L'invincibile di oggi è il rullo compressore di ieri. Cambiano i tempi, ma la storia significativa della Maceratese - unica squadra imbattuta dalla serie A alla quarta serie - parte dagli anni della Seconda guerra mondiale dove militò in serie B, e approda a questa stagione caratterizzata dal ritorno nel calcio professionistico. In quanto ad etichette i supporter biancorossi hanno sempre enfatizzato le gesta dei propri beniamini che in 75 anni (il calcio biancorosso, però, nasce ufficialmente nel 1922) hanno conosciuto momenti trionfalistici con la serie B e promozioni in C, illusioni culminate nella sconfitta di Perugia del 1967 con la mancata promozione nella cadetteria, la sconfitta di Reggio Emilia col Livorno e l'addio alla voglia di C1. Stavolta il paradiso si è aperto con una giornata di anticipo e una marcia inarrestabile: trentatre partite giocate, settantasette punti fatti, nessuna sconfitta e la certezza acquisita di risalire in serie C (Lega pro). Festeggiano in tanti, donne vecchi e bambini. Sì, perché l'altro miracolo della città marchigiana è che allo stadio Helvia Recina vanno proprio tutti, tornano le famiglie, s'intrecciano le passioni dei fanciulli e ci si entusiasma con serenità. Colei che ci ha messo lo zampino, raccogliendo i cocci di una tradizione opacizzata dal tempo è un'imprenditrice locale nel settore sanitario con una parafarmacia, due farmacie e una commerciale che vende medicine ad aziende italiane e straniere. Francesca Tardella ha indovinato la cura adeguata per una società sull'orlo del baratro, in cerca di rinverdire i fasti di un passato sempre più lontano dal presente da sistemare.
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Per l'ingresso in Lega Pro si è affidata a Giuseppe Magi, allenatore pesarese che ha tenuto alto il morale e ha impartito lezioni di tattica e strategia ovunque. "Siamo una società pulita e puntiamo sui giovani - dice la Tardella - abbiamo costruito una buona scuola calcio, coinvolgendo genitori e piccoli". "È la realizzazione di un sogno - dice Peppe Magi sotto i riflettori - è un ricordo che i cittadini si porteranno a lungo". E la città adagiata sulla collina si sveglia e sogna biancorosso. Divisa tra i due fiumi, il Potenza e il Chienti, e frazionata tra l'anima cattolica e laica, ritrova nel calcio motivo di unità e rilancio, magari solo allo stadio. Nell'Atene delle Marche, tempio della lirica e dell'università, il calcio buttato via dalla porta rientra dalla finestra, ridestando la "bella addormentata" con lo sguardo rapito dalle gherminelle di un pallone. Se il gesuita Padre Matteo Ricci avvicinò l'occidente all'oriente, Pino Brizi partì per approdare in Nazionale e alla Viola, vincendo uno scudetto. Dugini e Turchetto piroettarono alla fine degli anni '60 sublimandosi a Perugia, Bruno Nobili e Nello Malizia fecero impazzire i bambini degli anni '70, come i gemellini del gol Giovanni Pagliari e Moreno Morbiducci decollarono verso il grifone. Dino Pagliari bizzarro e saggio allo stesso tempo gettò il cuore oltre la curva fiesole. Indossarono la maglia biancorossa anche Alessandro Porro e Carlo Troscé destinati a Zeman e al Bologna. Nella fotogallery entra a pieno merito la Tardella che ancora si stropiccia gli occhi dopo 42 anni di purgatorio e osserva: "È il momento di capire e consolidarci. So di essere un osso duro e sto lavorando al rafforzamento della società. Arriveranno persone anche da fuori provincia". Il tifo contagioso e irriguardoso non si arresta di fronte a niente e nessuno, ammantando di drappi biancorossi i simboli nobili della città.
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Per l'ingresso in Lega Pro si è affidata a Giuseppe Magi, allenatore pesarese che ha tenuto alto il morale e ha impartito lezioni di tattica e strategia ovunque. "Siamo una società pulita e puntiamo sui giovani - dice la Tardella - abbiamo costruito una buona scuola calcio, coinvolgendo genitori e piccoli". "È la realizzazione di un sogno - dice Peppe Magi sotto i riflettori - è un ricordo che i cittadini si porteranno a lungo". E la città adagiata sulla collina si sveglia e sogna biancorosso. Divisa tra i due fiumi, il Potenza e il Chienti, e frazionata tra l'anima cattolica e laica, ritrova nel calcio motivo di unità e rilancio, magari solo allo stadio. Nell'Atene delle Marche, tempio della lirica e dell'università, il calcio buttato via dalla porta rientra dalla finestra, ridestando la "bella addormentata" con lo sguardo rapito dalle gherminelle di un pallone. Se il gesuita Padre Matteo Ricci avvicinò l'occidente all'oriente, Pino Brizi partì per approdare in Nazionale e alla Viola, vincendo uno scudetto. Dugini e Turchetto piroettarono alla fine degli anni '60 sublimandosi a Perugia, Bruno Nobili e Nello Malizia fecero impazzire i bambini degli anni '70, come i gemellini del gol Giovanni Pagliari e Moreno Morbiducci decollarono verso il grifone. Dino Pagliari bizzarro e saggio allo stesso tempo gettò il cuore oltre la curva fiesole. Indossarono la maglia biancorossa anche Alessandro Porro e Carlo Troscé destinati a Zeman e al Bologna. Nella fotogallery entra a pieno merito la Tardella che ancora si stropiccia gli occhi dopo 42 anni di purgatorio e osserva: "È il momento di capire e consolidarci. So di essere un osso duro e sto lavorando al rafforzamento della società. Arriveranno persone anche da fuori provincia". Il tifo contagioso e irriguardoso non si arresta di fronte a niente e nessuno, ammantando di drappi biancorossi i simboli nobili della città.