"Io, senza una gamba, nuoto da Cuba a Miami: contro squali e pregiudizi"
di GABRIELE BONINCONTROSalvatore Cimmino, da 10 anni, nuota in tutti i mari del mondo con una missione: da persona amputata vuole sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sulle difficoltà che incontrano le persone disabili, e per rendere accessibili a tutti ausili tecnologici e protesi. Prossimo appuntamento nel maggio 2016 dall'isola caraibica agli Stati Uniti Foto Video 1 / 2
ROMA - Salvatore Cimmino ha una missione: sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni per rendere libere e accessibili a tutti le tecnologia applicate alla disabilità. Per farlo ha scelto il nuoto e le grandi traversate. Per questa missione ("non credo che servirà a me, ma spero che un domani le persone amputate come me possano ottenere qualcosa di importante") da ormai 10 anni nuota in tutte le acque del mondo, ai Caraibi o nel Lago di Goma, in Argentina e in Nuova Zelanda, in Canada e nel Mediterraneo. E si prepara alla prossima tappa, che concluderà l'ambizioso e faticoso progetto di 'A nuoto nei mari del globo', la traversata dall'Avana a Key West, in Florida, (poco meno di 170 chilometri) in programma nella primavera del prossimo anno.
Qual è l'obiettivo del suo progetto?
"Mi sto preparando per Cuba 2016 cercando di mettere insieme le realtà che possano essere interessate: la politica, il mo…
Qual è l'obiettivo del suo progetto?
"Mi sto preparando per Cuba 2016 cercando di mettere insieme le realtà che possano essere interessate: la politica, il mo…
ROMA - Salvatore Cimmino ha una missione: sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni per rendere libere e accessibili a tutti le tecnologia applicate alla disabilità. Per farlo ha scelto il nuoto e le grandi traversate. Per questa missione ("non credo che servirà a me, ma spero che un domani le persone amputate come me possano ottenere qualcosa di importante") da ormai 10 anni nuota in tutte le acque del mondo, ai Caraibi o nel Lago di Goma, in Argentina e in Nuova Zelanda, in Canada e nel Mediterraneo. E si prepara alla prossima tappa, che concluderà l'ambizioso e faticoso progetto di 'A nuoto nei mari del globo', la traversata dall'Avana a Key West, in Florida, (poco meno di 170 chilometri) in programma nella primavera del prossimo anno.
Qual è l'obiettivo del suo progetto?
"Mi sto preparando per Cuba 2016 cercando di mettere insieme le realtà che possano essere interessate: la politica, il mondo industriale e in primis quello della ricerca. Sono le colonne portanti di questo grande cammino nato 10 anni fa. L'obiettivo principale è liberare le tecnologie applicate alla disabilità e renderle accessibili a tutti. Il nostro paese è indietro e in grave ritardo: ancora nel 2015 l'accesso a protesi e ausili, dispositivi fondamentali per le persone amputate, che possono veramente cambiare la loro vita, non è aperto a tutti. Questi ritardi influiscono sulla quotidianità di ogni persona che convive con una disabilità: si vive realmente da emarginati, questa è la motivazione fondamentale che mi spinge. È una problematica che vivo in prima persona sulle mie spalle avendo una disabilità: io ho una gamba sola e ho bisogno di una protesi".
Come ha cominciato? E perché proprio il nuoto?
"Ormai sono 10 anni. Alla fine del 2005 stavo passando una fase veramente dura: non ce la facevo neanche ad alzarmi, l'idea è nata nel mio periodo più buio. Avevo una protesi obsoleta che mi rendeva difficili i movimenti. Ne risentiva anche la mia schiena. Mi consigliarono così la piscina e ho scoperto di saper nuotare. Così, andando avanti e indietro nella vasca, ho capito di avere 'ponti virtuali', che rappresentavano una sorta di congiunzione tra il mondo della disabilità e il mondo civile.
Ma come è scattata l'idea di fare le grandi traversate? Non le è sembrata una 'mission impossible'?
"In quella piscina romana, il 'Green Hill', allenava un ragazzo delle FF. OO., Fabrizio Pandolfi e a lui ho detto per primo questa idea un po' folle: ma lui, invece di darmi del pazzo, mi ha incoraggiato. Da quel momento non è passato molto, non più di 5-6 mesi, e ho fatto la prima traversata: da Capri a Sorrento, 22-24 chilometri. Appena ho finito ho iniziato a elaborare il progetto del Giro d'Italia a nuoto per portare in primo la realtà della disabilità, per cominciare a sensibilizzare le istituzioni locali e nazionali sui nostri problemi. Il Giro è diventato realtà nel 2007: dieci tappe da Genova a Trieste, grazie al contributo fondamentale del Circolo Canottieri Aniene e della Fondazione Roma.
Cosa si prova durante una traversata, in acqua per ore e ore, soli con se stessi e con la propria fatica?
"Dopo qualche chilometro il fisico comincia ad accusare stanchezza e fatica. Quando pensi di non farcela più, quando cominci ad avere l'idea di arrenderti, ti porta avanti la motivazione, è lo stato mentale che ti consente di non mollare: quando ti abbandona il fisico subentra il sistema nervoso. In quel momento, da solo, ti fai domande e ti dai le risposte. Perché lo fai e ti incoraggi. In quei momenti, quando l'acqua è agitata o sotto i 10 gradi, quello che mi ha sorretto sempre e mi ha spinto a continuare sono le state le motivazioni: 'Se arrivo può darsi che qualcosa cambi". Finora non è mai cambiato niente purtroppo, ma io non mollo".
Come si svolge il suo allenamento tipo? Come ci si prepara per una grande traversata?
"C'è un'unica ricetta: non si deve mai smettere. Molto semplicemente perché il fisico si abitua all'ozio... Io devo conciliare il progetto con il lavoro, posso allenarmi una volta al giorno e sfrutto tutto il tempo che ho. Esco dall'ufficio alle 17 e sto in vasca fino alle 9 di sera. Tutti i giorni 11-12 km, 3 ore-3 ore e mezzo. Seguo un programma che mi dà il mio allenatore, Filippo Tassara di Genova, che mi segue 'per corrispondenza': lo conosco dai tempi del Giro d'Italia, non ci siamo più lasciati. Il segreto vincente di questo progetto e della sua durata è di avere incrociato e incontrato le persone e gli ambienti giusti, che hanno creduto in me e nelle mie motivazioni".
Qual è la sua tenuta da traversata?
"Ho solo il costume, lungo quando la temperatura dell'acqua è inferiore ai 15 gradi. Poi abbiamo a disposizione una pilotina o una canoa che ci indicano la rotta".
Ma il suo è sicuramente anche un progetto costoso...
"Ho dovuto fare appello alle mie risorse da impiegato: lavoro alla Selex ES, società del gruppo Finmeccanica. All'inizio mi hanno finanziato il Circolo Aniene e la fondazione Roma per il Giro d'Italia. Da quello mi sono autofinanziato. Perché questa è diventata la mia missione. Io spero che se non io in prima persona (probabilmente non ce la farò), un domani le persone amputate possano ricevere qualcosa di importante. Girando il mondo ho avuto la fortuna di conoscere centri di ricerca all'avanguardia, dall'MIT americano a Israele. Ho conosciuto tecnologie chiuse nei cassetti che aspettano solo che i governi - miopi - le rendano disponibili. Ed è anche un peccato perché questo settore potrebbe essere una grande risorsa e potrebbe migliorare anche il welfare".
L'anno prossimo, e torniamo all'obiettivo per il 2016, sarà la volta della Cuba-Florida... Con un possibile avversario in più: gli squali. Non ha paura?
"No, nessuna paura. Ho vissuto già un'esperienza molto forte in Africa, quando ho fatto la traversata del lago di Goma, nel nord Kivu. C'erano rischio di forti esalazioni e tutti mi avevano sconsigliato, ma l'ho fatta lo stesso: non ho paura di morire perché non mi fa paura morire per un'idea. L'esperienza africana la porterò sempre con me, è stata indimenticabile: quel territorio è entrato nel mio cuore e tra poco ci tornerò. Grazie all'Inail Lazio ho raccolto 20 metri cubi di ausili e sto per portarli a chi ne ha bisogno".
Come procede ora il cammino verso Cuba?
"Intanto devo continuare a ringraziare il Circolo Canottieri Aniene: se non ci fosse stato il suo aiuto forse il progetto sarebbe nato lo stesso, ma sicuramente non avrebbe avuto questa visibilità. Sulla Cuba-Miami stanno convergendo realtà importanti. Mi ha ospitato anche l'Istituto di Medicina dello Sport per un test e proprio nei giorni scorsi, presso il Salone d'onore del Coni, abbiamo presentato la traversata del prossimo anno e il progetto 'A nuoto nei mari del globo': sempre con l'obiettivo che ispira l'iniziativa, cioè rendere accessibili le nuove tecnologie alle persone con disabilità e portare questi temi alla conoscenza del grande pubblico. ".
Una traversata, quella da Cuba a Miami, che arriva in un momento storico particolare, con la distensione tra i due paesi...
"Mi piace pensare che questa traversata, oltre a sensibilizzare per un mondo senza barriere e senza frontiere, possa coniugare anche l'avvicinamento tra i popoli. Vorrei che Cuba e Stati Uniti mettessero in risalto i bisogni delle persone comune. Le guerre producono solo distruzione".
Qual è l'obiettivo del suo progetto?
"Mi sto preparando per Cuba 2016 cercando di mettere insieme le realtà che possano essere interessate: la politica, il mondo industriale e in primis quello della ricerca. Sono le colonne portanti di questo grande cammino nato 10 anni fa. L'obiettivo principale è liberare le tecnologie applicate alla disabilità e renderle accessibili a tutti. Il nostro paese è indietro e in grave ritardo: ancora nel 2015 l'accesso a protesi e ausili, dispositivi fondamentali per le persone amputate, che possono veramente cambiare la loro vita, non è aperto a tutti. Questi ritardi influiscono sulla quotidianità di ogni persona che convive con una disabilità: si vive realmente da emarginati, questa è la motivazione fondamentale che mi spinge. È una problematica che vivo in prima persona sulle mie spalle avendo una disabilità: io ho una gamba sola e ho bisogno di una protesi".
Come ha cominciato? E perché proprio il nuoto?
"Ormai sono 10 anni. Alla fine del 2005 stavo passando una fase veramente dura: non ce la facevo neanche ad alzarmi, l'idea è nata nel mio periodo più buio. Avevo una protesi obsoleta che mi rendeva difficili i movimenti. Ne risentiva anche la mia schiena. Mi consigliarono così la piscina e ho scoperto di saper nuotare. Così, andando avanti e indietro nella vasca, ho capito di avere 'ponti virtuali', che rappresentavano una sorta di congiunzione tra il mondo della disabilità e il mondo civile.
Ma come è scattata l'idea di fare le grandi traversate? Non le è sembrata una 'mission impossible'?
"In quella piscina romana, il 'Green Hill', allenava un ragazzo delle FF. OO., Fabrizio Pandolfi e a lui ho detto per primo questa idea un po' folle: ma lui, invece di darmi del pazzo, mi ha incoraggiato. Da quel momento non è passato molto, non più di 5-6 mesi, e ho fatto la prima traversata: da Capri a Sorrento, 22-24 chilometri. Appena ho finito ho iniziato a elaborare il progetto del Giro d'Italia a nuoto per portare in primo la realtà della disabilità, per cominciare a sensibilizzare le istituzioni locali e nazionali sui nostri problemi. Il Giro è diventato realtà nel 2007: dieci tappe da Genova a Trieste, grazie al contributo fondamentale del Circolo Canottieri Aniene e della Fondazione Roma.
Cosa si prova durante una traversata, in acqua per ore e ore, soli con se stessi e con la propria fatica?
"Dopo qualche chilometro il fisico comincia ad accusare stanchezza e fatica. Quando pensi di non farcela più, quando cominci ad avere l'idea di arrenderti, ti porta avanti la motivazione, è lo stato mentale che ti consente di non mollare: quando ti abbandona il fisico subentra il sistema nervoso. In quel momento, da solo, ti fai domande e ti dai le risposte. Perché lo fai e ti incoraggi. In quei momenti, quando l'acqua è agitata o sotto i 10 gradi, quello che mi ha sorretto sempre e mi ha spinto a continuare sono le state le motivazioni: 'Se arrivo può darsi che qualcosa cambi". Finora non è mai cambiato niente purtroppo, ma io non mollo".
Come si svolge il suo allenamento tipo? Come ci si prepara per una grande traversata?
"C'è un'unica ricetta: non si deve mai smettere. Molto semplicemente perché il fisico si abitua all'ozio... Io devo conciliare il progetto con il lavoro, posso allenarmi una volta al giorno e sfrutto tutto il tempo che ho. Esco dall'ufficio alle 17 e sto in vasca fino alle 9 di sera. Tutti i giorni 11-12 km, 3 ore-3 ore e mezzo. Seguo un programma che mi dà il mio allenatore, Filippo Tassara di Genova, che mi segue 'per corrispondenza': lo conosco dai tempi del Giro d'Italia, non ci siamo più lasciati. Il segreto vincente di questo progetto e della sua durata è di avere incrociato e incontrato le persone e gli ambienti giusti, che hanno creduto in me e nelle mie motivazioni".
Qual è la sua tenuta da traversata?
"Ho solo il costume, lungo quando la temperatura dell'acqua è inferiore ai 15 gradi. Poi abbiamo a disposizione una pilotina o una canoa che ci indicano la rotta".
Ma il suo è sicuramente anche un progetto costoso...
"Ho dovuto fare appello alle mie risorse da impiegato: lavoro alla Selex ES, società del gruppo Finmeccanica. All'inizio mi hanno finanziato il Circolo Aniene e la fondazione Roma per il Giro d'Italia. Da quello mi sono autofinanziato. Perché questa è diventata la mia missione. Io spero che se non io in prima persona (probabilmente non ce la farò), un domani le persone amputate possano ricevere qualcosa di importante. Girando il mondo ho avuto la fortuna di conoscere centri di ricerca all'avanguardia, dall'MIT americano a Israele. Ho conosciuto tecnologie chiuse nei cassetti che aspettano solo che i governi - miopi - le rendano disponibili. Ed è anche un peccato perché questo settore potrebbe essere una grande risorsa e potrebbe migliorare anche il welfare".
L'anno prossimo, e torniamo all'obiettivo per il 2016, sarà la volta della Cuba-Florida... Con un possibile avversario in più: gli squali. Non ha paura?
"No, nessuna paura. Ho vissuto già un'esperienza molto forte in Africa, quando ho fatto la traversata del lago di Goma, nel nord Kivu. C'erano rischio di forti esalazioni e tutti mi avevano sconsigliato, ma l'ho fatta lo stesso: non ho paura di morire perché non mi fa paura morire per un'idea. L'esperienza africana la porterò sempre con me, è stata indimenticabile: quel territorio è entrato nel mio cuore e tra poco ci tornerò. Grazie all'Inail Lazio ho raccolto 20 metri cubi di ausili e sto per portarli a chi ne ha bisogno".
Come procede ora il cammino verso Cuba?
"Intanto devo continuare a ringraziare il Circolo Canottieri Aniene: se non ci fosse stato il suo aiuto forse il progetto sarebbe nato lo stesso, ma sicuramente non avrebbe avuto questa visibilità. Sulla Cuba-Miami stanno convergendo realtà importanti. Mi ha ospitato anche l'Istituto di Medicina dello Sport per un test e proprio nei giorni scorsi, presso il Salone d'onore del Coni, abbiamo presentato la traversata del prossimo anno e il progetto 'A nuoto nei mari del globo': sempre con l'obiettivo che ispira l'iniziativa, cioè rendere accessibili le nuove tecnologie alle persone con disabilità e portare questi temi alla conoscenza del grande pubblico. ".
Una traversata, quella da Cuba a Miami, che arriva in un momento storico particolare, con la distensione tra i due paesi...
"Mi piace pensare che questa traversata, oltre a sensibilizzare per un mondo senza barriere e senza frontiere, possa coniugare anche l'avvicinamento tra i popoli. Vorrei che Cuba e Stati Uniti mettessero in risalto i bisogni delle persone comune. Le guerre producono solo distruzione".