L'amico di vecchia data, come lo definisce Federico Rosa, agente di molti atleti, fra cui Marco Fassinotti, nonché punto di congiunzione tra la federazione atletica cubana e il resto del mondo conosciuto che corre, salta, lancia e suda, è un signore di 48 anni nato in un paesino il cui nome sembra un verbo stimolante tronco per necessità poetiche (Limonar), con gli occhiali da sole, in grande spolvero fisico, dal sorriso facile ma mai banale, cui piace seguire da vicino, passo dopo passo, chi potrebbe cancellarlo: "Il mio record? Sto qui per appurare che non è una misura invalicabile e vorrei esserci quando avverà". Javier Sotomayor è il signore di cui sopra, con gli occhiali da sole, dal sorriso facile ma mai banale. Era a Oslo per seguire uno dei tanti duelli al vertice fra Bondarenko e Barshim, noti per un'abbastanza inconsueta attitudine a sollevarsi da terra come se fossero spinti verso l'alto, lontano dal centro della terra, da una forza personalizzata, esattamente contraria a quella di gravità cui gli altri sono fatalmente legati: "Non era mai accaduto che così tante volte si oltrepassassero i 2,40".
Segno, secondo Sotomayor, che ancora detiene i record del mondo del salto in alto (2,45 all'aperto, 2,43 indoor), che siamo vicini a una svolta. "Ma io vi dico che ci vorrà ancora molto", aggiunge Rosa, per placare le acque dell'entusiasmo o, paradossalmente, per agitarle ancora di più in attesa dei Mondiali di Pechino. L'amicizia fra Sotomayor e Steinar Hoen, l'ex altista norvegese ora responsabile dei Bislett Games, la tappa della Diamond League che si celebra ogni anno a Oslo, si misura in centimetri e in chiacchiere da "after hours": "Quanto volte ci siamo visti lassù", spiega il norvegese che aveva un personale importante (all'epoca) di 2,36, ottenuto proprio sulla pedana di Oslo. La stessa misura che Marco Fassinotti, il campioncino latte e miele che a 11 anni scoprì l'atletica per caso leggendo un volantino del Cus Torino raccolto per terra e che adesso si allena a Birmingham con Fuzz Ahmed, incendiato emotivamente dalla presenza dei due leader del settore, appunto Barshim e Bondarenko, ha letteralmente "pelato" con tre tentativi che avrebbero meritato miglior fortuna, soprattutto il terzo: il nuovo record italiano pareva davvero fatto, Marco lo sentiva arrivare, partiva dai piedi, saliva lentamente lungo la schiena, che si inarca, è stato un attimo, uno sfioramento fatale. Ma la misura c'è e arriverà.
Ad arricchire la pietanza, la fiducia che il ragazzo sta progressivamente acquisendo con gare del genere, dove tutti gli occhi sono per i più gettonati (e va detto anche più forti) Barshim e Bondarenko, ma dove può capitare che vinca il cinese Guowei e che Fassinotti, eguagliando il primato italiano all'aperto di Marcello Benvenuti con 2,33 (stabilito secoli fa, il 12 settembre del 1989 a Verona), arrivi secondo, davanti ai mostri, spiazzando osservatori e scommettitori. Sotomayor è ammirato, e non da ieri: "Marco vale almeno cinque centimetri in più", afferma il 48enne cubano che un giorno saltava le palazzine a un piano, forse non solo metaforicamente, e con un balzo saliva sui tetti delle automobili (lo faceva anche Linford Christie). Rimane soltanto da capire dove e come Marco, che ha 26 anni e che dunque è assai probabile che ancora non abbia raggiunto la maturazione fisica per esprimere il massimo della qualità nella bio-meccanica del salto, possa migliorare (così come nel rapporto peso altezza, è 1,90, poco più di 70 chili, non avrà mai la dinoccolata flessuosità di Barshim, forse qualche etto di massa magra in più, chi lo sa...): "Credo che debba soprattutto perfezionare la rincorsa, ho visto nei suoi appoggi alcune involontarie modificazione fra un salto e l'altro. Deve essere più sicuro dei movimenti che portano allo stacco". Se lo dice Sotomayor ci si può credere. Sul record del mondo la pagina è ancora tutta da scrivere: "Vorrei che lo facessero, o forse no...". E giù a ridere perché "sorridere comunque fa bene".
Tanto prima o poi succederà che qualcun altro si arrampicherà fin sopra una stella e lo guarderà dall'alto in basso, ringraziandolo per tutto quello che ha fatto, per essere stato una musa, un'ispirazione, un modello, un sogno, un mito. A chi gli chiede di Cuba, ammette che lo sport è stato sempre cruciale nei destini del suo paese: "Ho dato il 50% di me stesso a Fidel, ma non mi pentirò mai di averlo fatto". Lui e gli altri grandi atleti cubani giravano il mondo per portare a casa qualche risorsa in più, in termini di valuta e di fama. Ora è diverso. Il Papa, Obama, la fine dell'embargo. "Abbiamo avuto i Cosmos in amichevole, in visita l'Nba, e Miami non è più un paradiso per fuggiaschi". E poi c'è il suo record: "Potete anche non crederci, ma penso al record del mondo praticamente ogni giorno. Se qualcuno mi libera da quest'ossessione...". Poi ci ripensa: "E' una bella compagnia però". Unica piuttosto. E quando guarda Barshim quasi non si spiega ciò che accade: "Mai visto un volare...!". Quando saltò 2,43 indoor, nel 1989, fece lui il dispetto a un altro: ma Patrick Sjöberg, che aveva 2,42, fu il primo ad abbracciarlo. La "droga" fu un colpo basso, fu come infilargli l'asticella tra le costole: prima la cocaina ('99), con conseguente squalifica (ridotta), poi il nandrolone ('01). Sotomayor uscì dal gran mondo sapendo "di essere pulito". Però quando racconta dei suoi giorni grigi gli scompare il sorriso.
Segno, secondo Sotomayor, che ancora detiene i record del mondo del salto in alto (2,45 all'aperto, 2,43 indoor), che siamo vicini a una svolta. "Ma io vi dico che ci vorrà ancora molto", aggiunge Rosa, per placare le acque dell'entusiasmo o, paradossalmente, per agitarle ancora di più in attesa dei Mondiali di Pechino. L'amicizia fra Sotomayor e Steinar Hoen, l'ex altista norvegese ora responsabile dei Bislett Games, la tappa della Diamond League che si celebra ogni anno a Oslo, si misura in centimetri e in chiacchiere da "after hours": "Quanto volte ci siamo visti lassù", spiega il norvegese che aveva un personale importante (all'epoca) di 2,36, ottenuto proprio sulla pedana di Oslo. La stessa misura che Marco Fassinotti, il campioncino latte e miele che a 11 anni scoprì l'atletica per caso leggendo un volantino del Cus Torino raccolto per terra e che adesso si allena a Birmingham con Fuzz Ahmed, incendiato emotivamente dalla presenza dei due leader del settore, appunto Barshim e Bondarenko, ha letteralmente "pelato" con tre tentativi che avrebbero meritato miglior fortuna, soprattutto il terzo: il nuovo record italiano pareva davvero fatto, Marco lo sentiva arrivare, partiva dai piedi, saliva lentamente lungo la schiena, che si inarca, è stato un attimo, uno sfioramento fatale. Ma la misura c'è e arriverà.
Ad arricchire la pietanza, la fiducia che il ragazzo sta progressivamente acquisendo con gare del genere, dove tutti gli occhi sono per i più gettonati (e va detto anche più forti) Barshim e Bondarenko, ma dove può capitare che vinca il cinese Guowei e che Fassinotti, eguagliando il primato italiano all'aperto di Marcello Benvenuti con 2,33 (stabilito secoli fa, il 12 settembre del 1989 a Verona), arrivi secondo, davanti ai mostri, spiazzando osservatori e scommettitori. Sotomayor è ammirato, e non da ieri: "Marco vale almeno cinque centimetri in più", afferma il 48enne cubano che un giorno saltava le palazzine a un piano, forse non solo metaforicamente, e con un balzo saliva sui tetti delle automobili (lo faceva anche Linford Christie). Rimane soltanto da capire dove e come Marco, che ha 26 anni e che dunque è assai probabile che ancora non abbia raggiunto la maturazione fisica per esprimere il massimo della qualità nella bio-meccanica del salto, possa migliorare (così come nel rapporto peso altezza, è 1,90, poco più di 70 chili, non avrà mai la dinoccolata flessuosità di Barshim, forse qualche etto di massa magra in più, chi lo sa...): "Credo che debba soprattutto perfezionare la rincorsa, ho visto nei suoi appoggi alcune involontarie modificazione fra un salto e l'altro. Deve essere più sicuro dei movimenti che portano allo stacco". Se lo dice Sotomayor ci si può credere. Sul record del mondo la pagina è ancora tutta da scrivere: "Vorrei che lo facessero, o forse no...". E giù a ridere perché "sorridere comunque fa bene".
Tanto prima o poi succederà che qualcun altro si arrampicherà fin sopra una stella e lo guarderà dall'alto in basso, ringraziandolo per tutto quello che ha fatto, per essere stato una musa, un'ispirazione, un modello, un sogno, un mito. A chi gli chiede di Cuba, ammette che lo sport è stato sempre cruciale nei destini del suo paese: "Ho dato il 50% di me stesso a Fidel, ma non mi pentirò mai di averlo fatto". Lui e gli altri grandi atleti cubani giravano il mondo per portare a casa qualche risorsa in più, in termini di valuta e di fama. Ora è diverso. Il Papa, Obama, la fine dell'embargo. "Abbiamo avuto i Cosmos in amichevole, in visita l'Nba, e Miami non è più un paradiso per fuggiaschi". E poi c'è il suo record: "Potete anche non crederci, ma penso al record del mondo praticamente ogni giorno. Se qualcuno mi libera da quest'ossessione...". Poi ci ripensa: "E' una bella compagnia però". Unica piuttosto. E quando guarda Barshim quasi non si spiega ciò che accade: "Mai visto un volare...!". Quando saltò 2,43 indoor, nel 1989, fece lui il dispetto a un altro: ma Patrick Sjöberg, che aveva 2,42, fu il primo ad abbracciarlo. La "droga" fu un colpo basso, fu come infilargli l'asticella tra le costole: prima la cocaina ('99), con conseguente squalifica (ridotta), poi il nandrolone ('01). Sotomayor uscì dal gran mondo sapendo "di essere pulito". Però quando racconta dei suoi giorni grigi gli scompare il sorriso.