Il Dinosauro non si è ancora estinto. Può una città essere in festa per una salvezza, mentre in bacheca, sia pure impolverati, ci sono sei titoli tedeschi, tre coppe di Germania, una Coppa delle Coppe e soprattutto una Coppa dei Campioni? Sì, basta che si chiami Amburgo. Perché l'Hsv, in Zweite Liga, la B tedesca, non ci è mai finito, unico nel panorama tedesco da quando 52 anni fa è nato il primo campionato a girone unico. Uno dei pochi motivi attualmente di vanto nei confronti di società, il Bayern Monaco tanto per citarne una, che ormai orbitano su ben altre galassie. Quando, dopo il malinconico il pareggio (1-1) nel play out d'andata, gli anseatici stavano naufragando miseramente a Karlsruhe, sotto di una rete ma soprattutto -nonostante qualche chance dettata dalla forza della disperazione- impotenti dal punto i vista del gioco, i commenti social andavano tutti in una direzione: "Squadra e società meritano la retrocessione, tifosi e città no". Ce n'erano tanti di tifosi nel vetusto stadio del Karlsruhe: riempivano una curva intera con la loro speranza e i loro malumori (da qui l'imponente schieramento di polizei). Ma soprattutto ce n'erano tanti nello storico Volksparkstadion, l'impianto che ospitò la irripetibile -nel vero senso della parola- sfida tra le due Germanie al mondiale del 1974. Nello stadio c'è l'orologio con un'ora tutta sua: segna 51 anni ecc..., il tempo della permanenza in Bundesliga. Trentamila persone ci si sono riunite intorno fissando un maxischermo. Nessuno ha ammainato le bandiere, neanche quando tutto era perduto.
Poi è arrivato il miracolo. Diaz è uno che praticamente in stagione non si era mai visto: c'è una punizione dal limite, tutti pensano ad un canto del cigno per il tulipano appassito van der Vaart, invece ecco che il cileno inventa una punizione morbida, magica, manco fosse Maradona. E poi, dopo un sospiro di sollievo talmente ampio da sembrare una tempesta, nei supplementari ci pensa uno dei tanti Mueller di Germania. Ma qui non parliamo di Thomas del Bayern, ma di Nicolai, che questa stagione il gol non lo aveva mai respirato. Ecco, dovendo trovare una chiave di lettura romantica, forse la salvezza si spiega proprio con la grande passione popolare per la squadra.
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Basta citare qualche dato: la stagione ha prodotto la miseria di 25 reti in 34 partite di campionato, ha visto sconfitte umilianti come l'8-0 (avete letto bene) beccato all'Allianz Arena contro il Bayern Monaco, il portiere avversario ha passato pomeriggi tranquilli in ben 18 occasioni in cui non ha preso gol, il livello di gioco è stato spesso imbarazzante. Ebbene, in questo panorama sconfortante l'unica nota lieta è stata la massiccia presenza di pubblico allo stadio, mai mancata anche quando una diserzione poteva essere giustificata. Un amore talmente eterno che i responsabili del cimitero di Amburgo qualche anno fa hanno aperto un settore riservato ai tifosi. Questi possono avere il 'piacere' di essere seppelliti in una bara nera-bianca-blu, oppure cremati e deposti in un'urna a tema, magari a forma di pallone...
Dunque, tra amore dei tifosi e innegabili colpi di fortuna, la squadra che vide le gesta di campioni come Uwe Seeler (il più amato di tutti, 'Uns Uwe'), il panzer Horst Hrubesch, Manfred Kaltz, Felix Magath (l'indimenticato giustiziere della Juventus ad Atene), Kevin Keegan, l'ha sfangata al play out per il secondo anno consecutivo. Nella scorsa stagione un doppio pareggio (ma con il vantaggio del gol in trasferta) la vide prevalere sul Greuther Furth del super tifoso Henry Kissinger, l'uomo che ha pensato il calcio negli Usa con 40 anni di anticipo. Ora però basta scherzare col fuoco, la pagina va voltata per davvero. L'orologio del Volksparkstadion scandisce ancora il tempo, ma il dinosauro resta a rischio estinzione.
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Poi è arrivato il miracolo. Diaz è uno che praticamente in stagione non si era mai visto: c'è una punizione dal limite, tutti pensano ad un canto del cigno per il tulipano appassito van der Vaart, invece ecco che il cileno inventa una punizione morbida, magica, manco fosse Maradona. E poi, dopo un sospiro di sollievo talmente ampio da sembrare una tempesta, nei supplementari ci pensa uno dei tanti Mueller di Germania. Ma qui non parliamo di Thomas del Bayern, ma di Nicolai, che questa stagione il gol non lo aveva mai respirato. Ecco, dovendo trovare una chiave di lettura romantica, forse la salvezza si spiega proprio con la grande passione popolare per la squadra.
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Basta citare qualche dato: la stagione ha prodotto la miseria di 25 reti in 34 partite di campionato, ha visto sconfitte umilianti come l'8-0 (avete letto bene) beccato all'Allianz Arena contro il Bayern Monaco, il portiere avversario ha passato pomeriggi tranquilli in ben 18 occasioni in cui non ha preso gol, il livello di gioco è stato spesso imbarazzante. Ebbene, in questo panorama sconfortante l'unica nota lieta è stata la massiccia presenza di pubblico allo stadio, mai mancata anche quando una diserzione poteva essere giustificata. Un amore talmente eterno che i responsabili del cimitero di Amburgo qualche anno fa hanno aperto un settore riservato ai tifosi. Questi possono avere il 'piacere' di essere seppelliti in una bara nera-bianca-blu, oppure cremati e deposti in un'urna a tema, magari a forma di pallone...
Dunque, tra amore dei tifosi e innegabili colpi di fortuna, la squadra che vide le gesta di campioni come Uwe Seeler (il più amato di tutti, 'Uns Uwe'), il panzer Horst Hrubesch, Manfred Kaltz, Felix Magath (l'indimenticato giustiziere della Juventus ad Atene), Kevin Keegan, l'ha sfangata al play out per il secondo anno consecutivo. Nella scorsa stagione un doppio pareggio (ma con il vantaggio del gol in trasferta) la vide prevalere sul Greuther Furth del super tifoso Henry Kissinger, l'uomo che ha pensato il calcio negli Usa con 40 anni di anticipo. Ora però basta scherzare col fuoco, la pagina va voltata per davvero. L'orologio del Volksparkstadion scandisce ancora il tempo, ma il dinosauro resta a rischio estinzione.
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