La storia

Nfl, la promessa di Wilson a Lockette: "Torneremo al Super Bowl e sceglierò ancora te"

Il wide receiver dei Seahawks, racconta la sua più cocente delusione e la voglia di riprovarci grazie a un compagno speciale: il suo quarterback
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Cosa ti vuoi sentire dire dopo aver fallito il touchdown della tua vita? Da dove puoi ripartire dopo che, per il lavoro che fai, il ricevitore della squadra campione del mondo, mancare quella maledetta presa, veder scomparire la sagoma puntuta e fluttuante del pallone dalla tua vista e dalle tue mani protese in una frazionedi secondo, incrociare il volto stravolto dalla gioia dei tuoi avversari e quello sfigurato dallo sconcerto dei tuoi compagni significa il più profondo degli abissi professionali e forse non solo professionali?

"Credo in te. Torneremo a giocarci il titolo. E quella notte lancerò ancora verso te, perchè ho una fiducia assoluta nelle tue qualità". Ecco cosa vorresti sentirti dire, che tu sia un giocatore professionale di football americano, o una star del cinema caduta in improvvisa disgrazia o un ingegnere areonautico licenziato, un avvocato sconfitto in tribunale o un qualsiasi altro tipo di uomo che per una ragione o per l'altra è stato protagonista in negativo dell'evento, sino a quel momento, più importante della sua vita. Fiducia. Cieca, folle, assoluta fiducia. Per riprendere il filo di un percorso, per rialzarsi, per tornare a guardare dritto negli occhi il percorso che ti sta davanti. E per avere di nuovo la forza, il coraggio, la paura, l'intelligenza, la stoltezza, l'audacia di affrontarlo.

E' esattamente quello che è accaduto a Ricardo Lockette, afroamericano, figlio di un Dio minore sino a quando un insegnante di atletica duro e cocciuto non lo costrinse a correre e lui, come un fulmine scagliato da Zeus, lasciò tutti tremendamente indietro, quasi al posto delle gambe avessero il piombo, gli altri. Ricchi o meno ricchi bianchi, mulatti, latinos o neri come lui, annichiliti dalla sua naturale, esplosiva, sciolta, naturalissima, incredibile velocità. Da lì in poi il ragazzo sbandato e senza domani corse dritto verso la Nfl.

E pazienza se gli scout non lo considerarono una prima scelta: arrivò comunque nel paradiso del football, anche se era un undrafted, non scelto, non prima scelta, quasi scartato, leggetelo come volete voi, uno preso al giro di quelli che restano comunque fuori, così, senza tante aspettative, un po' per fare numero, un po' per scommessa, un po' perchè sai mai se si fanno male i titolari. Ma Ricardo quella parola ha saputo tramutarla in stimoli, forza, rabbia agonistica, lavoro, sacrificio.

Fino a diventare campione del mondo con i Seattle Seahawks. Una prima  volta. Fino alla notte in cui il mondo gli crollò addosso. La notte che sarebbe dovuta essere quella della seconda volta. Fino a che Russell Wilson, il giovane leader del team più aggressivo, plebeo, guerriero, rumoroso e sguaiato della lega, il quarterback che aveva puntato su di lui a una manciata di secondi dal termine per sorpassare gli aristocratici Patriots dell'icona bianca Tom Brady, non gli ha restituito la cosa più importante che un uomo può avere: la fiducia.

Racconta questo e molto altro Ricardo Lockette in una strepitosa e letteraria confessione che può leggersi su The Players Tribune. Un racconto profondo ed elettrico, intenso e palpitante che ti prende inesorabilmente dall'inizio alla fine. E che, da quella azione che sembrava semplice e sicura, e invece era complicata e rischiosa come solo le cose che appaiono semplici e sicure lo sono, ripercorre tutta la sua vita e ci riporta al dolore, indimenticabile dolore, del più clamoroso e planetario (la notte del Super Bowl...)  fallimento personale per poi consegnarci un lieto finale dove il buio lascia spazio alla luce e nuovi progetti su cui lavorare e da realizzare scacciano l'abisso in cui credevi di essere caduto per sempre. 

Accadde in aprile, quando Russell Wilson radunò per il secondo anno consecutivo i suoi compagni alle Hawaii. Erano passati circa due mesi da quel match che sembrava vinto, prima che un altro figlio di un Dio minore, il difensore dei Patriots Malcolm Butler sbucasse dal nulla per ghermire quel pallone e soffiarlo per un nulla alle mani di Lockette. Seattle ko. Patriots campioni.

Scrive Ricardo: "Me ne stavo lì a guardare l'Oceano quando Russell si avvicinò. Era la prima volta che ci trovavamo uno di fronte all'altro, occhi negli occhi dopo il Super Bowl. Gli raccontai delle mie notte insonni. Mi rispose che non ero il solo. Poi mi fissò e disse: "Torneremo lì e quando saremo nella stessa situazione ti passerò la palla e vinceremo. Mi fido di te. Non erano parole di circostanza. La cosa speciale di Russell è che la sua fiducia negli altri prescinde da qualsiasi cosa accada in campo. E questo ha una importanza che non potete assolutamente immaginare. Gli dissi: sono con te. Ci abbracciammo. Questo fu tutto quello che era necessario dire. Su un roccia, al tramonto, con balene giganti all'orizzonte e camicie hawaiane addosso. A volte mi do un pizzico e dico: oh, ma sarà vero tutto ciò?". 

Tutto vero, Ricardo. La  tua storia come quelle ugualmente belle, inattese e complicate di milioni di altri che magari non saranno mai note. Con il bello e il brutto. I tonfi e le risalite. Tutto vero, come la vita, che, comunque vada, vale sempre la pena di essere vissuta, concetto banale che dimentichiamo e facciamo a pezzi ogni giorno. Vissuta fino in fondo. Magari, fino al prossimo touchdown decisivo in una notte da mondovisione dove si assegna il Super Bowl...
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