ROMA - Ormai il buco da otto milioni di euro non è nemmeno il problema più grave. Certo, chi tra una settimana siederà sulla poltrona di presidente della Federazione italiana sport equestri non potrà non tener conto della voragine lasciata nei bilanci da chi l'ha preceduto. Il suo compito, però, andrà ben oltre il risanamento economico: dovrà rifondare un movimento la cui gestione negli ultimi anni è stata fallimentare, nei conti, appunto, ma soprattutto nei risultati sportivi.
Per una federazione la cui mission è preparare i suoi atleti (cavalli e cavalieri, in questo caso) all'appuntamento olimpico, aver vinto l'ultima medaglia ai Giochi nel 1980 (35 anni fa!!!) vorrà pur dire qualcosa. Avaro di soddisfazioni in tempi recenti anche l'altro grande appuntamento: i World equestrian games. Nell'edizione francese dell'anno scorso l'Italia ha sì incassato due medaglie, ma solo grazie alla tenacia e al talento dell'atleta paralimpica Sara Morganti. Per non parlare del circuito internazionale del salto ostacoli: può anche capitare che un italiano faccia un exploit in un Gran Premio, ma è quasi sempre un caso isolato, un fortunato incrocio di destini tra cavallo e cavaliere. Non si ha mai l'impressione che sia il risultato di una "scuola" italiana che porta i suoi a vincere. Non è un caso che nelle competizioni a squadre le cose vadano ancora peggio: la Coppa delle Nazioni, storica gara a squadre che si svolge nell'ambito del concorso di Piazza di Siena a Roma, non va all'Italia dal 1985. Per una Federazione che si vanta di discendere direttamente da Federico Caprilli (padre dell'equitazione moderna) e di aver avuto maestri come i fratelli D'Inzeo e Graziano Mancinelli è davvero un fallimento.
Poche vittorie significano poca visibilità e anche poca capacità di attrarre i giovani: perché dedicarsi a uno sport dove l'Italia non vince mai? E infatti i tesserati calano e i circoli chiudono. Forse anche perché spaventati dalle voci secondo cui il buco di otto milioni potrebbe (in parte) venire ripianato con un aumento delle quote associative. Fatto sta che sempre meno ragazzi si dedicano all'equitazione. Una giovanissima amazzone qualche giorno fa mi diceva: "Monto a cavallo da 9 anni, conosco molti più ragazzi che hanno smesso di quanti continuino".
In effetti, se si assiste a una lezione di salto ostacoli in un qualunque circolo, si ha l'impressione che l'allievo sia incoraggiato a lasciare più che a proseguire. Si dirà: saltare una barriera alta un metro e venti stando sulla schiena di un animale da 500 kg non è da tutti, è giusto selezionare chi ha le doti caratteriali per farlo. Sarà, ma il mondo dell'equitazione ha fatto grandissimi progressi ovunque, con un approccio essere umano-animale basato su studi etologici. Solo da noi i giovani aspiranti cavalieri (o amazzoni) vengono trattati come reclute di cavalleria e messi in sella senza che abbiano una minima cognizione di cos'è un cavallo.
Ci sono poi quelli che smettono (o nemmeno cominciano) per ragioni economiche. E qui forse c'è il peccato più grave commesso dalle passate dirigenze della Fise: aver lasciato che alcuni istruttori di equitazione svestissero i panni di tecnici ed educatori per vestire quelli dei commercianti di cavalli. Un confine che prima era nettissimo è stato cancellato, producendo danni irreparabili e causando migliaia di abbandoni nell'equitazione. In genere capita quando l'istruttore si avvicina all'allievo e gli dice: "Certo, tu sei molto bravo, ma con il tuo cavallo più di tanto non potrai fare. Ho io quello che fa per te". Ci sono genitori che sono stati convinti a spendere decine di migliaia di euro per mettere a disposizione della loro bambina di undici anni cavalli finalmente competitivi. Naturalmente, il successo non è assicurato e se qualcosa va storto e certamente colpa del cavallo che non era poi così forte... Basta spendere poco di più e se ne può prendere uno davvero vincente.
Questa degenerazione, per fortuna non generalizzata ma molto frequente, ha fatto sì che non si sia lavorato più sulla tecnica dell'atleta (umano) ma che, di fronte a qualunque difficoltà si sia spesso scelta la scorciatoia (e il business) di cambiare cavallo.
Il nuovo presidente della Fise, qualunque sarà l'esito del voto del 30 marzo, non potrà ignorare tutto questo. Cosa potrà fare? Certamente svecchiare un sistema che nel nome di una fraintesa tradizione italiana (Caprilli e D'Inzeo, appunto) ha ignorato le novità degli ultimi decenni, a cominciare dalla doma dolce messa a punto negli Stati Uniti da personaggi come Ray Hunt o Monty Roberts. Dovrebbe porre fine all'ambiguità istruttore/commerciante. Potrebbe, infine, far tornare a essere l'Italia una terra di cavalli. Un cavallo in ogni casa di campagna, per fare in modo che l'equitazione ricominci a essere uno sport praticato da milioni di persone normali e non da pochi facoltosi che possono spendere per un cavallo l'equivalente di uno stipendio di un operaio. E poco importa se quei milioni di italiani andranno a cavallo solo per fare passeggiate nei boschi. Prima o poi tra loro sbocceranno quei talenti capaci di tornare a vincere medaglie, talenti che si costruiscono con in grandi numeri e non con il denaro.
Certo, ci vorrebbe una pianificazione di decenni. I due anni che il prossimo presidente della Fise avrà a disposizione, dal 30 marzo prossimo alle Olimpiadi brasiliane, non basteranno.
Per una federazione la cui mission è preparare i suoi atleti (cavalli e cavalieri, in questo caso) all'appuntamento olimpico, aver vinto l'ultima medaglia ai Giochi nel 1980 (35 anni fa!!!) vorrà pur dire qualcosa. Avaro di soddisfazioni in tempi recenti anche l'altro grande appuntamento: i World equestrian games. Nell'edizione francese dell'anno scorso l'Italia ha sì incassato due medaglie, ma solo grazie alla tenacia e al talento dell'atleta paralimpica Sara Morganti. Per non parlare del circuito internazionale del salto ostacoli: può anche capitare che un italiano faccia un exploit in un Gran Premio, ma è quasi sempre un caso isolato, un fortunato incrocio di destini tra cavallo e cavaliere. Non si ha mai l'impressione che sia il risultato di una "scuola" italiana che porta i suoi a vincere. Non è un caso che nelle competizioni a squadre le cose vadano ancora peggio: la Coppa delle Nazioni, storica gara a squadre che si svolge nell'ambito del concorso di Piazza di Siena a Roma, non va all'Italia dal 1985. Per una Federazione che si vanta di discendere direttamente da Federico Caprilli (padre dell'equitazione moderna) e di aver avuto maestri come i fratelli D'Inzeo e Graziano Mancinelli è davvero un fallimento.
Poche vittorie significano poca visibilità e anche poca capacità di attrarre i giovani: perché dedicarsi a uno sport dove l'Italia non vince mai? E infatti i tesserati calano e i circoli chiudono. Forse anche perché spaventati dalle voci secondo cui il buco di otto milioni potrebbe (in parte) venire ripianato con un aumento delle quote associative. Fatto sta che sempre meno ragazzi si dedicano all'equitazione. Una giovanissima amazzone qualche giorno fa mi diceva: "Monto a cavallo da 9 anni, conosco molti più ragazzi che hanno smesso di quanti continuino".
In effetti, se si assiste a una lezione di salto ostacoli in un qualunque circolo, si ha l'impressione che l'allievo sia incoraggiato a lasciare più che a proseguire. Si dirà: saltare una barriera alta un metro e venti stando sulla schiena di un animale da 500 kg non è da tutti, è giusto selezionare chi ha le doti caratteriali per farlo. Sarà, ma il mondo dell'equitazione ha fatto grandissimi progressi ovunque, con un approccio essere umano-animale basato su studi etologici. Solo da noi i giovani aspiranti cavalieri (o amazzoni) vengono trattati come reclute di cavalleria e messi in sella senza che abbiano una minima cognizione di cos'è un cavallo.
Ci sono poi quelli che smettono (o nemmeno cominciano) per ragioni economiche. E qui forse c'è il peccato più grave commesso dalle passate dirigenze della Fise: aver lasciato che alcuni istruttori di equitazione svestissero i panni di tecnici ed educatori per vestire quelli dei commercianti di cavalli. Un confine che prima era nettissimo è stato cancellato, producendo danni irreparabili e causando migliaia di abbandoni nell'equitazione. In genere capita quando l'istruttore si avvicina all'allievo e gli dice: "Certo, tu sei molto bravo, ma con il tuo cavallo più di tanto non potrai fare. Ho io quello che fa per te". Ci sono genitori che sono stati convinti a spendere decine di migliaia di euro per mettere a disposizione della loro bambina di undici anni cavalli finalmente competitivi. Naturalmente, il successo non è assicurato e se qualcosa va storto e certamente colpa del cavallo che non era poi così forte... Basta spendere poco di più e se ne può prendere uno davvero vincente.
Questa degenerazione, per fortuna non generalizzata ma molto frequente, ha fatto sì che non si sia lavorato più sulla tecnica dell'atleta (umano) ma che, di fronte a qualunque difficoltà si sia spesso scelta la scorciatoia (e il business) di cambiare cavallo.
Il nuovo presidente della Fise, qualunque sarà l'esito del voto del 30 marzo, non potrà ignorare tutto questo. Cosa potrà fare? Certamente svecchiare un sistema che nel nome di una fraintesa tradizione italiana (Caprilli e D'Inzeo, appunto) ha ignorato le novità degli ultimi decenni, a cominciare dalla doma dolce messa a punto negli Stati Uniti da personaggi come Ray Hunt o Monty Roberts. Dovrebbe porre fine all'ambiguità istruttore/commerciante. Potrebbe, infine, far tornare a essere l'Italia una terra di cavalli. Un cavallo in ogni casa di campagna, per fare in modo che l'equitazione ricominci a essere uno sport praticato da milioni di persone normali e non da pochi facoltosi che possono spendere per un cavallo l'equivalente di uno stipendio di un operaio. E poco importa se quei milioni di italiani andranno a cavallo solo per fare passeggiate nei boschi. Prima o poi tra loro sbocceranno quei talenti capaci di tornare a vincere medaglie, talenti che si costruiscono con in grandi numeri e non con il denaro.
Certo, ci vorrebbe una pianificazione di decenni. I due anni che il prossimo presidente della Fise avrà a disposizione, dal 30 marzo prossimo alle Olimpiadi brasiliane, non basteranno.