Da La Motta a Mennea, per gli attori è dura diventare 'campioni'
di ENRICO SISTISpesso gli idoli dello sport sono prestati al cinema, ma il percorso inverso è sempre molto più complicato. Tanti grandi interpreti del grande e piccolo schermo hanno dovuto fare fatica, evitando spesso la somiglianza a tutti i costi, per inquadrare il personaggio FOTO
"No Bob, non seguire lui, per carità, non stare lì ad angosciarti preoccupandoti di cosa avrebbe fatto lui, pensa a te!". Martin Scorsese stava girando Toro scatenato. De Niro era magro, aveva le costole che gli spuntavano dalla pelle della schiena: "Non farti fregare dall'entusiasmo, non c'è nessuno che può paragonarti a Jake!". Ecco il segreto: per essere un altro, non puoi dimenticare te stesso. Il mondo dello sport è spietato, quando cerchi di descriverlo attraverso una sceneggiatura originale è un'anguilla, sfugge, manca sempre qualcosa, a volte la cosa più importante. Solo qualche volta il trucco funziona. Di solito accade quando una storia ricostruita, nel tempo, prevale sui motivi che l'avevano generata: è sensato supporre che Robert De Niro nei panni di Jake La Motta, essendo trascorsi 35 anni dall'uscita di Toro scatenato, sia diventato più famoso dello stesso La Motta, la …
"No Bob, non seguire lui, per carità, non stare lì ad angosciarti preoccupandoti di cosa avrebbe fatto lui, pensa a te!". Martin Scorsese stava girando Toro scatenato. De Niro era magro, aveva le costole che gli spuntavano dalla pelle della schiena: "Non farti fregare dall'entusiasmo, non c'è nessuno che può paragonarti a Jake!". Ecco il segreto: per essere un altro, non puoi dimenticare te stesso. Il mondo dello sport è spietato, quando cerchi di descriverlo attraverso una sceneggiatura originale è un'anguilla, sfugge, manca sempre qualcosa, a volte la cosa più importante. Solo qualche volta il trucco funziona. Di solito accade quando una storia ricostruita, nel tempo, prevale sui motivi che l'avevano generata: è sensato supporre che Robert De Niro nei panni di Jake La Motta, essendo trascorsi 35 anni dall'uscita di Toro scatenato, sia diventato più famoso dello stesso La Motta, la cui vicenda agonistica, per paradosso che sia, rischia di essere ormai percepita come la miccia di un capolavoro, non un capolavoro che ha ispirato un grande momento della narrativa moderna. Ma è un caso, forse unico. La finzione non fa prigionieri. Per fortuna di chi si cimenta sul ring portandosi dietro una macchina da ripresa in spalla, la boxe americana, che è il blues dello sport, va oltre l'immagine. Essa ha creato la propria mitologia prima della nascita della cultura di massa, prima del sempre più agevole, o stucchevole, accesso alle informazioni, prima che la rete rendesse i volti dei protagonisti reperibili in qualunque momento e talmente familiari (così come accade per una canzone) da pensare: "Veramente c'è stato un momento in cui "tizio" non esisteva? C'è stata un'epoca in cui Yesterday non poteva essere cantata semplicemente perché non c'era ancora?
Il cantante è sempre un po' attore, diceva Frank Sinatra. Ed è vero anche il contrario. Si contano centinaia di attori americani che cantavano (soprattutto fra anni Quaranta e Cinquanta) da professionisti. Ma cinema e musica sono fratello e sorella. Lo sport è un parente alla lontana che quando viene a farti visita non vedi l'ora che se ne torni a casetta sua. L'attore può essere atletico, ma non sportivo, non un agonista. Un agonista può essere prestato al cinema (pensate a Weissmüller o se vogliamo a Bud Spencer), raramente un attore riesce a calarsi nei panni di un agonista. E raramente, a meno di non essere Scorsese, che guarda caso è riuscito a rendere la durezza della boxe e del blues senza perdere la propria identità di narratore, troviamo registi capaci di resistere alla tentazione di "usare" un atleta, di dimenticare del tutto o in parte la sua lotta con la fatica e le ragioni che l'hanno reso grande, per descriverlo alla luce dei sentimenti, immaginando di servire un pubblico più ampio (ma a quale prezzo?). Scorsese si è rimesso in gioco. La partita è dura almeno il triplo. Dopo 35 anni il 72enne regista italo-americano torna a raccontare la boxe con un bio-pic su Mike Tyson, che sullo schermo avrà il volto di Jamie Foxx. Il cinema è pura coazione a ripetere, sempre gli stessi volti ti obbligano a far finta di non averli mai visti prima. Qualcuno potrebbe obiettare: ma perché Tyson dovrebbe avere la stessa faccia di Ray Charles? E' il prezzo della finzione di cui sopra. Più le facce dei campioni dello sport hanno modo e tempo di circolare (lo è meno quando i protagonisti raccontati non avevano avuto una diffusione planetaria, è il caso di Momenti di gloria), più sarà difficile presentarsi con connotati diversi, movimenti diversi, bio-meccaniche improvvisate.
Più i loro corpi hanno fatto storia, pensate alle gambette della Comaneci (interpretata sullo schermo da Izabela Moldovan) o ai polpacci di Gino Bartali (Pierfrancesco Favino), più quei corpi (interi) occorrerà raccontare, non la sola faccia, quindi non basteranno storyboard e trucco. Dopo aver accettato di interpretare Muhammad Ali, Will Smith venne assalito dai dubbi: "E se fosse una gran cavolata quella che sto facendo?". La tecnica di base non sempre si impara: Marco Leonardi nemmeno provò a emulare Diego Maradona, Beppe Fiorello non provò neanche per cinque minuti a somigliare calcisticamente a Valentino Mazzola, a Luigi Lo Cascio non serviva allenare il sistema aerobico per migliorare la propria versione di Dorando Pietri, Michele Riondino non avrebbe mai potuto diventare veramente Mennea perché in fondo lo stesso Pietro ignorava il modo in cui, nascosti in un quel suo fisico tutt'altro che hollywoodiano, si combinavano misteriosamente valori e doti, "stiffness", rapidità, capacità di resistenza alla velocità, disponibilità al sacrificio.
Quando cinema e televisione entrano nello sport della fatica e dei successi, nello sport di altissimo livello, spesso entrano a gamba tesa. Nel 95% dei casi di "fiction", quindi escludiamo i documentari, davanti al prodotto finito diciamo: facciamo a fidarsi perché di più (forse) è quasi impossibile. A meno di non concepire bio-pic indiretti (come fu per Lassù qualcuno mi ama, dove Paul Newman incarnava Rocky Graziano) o di spostare l'attenzione su qualche altro personaggio o su qualche altro tema (il rugbista sudafricano Pienaar in Invictus di Eastwood). Lo sport è cattivo. Se lo racconti scappa. Se lo prendi tutto è troppo pesante. Se ne prendi un pezzo si stacca. Se non ci provi ti resta il dubbio: e se avessi scritto una sceneggiatura sulla strage di Dumblane in cui rimase per miracolo non rimase coinvolto il piccolo Andy Murray?
Il cantante è sempre un po' attore, diceva Frank Sinatra. Ed è vero anche il contrario. Si contano centinaia di attori americani che cantavano (soprattutto fra anni Quaranta e Cinquanta) da professionisti. Ma cinema e musica sono fratello e sorella. Lo sport è un parente alla lontana che quando viene a farti visita non vedi l'ora che se ne torni a casetta sua. L'attore può essere atletico, ma non sportivo, non un agonista. Un agonista può essere prestato al cinema (pensate a Weissmüller o se vogliamo a Bud Spencer), raramente un attore riesce a calarsi nei panni di un agonista. E raramente, a meno di non essere Scorsese, che guarda caso è riuscito a rendere la durezza della boxe e del blues senza perdere la propria identità di narratore, troviamo registi capaci di resistere alla tentazione di "usare" un atleta, di dimenticare del tutto o in parte la sua lotta con la fatica e le ragioni che l'hanno reso grande, per descriverlo alla luce dei sentimenti, immaginando di servire un pubblico più ampio (ma a quale prezzo?). Scorsese si è rimesso in gioco. La partita è dura almeno il triplo. Dopo 35 anni il 72enne regista italo-americano torna a raccontare la boxe con un bio-pic su Mike Tyson, che sullo schermo avrà il volto di Jamie Foxx. Il cinema è pura coazione a ripetere, sempre gli stessi volti ti obbligano a far finta di non averli mai visti prima. Qualcuno potrebbe obiettare: ma perché Tyson dovrebbe avere la stessa faccia di Ray Charles? E' il prezzo della finzione di cui sopra. Più le facce dei campioni dello sport hanno modo e tempo di circolare (lo è meno quando i protagonisti raccontati non avevano avuto una diffusione planetaria, è il caso di Momenti di gloria), più sarà difficile presentarsi con connotati diversi, movimenti diversi, bio-meccaniche improvvisate.
Più i loro corpi hanno fatto storia, pensate alle gambette della Comaneci (interpretata sullo schermo da Izabela Moldovan) o ai polpacci di Gino Bartali (Pierfrancesco Favino), più quei corpi (interi) occorrerà raccontare, non la sola faccia, quindi non basteranno storyboard e trucco. Dopo aver accettato di interpretare Muhammad Ali, Will Smith venne assalito dai dubbi: "E se fosse una gran cavolata quella che sto facendo?". La tecnica di base non sempre si impara: Marco Leonardi nemmeno provò a emulare Diego Maradona, Beppe Fiorello non provò neanche per cinque minuti a somigliare calcisticamente a Valentino Mazzola, a Luigi Lo Cascio non serviva allenare il sistema aerobico per migliorare la propria versione di Dorando Pietri, Michele Riondino non avrebbe mai potuto diventare veramente Mennea perché in fondo lo stesso Pietro ignorava il modo in cui, nascosti in un quel suo fisico tutt'altro che hollywoodiano, si combinavano misteriosamente valori e doti, "stiffness", rapidità, capacità di resistenza alla velocità, disponibilità al sacrificio.
Quando cinema e televisione entrano nello sport della fatica e dei successi, nello sport di altissimo livello, spesso entrano a gamba tesa. Nel 95% dei casi di "fiction", quindi escludiamo i documentari, davanti al prodotto finito diciamo: facciamo a fidarsi perché di più (forse) è quasi impossibile. A meno di non concepire bio-pic indiretti (come fu per Lassù qualcuno mi ama, dove Paul Newman incarnava Rocky Graziano) o di spostare l'attenzione su qualche altro personaggio o su qualche altro tema (il rugbista sudafricano Pienaar in Invictus di Eastwood). Lo sport è cattivo. Se lo racconti scappa. Se lo prendi tutto è troppo pesante. Se ne prendi un pezzo si stacca. Se non ci provi ti resta il dubbio: e se avessi scritto una sceneggiatura sulla strage di Dumblane in cui rimase per miracolo non rimase coinvolto il piccolo Andy Murray?