La storia

Vita e trionfi di Saras Jasikevicius. L'uomo che voleva essere un capo

In "Vincere non basta", scritto da Pietro Scibetta per Add Editore, la leggenda lituana si racconta. Una carriera di trionfi, costellata da tanti ritorni. Cui è mancata solo l'affermazione nel pianeta Nba

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"Io volevo la palla, volevo essere un capo". Una frase non può racchiudere una carriera, specialmente se la carriera in questione è quella di un fuoriclasse come Sarunas Jasikevicius, ma può certamente delineare buona parte del carattere di uno dei più forti cestisti europei di sempre. La leggenda lituana ha deciso di raccontare la sua vita in un libro, "Vincere non basta", edito da Add Editore e scritto da Pietro Scibetta.
Non basterebbero neanche i numeri per descrivere la carriera di "Saras", capace di vincere l'Eurolega per 4 volte - tre delle quali consecutivamente, con Barcellona e Maccabi Tel Aviv (2), prima dell'alloro con il Panathinaikos -, 9 campionati in 5 differenti paesi, un oro Europeo con la sua Lituania e un bronzo olimpico.

Gli è mancata solo l'affermazione in NBA, pur avendo, a differenza di un altro fuoriclasse della sua epoca come Bodiroga, provato il grande salto dopo il tris continentale. A Indianapolis prima e a Golden State poi non ha avuto la possibilità di "essere il capo" e ha preferito tornare in Europa, nonostante la grande voglia di affermarsi in un paese che lo aveva visto crescere cestisticamente al college (Maryland) e umanamente, grazie al rapporto con gli Harrold, la famiglia che lo ha ospitato, accolto come un figlio e che è di fatto diventata la sua seconda casa. In altre squadre - il nome che torna in maniera ciclica è quello dei San Antonio Spurs -  la sua parentesi NBA avrebbe avuto probabilmente altri contorni: "Se fai una cattiva scelta entrando in NBA, questa ti condizionerà per il resto del tuo contratto".

La storia di "Jasi" è stata costellata di ritorni. Il tentativo oltreoceano all'apice della sua carriera europea per provare a dimostrare di poter competere con i più grandi, spesso sfidati e battuti con la maglia della Lituania, e per prendersi una sorta di rivincita dopo l'esperienza collegiale; il rientro in Europa, attirato più dalla possibilità di lavorare con una leggenda come Obradovic che dai milioni messi sul piatto dal Panathinaikos, rifiutando l'offerta più allettante dei rivali dell'Olympiacos; l'amore fortissimo per Barcellona, capace di stregarlo da adolescente, con la semplice visione di una palma, la prima apparsa davanti agli occhi di un ragazzo cresciuto in una Lituania ancora inglobata nell'Unione Sovietica, quindi da playmaker in rampa di lancio, voluto da Aito e poi vincente agli ordini del sergente di ferro Pesic, e infine a carriera ormai al tramonto, con l'ennesima Final Four di Eurolega raggiunta con coach Pascual ma, per una volta, perdente.

Ma il ritorno più importante è stato con ogni probabilità l'ultimo, quello in patria. Finalmente, all'età di 37 anni, "Saras" ha avuto modo di vestire la canotta che sognava da bambino, quella dello Zalgiris Kaunas, la stessa che gli era sfuggita a inizio carriera, quando firmò con il Lietuvos Rytas. Con lo Zalgiris ha vinto l'ultimo campionato e ha fatto il grande salto da giocatore ad assistente allenatore.
Nel libro c'è tanto dello Jasikevicius giocatore ma anche molto dell'uomo, con i racconti della sua infanzia nell'Unione Sovietica e il sogno infranto della madre di partecipare ai Giochi Olimpici con la nazionale di pallamano nel 1976: era incinta proprio di Sarunas e scelse di portare a termine la gravidanza, rifiutando l'aborto. "Sarà mio figlio a restituirmi le Olimpiadi", disse, e in quella frase era nascosto il destino del figlio. C'è anche spazio per la confessione di qualche eccesso - uno dei quali rischiò di costargli molto nel rapporto con Obradovic -, il resoconto di un matrimonio fallito con una ex Miss Mondo e una relazione, quella con Anna, conosciuta ad Atene, che gli ha permesso di coronare il sogno di una famiglia felice.

"Mi aveva espresso la volontà di scrivere questo libro  -  spiega Pietro Scibetta, il giornalista che ha curato la biografia -, lo avevo già incontrato in precedenza per qualche intervista. In una settimana a Kaunas mi ha raccontato tutta la sua esperienza, cestistica e non. È arrivato preparato così come era metodico e puntiglioso da giocatore: la mia unica preoccupazione era se interromperlo o lasciarlo spingere, a volte mi chiedeva se alcune frasi potevano essere inserite oppure no. È stata un'esperienza simile a una terapia, ha buttato fuori tutto quello che aveva. Parliamo di un uomo che ha saputo dominare la pallacanestro da giocatore senza essere un super-atleta come quelli che ha dovuto affrontare, ha preso coscienza dei propri limiti, specialmente al college, e ha lavorato per diminuire l'impatto delle sue lacune fino a diventare un giocatore dominante. Da allenatore dovrà riuscire ad accettare i limiti dei suoi uomini: non tutti avranno la sua stessa fame e la sua comprensione dei dettagli del gioco. Sarà questo a fare la differenza".

Come si intuisce dal titolo, per Jasikevicius vincere non basta. "Essere campioni non è solo questo  -  si legge nel libro -. La nostra popolarità, i nostri soldi, il nostro lavoro derivano prima di tutto dall'amore e dal rispetto che dimostriamo verso il gioco, e dal ricordarsi che tutto questo non appartiene solamente a noi. [...] C'è gente che non ha mai vinto niente, ma ha rubato più cuori di James Dean". "Jasi" ha amato il gioco, ha fatto sì che il pubblico lo amasse - in cinquemila accorsero per lui all'aeroporto di Atene, un'accoglienza da re al suo ritorno dall'NBA  - , ha nobilitato il gioco stesso e ha saputo anche vincere come pochi altri nella storia. Nella prefazione, Jordi Bertomeu, numero 1 dell'Eurolega, lo definisce come un "patrimonio del Gioco" e "un padrone del palcoscenico". Voleva la palla, voleva essere un capo. E chi ama il basket non può che ringraziarlo per esserci riuscito così bene.