Dio, Calcio e Milizia: Arkan e il calcio come strumento di guerra
di FRANCESCO CARCIUno dei più feroci criminali che trasformò il mondo del pallone (e del tifo) in un violento oggetto di potere. Un libro ne ripercorre ascesa, comportamenti fino alla caduta, assassinato in un bar di Belgrado
Calcio e politica, stadi e guerre civili: nel libro “Dio, calcio e milizia” di Diego Mariottini (edizioni BradipoLibri) questi argomenti, apparentemente distinti tra loro, si ritrovano nella stessa narrazione. Il protagonista centrale di questo volume è infatti Željko Ražnatovic, meglio conosciuto come Arkan, uno dei più feroci e risoluti criminali del ventesimo secolo. Ed è anche un quadro della Jugoslavia, il Paese che per decenni è stato considerato un esempio di riuscito esperimento multietnico e di realtà comunista sostanzialmente svincolata dall’orbita sovietica. E il calcio cosa c’entra? E’ uno strumento. Lo sport più bello del mondo si trasforma infatti, nelle mani di presidenti senza scrupoli e di sciacalli di Stato, in un “parabellum” senza pietà. La devianza, di cui Arkan sarà l’artefice principale, arriverà a inquinare tutto: politica, calcio, rapporti interperson…
Calcio e politica, stadi e guerre civili: nel libro “Dio, calcio e milizia” di Diego Mariottini (edizioni BradipoLibri) questi argomenti, apparentemente distinti tra loro, si ritrovano nella stessa narrazione. Il protagonista centrale di questo volume è infatti Željko Ražnatovic, meglio conosciuto come Arkan, uno dei più feroci e risoluti criminali del ventesimo secolo. Ed è anche un quadro della Jugoslavia, il Paese che per decenni è stato considerato un esempio di riuscito esperimento multietnico e di realtà comunista sostanzialmente svincolata dall’orbita sovietica. E il calcio cosa c’entra? E’ uno strumento. Lo sport più bello del mondo si trasforma infatti, nelle mani di presidenti senza scrupoli e di sciacalli di Stato, in un “parabellum” senza pietà. La devianza, di cui Arkan sarà l’artefice principale, arriverà a inquinare tutto: politica, calcio, rapporti interpersonali, senso della convivenza civile.
CHI E’ ARKAN – Željko Ražnatovic, per tutti noto come Arkan, è stato un militare serbo, leader paramilitare, autore di numerose stragi di guerra commesse durante la Guerra in Jugoslavia negli anni novanta, tanto da essere incriminato dall’ONU per crimini contro l’umanità (gli attribuirono l’accusa di genocidio e atti di pulizia etnica) ed essere stato uno dei maggiori ricercati dall’Interpol per diversi anni. Arkan nacque in Slovenia a Brezice nel 1955 e fu detenuto per diversi anni nelle carceri di mezza Europa (tra cui quello di San Vittore a Milano a causa di numerose rapine). Il suo legame con il calcio iniziò nei primi anni Novanta quando, trasferitosi in Serbia, divenne capo ultras della Stella Rossa di Belgrado. Ma con il tifo, quello sano e genuino, Arkan non c’entrò nulla. Ben presto infatti Zeljko creò un’unità paramilitare di volontari (che chiamò Tigri), reclutando molti seguaci della tifoseria jugoslava. La storia ci dice che le “Tigri di Arkan” (in serbo Arkanovi Tigrovi) furono responsabili di decine di migliaia di omicidi.
DA ULTRAS A PRESIDENTE – Ma anche a guerra finita, il suo legame con il calcio durò a lungo. E nel testo si intuisce subito il motivo: ”Finché non possiedi una squadra di calcio forte e vincente non sei ancora nessuno, perché non hai ancora la visibilità giusta a livello globale”. Così nel 1996 Arkan fece il “grande salto”: passò da capo ultras a presidente, acquistando l’Obilic Football Klub di Belgrado, che nel 1998 vinse il campionato nazionale, partecipando poi anche alla Champions League. Per Arkan il calcio era un po’ come la guerra: cacciò dal club tutti i giocatori di origini albanese, scelse il colore giallo per le divise ufficiali (come il colore delle Tigri in guerra) e intensificò l’uso militaresco delle curve. Difficile considerare tutto questo uno sport: gli ultras facevano irruzione negli spogliatoi, avversari e arbitri erano a dir poco intimoriti dall’ambiente in cui si “giocava” e se le prestazioni dell’Obilic non erano all’altezza delle aspettative, scattavano punizioni e minacce di morte. Successivamente Arkan cedette la presidenza della squadra a sua moglie, la cantante folk Svetlana Ceca (di 21 anni più giovane di lui), mantenendone però la proprietà. Il 15 gennaio del 2000 fu assassinato da Dobrosav Gavric, un poliziotto ventitreenne in congedo, mentre chiacchierava con due amici (anche loro uccisi) seduto in un bar di Belgrado.
LA CURVA COME UNA MILIZIA – Diego Mariottini, giornalista e scrittore, ci racconta la scelta di parlare in questo libro di Arkan: ”Mi ha spinto l’amore per il calcio e l’osservazione di come esso sia stato strumentalizzato in modo evidente da forze che con il calcio non avevano nulla a che vedere, almeno in teoria”. Calcio e guerra diventarono, dunque, una cosa sola: ”Esatto, quella scelta da Arkan fu una vera e propria linea bellica, la preparazione alla guerra con la trasformazione di una curva in una milizia”.
CHI E’ ARKAN – Željko Ražnatovic, per tutti noto come Arkan, è stato un militare serbo, leader paramilitare, autore di numerose stragi di guerra commesse durante la Guerra in Jugoslavia negli anni novanta, tanto da essere incriminato dall’ONU per crimini contro l’umanità (gli attribuirono l’accusa di genocidio e atti di pulizia etnica) ed essere stato uno dei maggiori ricercati dall’Interpol per diversi anni. Arkan nacque in Slovenia a Brezice nel 1955 e fu detenuto per diversi anni nelle carceri di mezza Europa (tra cui quello di San Vittore a Milano a causa di numerose rapine). Il suo legame con il calcio iniziò nei primi anni Novanta quando, trasferitosi in Serbia, divenne capo ultras della Stella Rossa di Belgrado. Ma con il tifo, quello sano e genuino, Arkan non c’entrò nulla. Ben presto infatti Zeljko creò un’unità paramilitare di volontari (che chiamò Tigri), reclutando molti seguaci della tifoseria jugoslava. La storia ci dice che le “Tigri di Arkan” (in serbo Arkanovi Tigrovi) furono responsabili di decine di migliaia di omicidi.
DA ULTRAS A PRESIDENTE – Ma anche a guerra finita, il suo legame con il calcio durò a lungo. E nel testo si intuisce subito il motivo: ”Finché non possiedi una squadra di calcio forte e vincente non sei ancora nessuno, perché non hai ancora la visibilità giusta a livello globale”. Così nel 1996 Arkan fece il “grande salto”: passò da capo ultras a presidente, acquistando l’Obilic Football Klub di Belgrado, che nel 1998 vinse il campionato nazionale, partecipando poi anche alla Champions League. Per Arkan il calcio era un po’ come la guerra: cacciò dal club tutti i giocatori di origini albanese, scelse il colore giallo per le divise ufficiali (come il colore delle Tigri in guerra) e intensificò l’uso militaresco delle curve. Difficile considerare tutto questo uno sport: gli ultras facevano irruzione negli spogliatoi, avversari e arbitri erano a dir poco intimoriti dall’ambiente in cui si “giocava” e se le prestazioni dell’Obilic non erano all’altezza delle aspettative, scattavano punizioni e minacce di morte. Successivamente Arkan cedette la presidenza della squadra a sua moglie, la cantante folk Svetlana Ceca (di 21 anni più giovane di lui), mantenendone però la proprietà. Il 15 gennaio del 2000 fu assassinato da Dobrosav Gavric, un poliziotto ventitreenne in congedo, mentre chiacchierava con due amici (anche loro uccisi) seduto in un bar di Belgrado.
LA CURVA COME UNA MILIZIA – Diego Mariottini, giornalista e scrittore, ci racconta la scelta di parlare in questo libro di Arkan: ”Mi ha spinto l’amore per il calcio e l’osservazione di come esso sia stato strumentalizzato in modo evidente da forze che con il calcio non avevano nulla a che vedere, almeno in teoria”. Calcio e guerra diventarono, dunque, una cosa sola: ”Esatto, quella scelta da Arkan fu una vera e propria linea bellica, la preparazione alla guerra con la trasformazione di una curva in una milizia”.