New York è pronta, come al solito. La città è tappezzata di manifesti, di faccioni giganteschi di Djokovic, Federer, ma soprattutto Serena Williams. "Lo spettacolo siamo noi". E' il momento degli US Open insomma, e anche l'Italia è pronta per l'avventura americana. Certo, gli azzurri di oggi hanno una certa dimestichezza con i viaggi, e gli aerei. Non come sessant'anni fa, quando l'America era "l'America", e ci si andava quasi con il capo cosparso di cenere.
Ad esempio, trent'anni prima delle lezioni americane che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere ci furono quelle di Beppe Merlo e Fausto Gardini. Due ottimi esponenti del made in Italy tennistico degli Anni Cinquanta. Era il 1951 e la Federtennis investì tre milioni di dollari per mandare in California Beppe Merlo e Fausto Gardini. "Quando mi arrivò la comunicazione da parte della Federtennis non ci credevo. Chiamai Gardini e gli dissi: ma è uno scherzo o l'hai ricevuta anche tu la missiva?". No, era tutto vero. Fu una delle nuove iniziative che la Fit di Aldo Tolusso, presidente in carica solo da un paio d'anni e voglioso di dare una scossa, far ripartire il movimento tennistico dopo la guerra, aveva intrapreso. "In California? E come ci andiamo? Mica con la nave?" chiese Gardini. "Ma no, che ci mettiamo trenta giorni. Sei matto? Dice che ci hanno riservato dei posti su un quadrimotore, non ricordo il nome, forse Douglas o qualcosa del genere. Andremo con quello...".
Nacque così quell'avventura che ebbe poi un finale inaspettato, di cui ebbero consapevolezza solo qualche anno dopo, e con meraviglia. "Eravamo giovani e, onestamente, ancora inesperti. La lingua poi era quello che era, anche se ce la cavavamo. Però i dubbi restavano. Con Fausto Gardini poi ce le davamo sul campo alla grande, quindi era curioso che ci avessero scelto per andare insieme" confessa oggi Beppe Merlo, il 'nonno' di Bjorn Borg, nel senso che fu il primo a mostrare al mondo il rovescio bimane, meravigliare tutti saltando sulle corde della racchetta già accordata per allentarla ulteriormente.
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Il volo fu tranquillo, l'atterraggio e lo sbarco anche. Recuperati i bagagli, i due azzurri furono trasporti a la Jolla, zona balneare tra Los Angeles e San Francisco. Più surfisti che tennisti, ma i campi erano all'altezza. "Quando ci fate giocare?" disse pronto Gardini, ma gli americani titubavano, anzi qualcuno storceva addirittura la bocca. Oggettivamente, nel vedere in azione Merlo, qualche dubbio stilistico veniva automatico: lui impugnava la racchetta, per fare il diritto, a metà manico, mentre il rovescio che era poi la sua arma migliore, lo faceva regolarmente a due mani. Così quelli della Usta mandarono avanti Eleanor Tennent che, comunque, non era proprio una signora nessuno, ma l'allenatrice di Maureen Connolly. L'unica, all'epoca, ad aver realizzato il Grande Slam (che oggi sogna Serena Williams).
La scena è la seguente: Merlo e Gardini sono pronti, e aspettano istruzioni. La Tennent arriva, "prende me e Gardini per una mano e e ci dice: "Boys, go to play". Noi, un po' confusi, entriamo in campo e cominciamo: tecnicamente eravamo un disastro, io col mio rovescio bimane, Fausto coi suoi colpi sbilenchi. Ogni tanto ci giravamo verso i bordi del campo e la vedevamo mettersi le mani nei capelli: la Tennent era inorridita. Ma, col passare dei minuti, succede qualcosa: si accorge che noi non sbagliavamo mai, che eravamo regolarissimi". E, da persona intelligente qual era, la Tennent ordinò a tutti gli altri coach di non imporre cambiamenti di stile.
"Oggi posso dire che fu un periodo fondamentale, che ci fece crescere tecnicamente e psicologicamente. In quelle due settimane di lezioni americane giocammo contro i grandi di allora: Don Budge, Frank Sedgman, Pancho Gonzales, Pancho Segura". Non bisogna chiedere il risultato, non si deve sottilizzare. "Con loro chiaramente perdevamo, ma imparavamo a stare alla loro altezza, a non farci mettere in soggezione. Mi aiutò per i miei exploit successivi al Roland Garros (due semifinali, nel '55 e nel '56, ndr)".
Ma la chicca, il gioiello di quel viaggio, era nella coda, come conferma Merlo. "Credo fosse al penultimo giorno della nostra permanenza che, presentandoci per il solito allenamento, ci dissero che avremmo giocato su un altro campo, senza darci ulteriori spiegazioni. Venne un autista diverso dal solito, e ci addentrammo in posti di Beverly Hills che non avevamo mai ancora visto. Alla fine, arrivammo in una villa grande, che ci fece un certo effetto. E solo lì, mentre entravamo e percorrevamo il corridoio, ci informarono che era la villa di Charlie Chaplin, l'attore. Il mobilio era curioso, eccentrico: grandi lampadari, mobili particolari, tappeti dal colore forte ma onestamente il ricordo ora è sfocato. Chiunque avrebbe capito di essere in una casa di un creativo". Ma Merlo e Gardini riconobbero immediatamente la persona che li attendeva sul campo: quella figura alta e imponente non poteva che essere William Tilden (su di lui recentemente è stato pubblicato un volume), la leggenda degli Anni Venti. "Ci accolse con eleganza e con gentilezza, aveva ben oltre cinquant'anni. Morì due anni dopo. Ci chiese, lui a noi, se volevamo scambiare due colpi. E Gardini: "Ma siamo in tre, arriva anche Charlot per il doppio?" "No, Fausto, sorry. Charlie isn't here today, he's on the set for a movie" rispose serenamente Big Bill". E così si alternarono in campo, e Merlo oggi può vantarsi (si fa per dire, da vero pioniere dei gesti bianchi) di aver lasciato pochi games all'uomo che aveva vinto dieci Slam, che aveva inventato il servizio dall'alto, prima di cadere in disgrazia per le sue scelte sessuali, salvato solo da quale vecchio amico del mondo dello spettacolo che non gli voltò mai le spalle e gli permise di usare il campo e la 'mansion' come fossero suoi: Charlie Chaplin.
Ad esempio, trent'anni prima delle lezioni americane che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere ci furono quelle di Beppe Merlo e Fausto Gardini. Due ottimi esponenti del made in Italy tennistico degli Anni Cinquanta. Era il 1951 e la Federtennis investì tre milioni di dollari per mandare in California Beppe Merlo e Fausto Gardini. "Quando mi arrivò la comunicazione da parte della Federtennis non ci credevo. Chiamai Gardini e gli dissi: ma è uno scherzo o l'hai ricevuta anche tu la missiva?". No, era tutto vero. Fu una delle nuove iniziative che la Fit di Aldo Tolusso, presidente in carica solo da un paio d'anni e voglioso di dare una scossa, far ripartire il movimento tennistico dopo la guerra, aveva intrapreso. "In California? E come ci andiamo? Mica con la nave?" chiese Gardini. "Ma no, che ci mettiamo trenta giorni. Sei matto? Dice che ci hanno riservato dei posti su un quadrimotore, non ricordo il nome, forse Douglas o qualcosa del genere. Andremo con quello...".
Nacque così quell'avventura che ebbe poi un finale inaspettato, di cui ebbero consapevolezza solo qualche anno dopo, e con meraviglia. "Eravamo giovani e, onestamente, ancora inesperti. La lingua poi era quello che era, anche se ce la cavavamo. Però i dubbi restavano. Con Fausto Gardini poi ce le davamo sul campo alla grande, quindi era curioso che ci avessero scelto per andare insieme" confessa oggi Beppe Merlo, il 'nonno' di Bjorn Borg, nel senso che fu il primo a mostrare al mondo il rovescio bimane, meravigliare tutti saltando sulle corde della racchetta già accordata per allentarla ulteriormente.
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Il volo fu tranquillo, l'atterraggio e lo sbarco anche. Recuperati i bagagli, i due azzurri furono trasporti a la Jolla, zona balneare tra Los Angeles e San Francisco. Più surfisti che tennisti, ma i campi erano all'altezza. "Quando ci fate giocare?" disse pronto Gardini, ma gli americani titubavano, anzi qualcuno storceva addirittura la bocca. Oggettivamente, nel vedere in azione Merlo, qualche dubbio stilistico veniva automatico: lui impugnava la racchetta, per fare il diritto, a metà manico, mentre il rovescio che era poi la sua arma migliore, lo faceva regolarmente a due mani. Così quelli della Usta mandarono avanti Eleanor Tennent che, comunque, non era proprio una signora nessuno, ma l'allenatrice di Maureen Connolly. L'unica, all'epoca, ad aver realizzato il Grande Slam (che oggi sogna Serena Williams).
La scena è la seguente: Merlo e Gardini sono pronti, e aspettano istruzioni. La Tennent arriva, "prende me e Gardini per una mano e e ci dice: "Boys, go to play". Noi, un po' confusi, entriamo in campo e cominciamo: tecnicamente eravamo un disastro, io col mio rovescio bimane, Fausto coi suoi colpi sbilenchi. Ogni tanto ci giravamo verso i bordi del campo e la vedevamo mettersi le mani nei capelli: la Tennent era inorridita. Ma, col passare dei minuti, succede qualcosa: si accorge che noi non sbagliavamo mai, che eravamo regolarissimi". E, da persona intelligente qual era, la Tennent ordinò a tutti gli altri coach di non imporre cambiamenti di stile.
"Oggi posso dire che fu un periodo fondamentale, che ci fece crescere tecnicamente e psicologicamente. In quelle due settimane di lezioni americane giocammo contro i grandi di allora: Don Budge, Frank Sedgman, Pancho Gonzales, Pancho Segura". Non bisogna chiedere il risultato, non si deve sottilizzare. "Con loro chiaramente perdevamo, ma imparavamo a stare alla loro altezza, a non farci mettere in soggezione. Mi aiutò per i miei exploit successivi al Roland Garros (due semifinali, nel '55 e nel '56, ndr)".
Ma la chicca, il gioiello di quel viaggio, era nella coda, come conferma Merlo. "Credo fosse al penultimo giorno della nostra permanenza che, presentandoci per il solito allenamento, ci dissero che avremmo giocato su un altro campo, senza darci ulteriori spiegazioni. Venne un autista diverso dal solito, e ci addentrammo in posti di Beverly Hills che non avevamo mai ancora visto. Alla fine, arrivammo in una villa grande, che ci fece un certo effetto. E solo lì, mentre entravamo e percorrevamo il corridoio, ci informarono che era la villa di Charlie Chaplin, l'attore. Il mobilio era curioso, eccentrico: grandi lampadari, mobili particolari, tappeti dal colore forte ma onestamente il ricordo ora è sfocato. Chiunque avrebbe capito di essere in una casa di un creativo". Ma Merlo e Gardini riconobbero immediatamente la persona che li attendeva sul campo: quella figura alta e imponente non poteva che essere William Tilden (su di lui recentemente è stato pubblicato un volume), la leggenda degli Anni Venti. "Ci accolse con eleganza e con gentilezza, aveva ben oltre cinquant'anni. Morì due anni dopo. Ci chiese, lui a noi, se volevamo scambiare due colpi. E Gardini: "Ma siamo in tre, arriva anche Charlot per il doppio?" "No, Fausto, sorry. Charlie isn't here today, he's on the set for a movie" rispose serenamente Big Bill". E così si alternarono in campo, e Merlo oggi può vantarsi (si fa per dire, da vero pioniere dei gesti bianchi) di aver lasciato pochi games all'uomo che aveva vinto dieci Slam, che aveva inventato il servizio dall'alto, prima di cadere in disgrazia per le sue scelte sessuali, salvato solo da quale vecchio amico del mondo dello spettacolo che non gli voltò mai le spalle e gli permise di usare il campo e la 'mansion' come fossero suoi: Charlie Chaplin.