ROMA – Nel calcio vincono i più forti e i più ricchi? Non sempre. La storia del pallone insegna come ci siano state imprese contro pronostico, alcune delle quali entrate di diritto nella categoria delle vere e proprie leggende. E il libro ”Outisder”, scritto da Diego Mariotttini, giornalista e attualmente responsabile della comunicazione sportiva dell’Università degli Studi Roma Tre, racconta proprio otto di queste epiche imprese, tra cui anche quelle di Roma, Lazio e Torino. La prefazione del libro è stata curata da Roberto Mancini, che arricchisce il volume di un importante contributo di esperienza.
LE STORIE – Queste le otto storie protagoniste nel libro. L’Atalanta, squadra di serie B quasi finalista della Coppa delle Coppe; il Nottingham Forest che in due anni passa dalla Second Division inglese alla conquista della Coppa dei Campioni; la Roma semifinalista di Coppa delle Coppe contro ogni pronostico; l’Atletico Bilbao, formazione di soli giocatori baschi, che stupisce tutti sfiorando la conquista della Coppa Uefa e dimostrando che si può fare calcio con pochi soldi e molte idee; il Torino di Mondonico, a cui solo la malasorte e un Ajax cinico, impediscono di vincere la Coppa Uefa; la Danimarca che, richiamata all’ultimo momento a disputare i Campionati Europei, li vince incredibilmente, la Lazio semifinalista di Coppa Uefa nonostante l’assenza di un presidente e con la società sull’orlo del fallimento; il Bastia, piccola formazione corsa che arriva a disputare la finale di Coppa Uefa contro il Psv Eindhoven, la squadra del colosso tecnologico della Philips. Non vincerà, ma tutti ancor oggi ricordano il Bastia finalista, non certo il Psv campione.
Abbiamo incontrato proprio Diego Mariottini, autore del libro. Come ti è venuta l’idea di scrivere questo volume e, in particolare, la scelta delle 8 imprese da raccontare?
”Le imprese di squadre cosiddette “minori” (che poi minori non sono) sono trattate dai media e dalla stessa letteratura in modo spesso compassionevole. Sono invece grandi storie che contengono in sé grandi insegnamenti, i valori più autentici dello sport, e che vengono ridotte a un semplice Davide contro Golia. “Outsider” ha voluto ribaltare una visione così angusta e, in fondo, così conservatrice. Le grandi imprese stanno lì a dirci che ciò che è successo una volta – proprio perché è successo – può ricapitare in teoria sempre. Bisogna volerlo davvero e lavorare, lavorare, lavorare. Si può essere grandi anche senza i miliardi, ma con il cuore e con l’intelligenza, perché il potere è essenzialmente uno state of mind e tutti coloro che veramente vogliono, possono acquisirlo. E quel potere lì non te lo può togliere nessuno. La forza economica, così come la povertà, sono spesso alibi. Raccontare è estirpare rassegnazione in chi legge. Nello sport, come nella vita, si possono ottenere grandi risultati ed essere un esempio per gli altri, anche se non si alza una coppa. Le 8 imprese che ho scelto sono storie conosciute ma poco approfondite, ricche di significati che vanno oltre lo sport. Senza nemmeno farlo apposta invadono anche la politica, la finanza, la dimensione sociale, la vita comune della gente comune. Sono, per l’appunto, grandi esempi”.
Quale tra queste è quella che ti ha emozionato di più se dovessi sceglierne una?
”Per scrivere una storia, prima bisogna conoscerla a fondo. Nel fare mia la vicenda e nell’intersecarla all’interno di una dimensione sociale, le 8 storie di ”Outsider” hanno rappresentato per me 8 grandi emozioni. Ebbene, mi sono ritrovato a fare le 5 di mattina senza nemmeno accorgermi del sonno che perdevo. Se ne dovessi scegliere davvero una, c’è una storia che mi ha appassionato perfino più delle altre: la vicenda dell’Athletic Bilbao, la squadra basca, orgoglio della sua terra, che nel 1977 contro ogni pronostico è finalista di Coppa UEFA contro la Juventus. Dietro quella vicenda di ricostruisce un’epopea storica, addirittura l’identità visiva di un popolo che di spagnolo non ha nulla, nemmeno la lingua madre, ma che si sente incastrato da sempre in una realtà che non sente sua. Ma non voglio entrare in una disamina politica. Ciò che è bello leggere, sentire, riportare, è il sentimento. Quell’edizione della Coppa UEFA non viene ricordata per via della Juventus che l’ha vinta ma per il Bilbao che è arrivato in finale. E la gente bilbaina era ugualmente felice: addirittura un tifoso, uscendo dallo stadio esclama: ”La cosa incredibile non è aver perso la finale, la cosa davvero incredibile è averla giocata”. Finché ci sarà qualcuno che pensa così, forse il calcio avrà ancora la possibilità di salvarsi. I soldi fanno girare il mondo, è vero, ma sono i sentimenti a tenere il pianeta terra in piedi. Senza sentimenti di solito non si commettono grandi errori, ma senza errori non si corre mai il rischio di essere felici. Comunque sia andata”.
Raccontaci in dettaglio quelle relative a Roma e Lazio.
”In “Outsider” la Roma e la Lazio vengono chiamate in causa in due momenti storici del tutto differenti. Nel 1970 la squadra giallorossa è una realtà da mezza classifica e che ha vinto poco e nulla. Nel 1969, grazie alla controversa figura dell’allenatore Helenio Herrera, vince la sua prima Coppa Italia, garantendosi così il diritto di disputare la Coppa delle Coppe 1969/70. È davvero un’outsider perché nessuno scommetterebbe un soldo sulla Roma, che nel panorama internazionale di quel momento viene considerata poco più che un’intrusa. E invece la squadra giallorossa, complice anche un pò di necessaria buona sorte, arriva addirittura in semifinale, dove la aspetta una squadra polacca che in quegli anni rappresentava un calcio emergente su scala continentale: il Gornik Zazbre. Il racconto di quel truplo confronto e l’esito finale è degno di un thriller. Non anticipo nulla. La Lazio del 2002/3 è al centro di una vicenda completamente diversa. La società biancoceleste è al centro di una crisi finanziaria tremenda dopo il decennio di fasti dell’era Cragnotti. I giocatori migliori sono stati venduti per cercare di far cassa e chi è rimasto non percepisce lo stipendio da mesi. Una situazione del genere sarebbe letale per qualsiasi allenatore. Non per Roberto Mancini. Il Mancio prende un gruppo allo sbando e ne fa una squadra. Una squadra vera, vincente, che a detta di tutti in quell’anno gioca il calcio più bello. Nonostante la Lazio sia una sorta di nave senza nocchiero (non ha un presidente) la “banda Mancini” ottiene un quarto posto in campionato che dell’incredibile ed arriva in semifinale di Coppa UEFA. Si dovrà arrendere al Porto di un allora emergente Josè Mourinho ma alla fine di quella stagione la Lazio e soprattutto il suo allenatore avranno dato un grande esempio a tutti: si può fare grande calcio anche senza percepire uno stipendio, quando c’è un gruppo unito che crede nei valori di una squadra. È per questo che ho chiesto a Roberto Mancini di scrivere la prefazione del libro”.
A proposito di Mancini, come è nata la collaborazione con Roberto e pensi che potrà riportare l’Inter a grandi livelli?
”In teoria Roberto Mancini è antitetico al concetto di ”Outsider”: è un leader e un vincente nato, ma non lo è per infusione dello spirito santo. Lo è perché ha lavorato, perché non ha mai accettato di essere una mezza figura. Perché ha sempre saputo di avere talento e che il talento non si spreca. È ovvio che non tutti possono essere Mancini, ma se ognuno valorizza ciò che ha in dotazione, avrà assecondato lo sport nella sua essenza. Non credo che sia casuale se uno come lui, dopo avere letto il piano dell’opera, ha accettato di scrivere la prefazione. I campioni conoscono molto bene la fatica, il peso e il valore di un’impresa sportiva. Quello che ci vuole per formare una squadra e per creare i presupposti di un percorso positivo. A prescindere dal risultato finale. Sono convinto che se l’Inter saprà recepire anche solo una parte di ciò che il Mancio sa trasmettere in campo e durante la settimana, questo sarà soltanto un anno di transizione per i colori nerazzurri”.
LE STORIE – Queste le otto storie protagoniste nel libro. L’Atalanta, squadra di serie B quasi finalista della Coppa delle Coppe; il Nottingham Forest che in due anni passa dalla Second Division inglese alla conquista della Coppa dei Campioni; la Roma semifinalista di Coppa delle Coppe contro ogni pronostico; l’Atletico Bilbao, formazione di soli giocatori baschi, che stupisce tutti sfiorando la conquista della Coppa Uefa e dimostrando che si può fare calcio con pochi soldi e molte idee; il Torino di Mondonico, a cui solo la malasorte e un Ajax cinico, impediscono di vincere la Coppa Uefa; la Danimarca che, richiamata all’ultimo momento a disputare i Campionati Europei, li vince incredibilmente, la Lazio semifinalista di Coppa Uefa nonostante l’assenza di un presidente e con la società sull’orlo del fallimento; il Bastia, piccola formazione corsa che arriva a disputare la finale di Coppa Uefa contro il Psv Eindhoven, la squadra del colosso tecnologico della Philips. Non vincerà, ma tutti ancor oggi ricordano il Bastia finalista, non certo il Psv campione.
Abbiamo incontrato proprio Diego Mariottini, autore del libro. Come ti è venuta l’idea di scrivere questo volume e, in particolare, la scelta delle 8 imprese da raccontare?
”Le imprese di squadre cosiddette “minori” (che poi minori non sono) sono trattate dai media e dalla stessa letteratura in modo spesso compassionevole. Sono invece grandi storie che contengono in sé grandi insegnamenti, i valori più autentici dello sport, e che vengono ridotte a un semplice Davide contro Golia. “Outsider” ha voluto ribaltare una visione così angusta e, in fondo, così conservatrice. Le grandi imprese stanno lì a dirci che ciò che è successo una volta – proprio perché è successo – può ricapitare in teoria sempre. Bisogna volerlo davvero e lavorare, lavorare, lavorare. Si può essere grandi anche senza i miliardi, ma con il cuore e con l’intelligenza, perché il potere è essenzialmente uno state of mind e tutti coloro che veramente vogliono, possono acquisirlo. E quel potere lì non te lo può togliere nessuno. La forza economica, così come la povertà, sono spesso alibi. Raccontare è estirpare rassegnazione in chi legge. Nello sport, come nella vita, si possono ottenere grandi risultati ed essere un esempio per gli altri, anche se non si alza una coppa. Le 8 imprese che ho scelto sono storie conosciute ma poco approfondite, ricche di significati che vanno oltre lo sport. Senza nemmeno farlo apposta invadono anche la politica, la finanza, la dimensione sociale, la vita comune della gente comune. Sono, per l’appunto, grandi esempi”.
Quale tra queste è quella che ti ha emozionato di più se dovessi sceglierne una?
”Per scrivere una storia, prima bisogna conoscerla a fondo. Nel fare mia la vicenda e nell’intersecarla all’interno di una dimensione sociale, le 8 storie di ”Outsider” hanno rappresentato per me 8 grandi emozioni. Ebbene, mi sono ritrovato a fare le 5 di mattina senza nemmeno accorgermi del sonno che perdevo. Se ne dovessi scegliere davvero una, c’è una storia che mi ha appassionato perfino più delle altre: la vicenda dell’Athletic Bilbao, la squadra basca, orgoglio della sua terra, che nel 1977 contro ogni pronostico è finalista di Coppa UEFA contro la Juventus. Dietro quella vicenda di ricostruisce un’epopea storica, addirittura l’identità visiva di un popolo che di spagnolo non ha nulla, nemmeno la lingua madre, ma che si sente incastrato da sempre in una realtà che non sente sua. Ma non voglio entrare in una disamina politica. Ciò che è bello leggere, sentire, riportare, è il sentimento. Quell’edizione della Coppa UEFA non viene ricordata per via della Juventus che l’ha vinta ma per il Bilbao che è arrivato in finale. E la gente bilbaina era ugualmente felice: addirittura un tifoso, uscendo dallo stadio esclama: ”La cosa incredibile non è aver perso la finale, la cosa davvero incredibile è averla giocata”. Finché ci sarà qualcuno che pensa così, forse il calcio avrà ancora la possibilità di salvarsi. I soldi fanno girare il mondo, è vero, ma sono i sentimenti a tenere il pianeta terra in piedi. Senza sentimenti di solito non si commettono grandi errori, ma senza errori non si corre mai il rischio di essere felici. Comunque sia andata”.
Raccontaci in dettaglio quelle relative a Roma e Lazio.
”In “Outsider” la Roma e la Lazio vengono chiamate in causa in due momenti storici del tutto differenti. Nel 1970 la squadra giallorossa è una realtà da mezza classifica e che ha vinto poco e nulla. Nel 1969, grazie alla controversa figura dell’allenatore Helenio Herrera, vince la sua prima Coppa Italia, garantendosi così il diritto di disputare la Coppa delle Coppe 1969/70. È davvero un’outsider perché nessuno scommetterebbe un soldo sulla Roma, che nel panorama internazionale di quel momento viene considerata poco più che un’intrusa. E invece la squadra giallorossa, complice anche un pò di necessaria buona sorte, arriva addirittura in semifinale, dove la aspetta una squadra polacca che in quegli anni rappresentava un calcio emergente su scala continentale: il Gornik Zazbre. Il racconto di quel truplo confronto e l’esito finale è degno di un thriller. Non anticipo nulla. La Lazio del 2002/3 è al centro di una vicenda completamente diversa. La società biancoceleste è al centro di una crisi finanziaria tremenda dopo il decennio di fasti dell’era Cragnotti. I giocatori migliori sono stati venduti per cercare di far cassa e chi è rimasto non percepisce lo stipendio da mesi. Una situazione del genere sarebbe letale per qualsiasi allenatore. Non per Roberto Mancini. Il Mancio prende un gruppo allo sbando e ne fa una squadra. Una squadra vera, vincente, che a detta di tutti in quell’anno gioca il calcio più bello. Nonostante la Lazio sia una sorta di nave senza nocchiero (non ha un presidente) la “banda Mancini” ottiene un quarto posto in campionato che dell’incredibile ed arriva in semifinale di Coppa UEFA. Si dovrà arrendere al Porto di un allora emergente Josè Mourinho ma alla fine di quella stagione la Lazio e soprattutto il suo allenatore avranno dato un grande esempio a tutti: si può fare grande calcio anche senza percepire uno stipendio, quando c’è un gruppo unito che crede nei valori di una squadra. È per questo che ho chiesto a Roberto Mancini di scrivere la prefazione del libro”.
A proposito di Mancini, come è nata la collaborazione con Roberto e pensi che potrà riportare l’Inter a grandi livelli?
”In teoria Roberto Mancini è antitetico al concetto di ”Outsider”: è un leader e un vincente nato, ma non lo è per infusione dello spirito santo. Lo è perché ha lavorato, perché non ha mai accettato di essere una mezza figura. Perché ha sempre saputo di avere talento e che il talento non si spreca. È ovvio che non tutti possono essere Mancini, ma se ognuno valorizza ciò che ha in dotazione, avrà assecondato lo sport nella sua essenza. Non credo che sia casuale se uno come lui, dopo avere letto il piano dell’opera, ha accettato di scrivere la prefazione. I campioni conoscono molto bene la fatica, il peso e il valore di un’impresa sportiva. Quello che ci vuole per formare una squadra e per creare i presupposti di un percorso positivo. A prescindere dal risultato finale. Sono convinto che se l’Inter saprà recepire anche solo una parte di ciò che il Mancio sa trasmettere in campo e durante la settimana, questo sarà soltanto un anno di transizione per i colori nerazzurri”.