai prossimi Giochi invernali, PyeongChang 2018 - che è nato, cresciuto e sta coltivando il sogno di partecipare a un'Olimpiade il "campione afgano in carica", Alishah Farang: un ventiquattrenne che di mestiere fa la guida alpina (il primo afgano dei suoi monti a diventarlo) e i primi sci ai piedi, "due tavole di legno legate agli scarponi", li ha messi neanche cinque anni fa.

Infanzia da pastore, 24 anni che potrebbero essere anche 25, o 23 (sa solo di esser nato "quando è morto il vecchio mullah del villaggio": i suoi genitori si ricordano solo che era inverno, l'età la calcola a spanne), per vincere l'Afghan ski challenge 2015 Farang è partito di prima mattina, lo scorso 2 marzo,  da un passo a quota 2600, nella valle di Koh-e-Baba, insieme ad altri 30 atleti afgani di tutte le età e tutti gli equipaggiamenti. Eroi di una gara al sapore di impresa d'altri tempi, un percorso che mixa sci alpino e scialpinismo per 1200 metri di dislivello e 5 chilometri complessivi nella natura più selvaggia, dove tutto "è organizzato all'afgana:  -  ridono gli organizzatori  -  arrangiandosi come si può".

Lo striscione dello "start"  è un lenzuolo con le bandiere di Afghanistan e Svizzera (Sankt Moritz e altri sponsor elvetici sono di fatto co-fondatori e sostenitori della manifestazione) disegnate a mano, lo stesso vale per le pettorine dei partecipanti, per ritrovarsi e allestire l'area di partenza si sale tutti insieme in fila indiana, atleti, organizzatori e tifosi: chi con gli sci in spalla, chi con gli sci ai piedi e le pelli di foca, qualche fortunato su una vecchia motocicletta trasformata in motoslitta e adibita al trasporto dell'attrezzatura di gara. Le porte per la discesa, i pali del traguardo, il podio sgangherato sul quale saliranno i migliori, quando c'è spazio anche gli sci di legno dei tifosi più piccoli, tavole sagomate a colpi di accetta con cui stanno crescendo i futuri sciatori del domani.

Coppa del più veloce in mano e un inglese che utilizza come fosse una spezia preziosa, conquistato "una parola alla volta,  -  racconta Alishah  -  parlando con gli stranieri che capitavano da queste parti", la nuova vita da sciatore di questo pastore di montagna è il simbolo e risultato più bello di un sogno chiamato Bamyan Ski Club: un progetto internazionale che sta lentamente trasformando questa località a quota duemila nel cuore dell'Hindu Kush in stazione sciistica del futuro, studiato per fare del turismo sostenibile la migliore alternativa a guerra e fame, insegnare la cultura dello sci agli abitanti dei villaggi, e trasformare pastori e contadini  -  uomini, donne, "bambini che già oggi si divertono come matti con rudimentali sci fatti in casa"  -  negli imprenditori del domani.

Una pazza idea a cui ha lavorato per cinque anni, prima di scomparire nel nulla in una giornata di bufera sul Bianco, la scorsa estate, l'italiano Nando Rollando: guida alpina nato pescatore, ligure di Sestri Levante e valdostano di adozione che in Afghanistan aveva trovato casa, un soprannome fascinoso ("ski-mullah") e soprattutto fondato Alpistan, l'Ong che lavora al progetto sul campo e grazie alla quale esiste questa prima forma di primi campionati di sci afgani, e Alishah oggi sa sciare e fare il suo lavoro. Ovvero "portare sui sentieri della zona gruppi di americani, russi, svizzeri, australiani e altri alpinisti che possono permettersi di provare i trekking in Medio Oriente"  -  continua il neo campione afgano  -  farli sciare su nevi mai viste e osservare da lontano le nicchie vuote dei Buddha di Bamiyan, quelli che i talebani fecero saltare in aria quando l'Isis neanche potevamo immaginarlo.

Programma dalla regia multipla (l'Aga Kahn, il governo afgano, Alpistan e la comunità internazionale) che in poco tempo ha messo in moto "un grande processo economico e culturale  -  spiegava Rollando prima della sua scomparsa  -  in grado di far emancipare le donne, far crescere il paese, e mettere i ragazzi nelle condizioni di poter non pensare alla guerra", alla trasformazione turistica della valle la guida alpina ligure aveva affiancato tre anni fa anche Avalanche Mission: progetto parallelo di prevenzione delle valanghe e di formazione di un primo nucleo di soccorso alpino nazionale, in un paese in cui solo nelle ultime due settimane sono morte sotto le slavine quasi 200 persone. Un'ulteriore, ambiziosa, visionaria idea che nell'estate del 2013  -  tra le altre cose  -  ha permesso a Farang di conoscere "una minima parte" del mondo che si trova al di là dei suoi monti, l'Italia: "prima a Trento, da studente del corso dello staff antivalanghe del Soccorso Alpino,  -  ricorda l'afgano  -  e poi Aosta, Milano e Sestri Levante, dove per la prima volta ho visto il mare".

Un viaggio di formazione a cui questo inverno è seguito un soggiorno di due mesi a Sankt Moritz, ospite della località svizzera "per allenarsi e promuovere lo scambio interculturale con Bamiyan", e a cui tutta la vallata di Koh-e-Baba spera, tra tre anni, possa seguire una spedizione a cinque cerchi in Corea, destinazione PyeongChang. Il 2018 è lontano, la federazione degli sport invernali afgana è stata appena istituita e "le Olimpiadi sono per ora solo un sogno  -  ammette Alishah  -  ma sono cresciuto su piste e sentieri di questi monti, andando e tornando a piedi da scuola, ogni giorno sei ore di cammino, e penso che nulla sia impossibile". Tantomeno tra i villaggi di montagna dove l'importante è l'essenziale, le ore passano lente, "e per esser bravi a sciare occorre solo non aver paura, e aver voglia di andare veloci".

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