Da RSera di martedì 3 novembre
"Alla fine ho capito che non ero lì solo per loro, ma anche per me stesso. Insieme abbiamo superato tutti i muri: le mura della prigione, il muro della maratona e l'invisibile muro che ognuno di noi costruisce, giorno dopo giorno, per proteggere sé stesso".
Loro sono i detenuti del carcere di Bollate, una manciata di chilometri da Milano. Lui è Paolo Maccagno, l'antropologo e runner che ha allenato e portato a correre la maratona un drappello di quei detenuti, lo scorso anno in occasione della Milano City Marathon. "In occasione", perché hanno corso buona parte della gara all'interno del carcere, lungo il muro di confine della prigione, per poi unirsi nella parte finale del tracciato a tutti gli altri runner nelle strade della città e raggiungere il traguardo dove c'erano i loro bambini ad attenderli e a festeggiarli.
Paolo Maccagno, che è ricercatore al Department of Anthropology dell'Università di Aberdeen, ora sta lavorando ad un progetto analogo con i detenuti del penitenziario scozzese di Peterhead e l'obiettivo è di correre con loro i 42,195 chilometri, in questo caso interamente all'interno del carcere, in contemporanea con la Edinburgh Marathon del prossimo maggio. Paolo conosce bene il muro della maratona, lo spartiacque che ogni runner, dal campione olimpico all'ultimo dei dilettanti, incontra intorno al trentacinquesimo chilometro, quando i muscoli cercano disperatamente le ultime gocce di risorse (zuccheri o grassi) e se non le trovano bruciano sé stessi. Il muro che segna il vero inizio della gara. Da lì si entra nella terra di nessuno dove tutto può succedere. Nel bene e nel male.
[[ge:rep-locali:repubblica:126603834]]
Studiando il parallelo tra il muro della maratona e il muro del carcere, ha pensato e poi progettato di accompagnare i detenuti in una pratica del limite come percorso di riabilitazione e di trasformazione: "Limite è una parola dai molti valori semantici ed emozionali - dice Maccagno -. Di solito lo si interpreta come confine insuperabile nel nome di un dentro che si vuole proteggere o, all'opposto, come tentazione, sfida all'andare oltre. Così, però, prevale sempre l'interesse verso i due lati, il dentro e il fuori, e non verso la condizione di limite in sé. Io credo che il limite possa essere interpretato anche come qualcosa di diverso dal confine. Non una linea che separa, ma un campo, uno spazio sorgivo, un luogo carico di energia che mette in relazione".
Da queste riflessioni è nato il progetto "Forza Papà!", realizzato insieme alla Ong "Bambinisenzasbarre" a Bollate, e così Paolo ha voluto trasferire l'esperienza anche in Scozia, dove vive e insegna da qualche anno. In Italia Paolo - aiutato tra gli altri da Fabrizio Cosi, capitano e fondatore dell'associazione no profit "Podisti da Marte", scomparso di recente - ha lavorato con una ventina di detenuti, quasi tutti all'ultimo anno di pena, e ha utilizzato la "pratica del limite" anche per aiutarli a recuperare il rapporto con i figli. Nel corso di oltre un anno, una volta a settimana, ha addestrato i detenuti alla maratona, attraverso lezioni di tecnica e, soprattutto, avviandoli alle sedute di allenamento che si sono svolte nel campo di calcio del penitenziario e lungo il muro. Parallelamente, nello "spazio giallo" - luoghi e momenti di incontro non convenzionali tra detenuti e familiari promosso da "Bambinisenzasbarre" -, hanno cercato di ricucire le lacerazioni del rapporto tra un padre in carcere e un figlio che vive la sua vita oltre il muro.
E' nata la squadra di runner "Padri sperduti", sperduti come i bambini di Peter Pan. Si sono preparati con impegno, si sono aperti nel dialogo reciproco superando i segreti e le diffidenze che da sempre segnano la convivenza dei detenuti, hanno avvistato la possibilità di una riabilitazione, di un riscatto. Hanno corso la maratona. Sono diventati veri runner ("correremo ancora, correremo anche quando usciremo da qui"), hanno trovato la chiave per una vita diversa. Nuova. "Dopo la prima corsa, appena fatta la doccia, ho aperto la porta dello spogliatoio e ho sentito sul viso l'aria fresca. Ho pensato: "Questo è il meglio della vita". E ho pianto, come non facevo da quando ero un ragazzino", ha confessato a Paolo uno dei "Padri sperduti".
"Bisogna cambiare se si vuole superare il muro e arrivare in fondo alla maratona - spiega Maccagno - . Il muro del maratoneta è un'esperienza trasformativa. Soltanto un cambiamento di postura corpo-mente può permettere di andare oltre. Soltanto una "pratica del limite"". Questa "pratica", adesso, Paolo proverà a sperimentarla con i detenuti del penitenziario scozzese di Peterhead. E anche lì ci sarà il lavoro parallelo di recupero degli affetti tra padri e figli, ancora più delicato perché il progetto dovrebbe coinvolgere prevalentemente detenuti con pene molto lunghe, ergastoli compresi. Ed anche il lavoro "tecnico" sarà complicato, visto che questa volta i 42,195 chilometri saranno coperti interamente all'interno del carcere, in contemporanea con la maratona che si corre "fuori". La data in agenda è quella della gara internazionale di Edimburgo, in maggio. "Speriamo di farcela. Ho già parlato con alcuni carcerati interessati al progetto - racconta Maccagno -. Ora sto lavorando con associazioni e club podistici scozzesi disposti a collaborare e mi sta dando una grossa mano anche Lia Sacerdote, presidente della Ong "Bambinisenzasbarre", quella dell'iniziativa di Bollate, insieme alla Ong di qui "Familiesoutside". Non è escluso che si possa poi coinvolgere il network europeo del quale fanno parte, "Childrenofprisoners". C'è ancora molto da fare, ma io ci credo".
A sentir parlare Paolo, viene da pensare che un personaggio come lui avrebbe voluto incontrarlo sui suoi passi il giovane Smith, il runner protagonista del racconto di Alan Sillitoe "La solitudine del maratoneta", che vive la corsa come affrancamento dalle prevaricazioni e dalla desolazione del riformatorio: "Eccomi qui, ritto sulla soglia in maglietta e calzoncini, senza neanche una crosta di pane secco nelle budella, che guardo i fiori coperti di brina ai miei piedi. Mi sento cinquanta volte meglio di quando sono rinchiuso lassù in quel dormitorio con altri trecento ragazzi come me (...) E' una pacchia fare il maratoneta, fuori nel mondo per conto tuo senza un'anima che ti faccia saltare la mosca al naso o che ti dica cosa devi fare o che c'è un negozio da svaligiare in fondo alla prossima strada". Un'inconsapevole "pratica del limite" negli slums inglesi di qualche decennio fa.
"Alla fine ho capito che non ero lì solo per loro, ma anche per me stesso. Insieme abbiamo superato tutti i muri: le mura della prigione, il muro della maratona e l'invisibile muro che ognuno di noi costruisce, giorno dopo giorno, per proteggere sé stesso".
Loro sono i detenuti del carcere di Bollate, una manciata di chilometri da Milano. Lui è Paolo Maccagno, l'antropologo e runner che ha allenato e portato a correre la maratona un drappello di quei detenuti, lo scorso anno in occasione della Milano City Marathon. "In occasione", perché hanno corso buona parte della gara all'interno del carcere, lungo il muro di confine della prigione, per poi unirsi nella parte finale del tracciato a tutti gli altri runner nelle strade della città e raggiungere il traguardo dove c'erano i loro bambini ad attenderli e a festeggiarli.
Paolo Maccagno, che è ricercatore al Department of Anthropology dell'Università di Aberdeen, ora sta lavorando ad un progetto analogo con i detenuti del penitenziario scozzese di Peterhead e l'obiettivo è di correre con loro i 42,195 chilometri, in questo caso interamente all'interno del carcere, in contemporanea con la Edinburgh Marathon del prossimo maggio. Paolo conosce bene il muro della maratona, lo spartiacque che ogni runner, dal campione olimpico all'ultimo dei dilettanti, incontra intorno al trentacinquesimo chilometro, quando i muscoli cercano disperatamente le ultime gocce di risorse (zuccheri o grassi) e se non le trovano bruciano sé stessi. Il muro che segna il vero inizio della gara. Da lì si entra nella terra di nessuno dove tutto può succedere. Nel bene e nel male.
[[ge:rep-locali:repubblica:126603834]]
Studiando il parallelo tra il muro della maratona e il muro del carcere, ha pensato e poi progettato di accompagnare i detenuti in una pratica del limite come percorso di riabilitazione e di trasformazione: "Limite è una parola dai molti valori semantici ed emozionali - dice Maccagno -. Di solito lo si interpreta come confine insuperabile nel nome di un dentro che si vuole proteggere o, all'opposto, come tentazione, sfida all'andare oltre. Così, però, prevale sempre l'interesse verso i due lati, il dentro e il fuori, e non verso la condizione di limite in sé. Io credo che il limite possa essere interpretato anche come qualcosa di diverso dal confine. Non una linea che separa, ma un campo, uno spazio sorgivo, un luogo carico di energia che mette in relazione".
Da queste riflessioni è nato il progetto "Forza Papà!", realizzato insieme alla Ong "Bambinisenzasbarre" a Bollate, e così Paolo ha voluto trasferire l'esperienza anche in Scozia, dove vive e insegna da qualche anno. In Italia Paolo - aiutato tra gli altri da Fabrizio Cosi, capitano e fondatore dell'associazione no profit "Podisti da Marte", scomparso di recente - ha lavorato con una ventina di detenuti, quasi tutti all'ultimo anno di pena, e ha utilizzato la "pratica del limite" anche per aiutarli a recuperare il rapporto con i figli. Nel corso di oltre un anno, una volta a settimana, ha addestrato i detenuti alla maratona, attraverso lezioni di tecnica e, soprattutto, avviandoli alle sedute di allenamento che si sono svolte nel campo di calcio del penitenziario e lungo il muro. Parallelamente, nello "spazio giallo" - luoghi e momenti di incontro non convenzionali tra detenuti e familiari promosso da "Bambinisenzasbarre" -, hanno cercato di ricucire le lacerazioni del rapporto tra un padre in carcere e un figlio che vive la sua vita oltre il muro.
E' nata la squadra di runner "Padri sperduti", sperduti come i bambini di Peter Pan. Si sono preparati con impegno, si sono aperti nel dialogo reciproco superando i segreti e le diffidenze che da sempre segnano la convivenza dei detenuti, hanno avvistato la possibilità di una riabilitazione, di un riscatto. Hanno corso la maratona. Sono diventati veri runner ("correremo ancora, correremo anche quando usciremo da qui"), hanno trovato la chiave per una vita diversa. Nuova. "Dopo la prima corsa, appena fatta la doccia, ho aperto la porta dello spogliatoio e ho sentito sul viso l'aria fresca. Ho pensato: "Questo è il meglio della vita". E ho pianto, come non facevo da quando ero un ragazzino", ha confessato a Paolo uno dei "Padri sperduti".
"Bisogna cambiare se si vuole superare il muro e arrivare in fondo alla maratona - spiega Maccagno - . Il muro del maratoneta è un'esperienza trasformativa. Soltanto un cambiamento di postura corpo-mente può permettere di andare oltre. Soltanto una "pratica del limite"". Questa "pratica", adesso, Paolo proverà a sperimentarla con i detenuti del penitenziario scozzese di Peterhead. E anche lì ci sarà il lavoro parallelo di recupero degli affetti tra padri e figli, ancora più delicato perché il progetto dovrebbe coinvolgere prevalentemente detenuti con pene molto lunghe, ergastoli compresi. Ed anche il lavoro "tecnico" sarà complicato, visto che questa volta i 42,195 chilometri saranno coperti interamente all'interno del carcere, in contemporanea con la maratona che si corre "fuori". La data in agenda è quella della gara internazionale di Edimburgo, in maggio. "Speriamo di farcela. Ho già parlato con alcuni carcerati interessati al progetto - racconta Maccagno -. Ora sto lavorando con associazioni e club podistici scozzesi disposti a collaborare e mi sta dando una grossa mano anche Lia Sacerdote, presidente della Ong "Bambinisenzasbarre", quella dell'iniziativa di Bollate, insieme alla Ong di qui "Familiesoutside". Non è escluso che si possa poi coinvolgere il network europeo del quale fanno parte, "Childrenofprisoners". C'è ancora molto da fare, ma io ci credo".
A sentir parlare Paolo, viene da pensare che un personaggio come lui avrebbe voluto incontrarlo sui suoi passi il giovane Smith, il runner protagonista del racconto di Alan Sillitoe "La solitudine del maratoneta", che vive la corsa come affrancamento dalle prevaricazioni e dalla desolazione del riformatorio: "Eccomi qui, ritto sulla soglia in maglietta e calzoncini, senza neanche una crosta di pane secco nelle budella, che guardo i fiori coperti di brina ai miei piedi. Mi sento cinquanta volte meglio di quando sono rinchiuso lassù in quel dormitorio con altri trecento ragazzi come me (...) E' una pacchia fare il maratoneta, fuori nel mondo per conto tuo senza un'anima che ti faccia saltare la mosca al naso o che ti dica cosa devi fare o che c'è un negozio da svaligiare in fondo alla prossima strada". Un'inconsapevole "pratica del limite" negli slums inglesi di qualche decennio fa.