La storia

Il sogno svanito di Nosheen: da ragazzo prodigio a uomo in fuga

Era portiere dell'Al-Hurriya, club che gioca ad Aleppo, la porta della Siria era ad un passo. La guerra civile si è messa di traverso, ora ha 23 anni e fa il cameriere nel nord dell'Iraq. Gli è rimasta solo la passione per il calcio: ma gioca solo una volta alla settimana a tarda notte, dopo il lavoro, al freddo, senza spettatori

2 minuti di lettura
La porta della Nazionale era a un passo. Deve pensarci spesso Nosheen, mentre serve la cena ai clienti in un ristorante a Erbil, Iraq settentrionale. E' un rifugiato, ha 23 anni, a 18 stava per prendersi la maglia da titolare della Siria dopo una carriera da prodigio nel Al-Hurriya, club che gioca ad Aleppo, parte settentrionale del Paese arabo. Un sogno svanito. La guerra civile si è messa di traverso. Aveva scelto di aspettare a mettere i guantoni nazionali, dopo i primi passi con l'under 22 nell'Asian Football Confederation. Due anni senza pallone, prima l'università per poi imboccare la strada del professionismo, magari con un contratto in Europa. Proseguire gli studi era importante per la famiglia, curdi dal tenore di vita medio-alto, quello che bastava per consentirgli di pensare solamente ai libri e pallone. Poi la guerra si è presa il pallone. Anzi, si è presa tutto. Con il calcio tra l'altro utilizzato non solo da Assad ma anche dagli oppositori come strumento di propaganda. Raid, morti, distruzioni, in mezzo atleti che si schieravano con Assad, come i nazionali Mohamad Zbida, Afa Al Rifai, Jehad Al Baour, altri come il portiere Albasit Sarut, reporter dell'Esercito della Siria Libera che diffondeva sui social le violenze governative.

E nel frattempo si giocava pure  -  ma solo a Damasco  -  la Premier League voluta dal potere governativo. Intanto buona parte dei giovani calciatori del Paese fuggivano. Dileguati, nessuna notizia su di loro, forse sono morti. In Libano, a un passo dalla Siria, dove sono raccolti circa 1,1 milioni di rifugiati, c'è una squadra di siriani. Pronti a tornare sui campi di casa, una volta finita la stagione con Assad al potere. Si allenano, qualche giorno fa hanno giocato una partita contro un club locale di Tripoli. Invece Nosheen scappava con la famiglia. Con loro solo i vestiti, nessuna traccia del passato, una foto, un ricordo, tutto travolto, raso al suolo dalle armi. Una sosta con i suoi in un villaggio curdo, ad Afrin, senza lavoro e prospettive. Poi in cammino verso il confine con la Turchia. Ammassati come tanti altri rifugiati in un fienile, poco cibo e acqua, per tre settimane. In attesa di uscire dal Paese.

Poi l'arrivo in Iraq, dove ora lavora da cameriere. Scampoli di vita normale, casa e ristorante, i soldi da mandare a casa in Siria. Qualche mese prima della sua storia il New York Times raccontava del felice epilogo del viaggio di Mohammed Jaddou, 17 anni, via dal calcio insanguinato siriano  -  campo d'allenamento bombardato, lui minacciato di morte dai ribelli - verso la Germania, al Ravensburg, dopo un viaggio tra Turchia e Italia, con la fissa di giocare nello stesso microcosmo del suo idolo, Cristiano Ronaldo. Nosheen invece gioca a calcio, in porta ovviamente, solo una volta alla settimana a tarda notte, dopo il lavoro, al freddo, senza spettatori, senza la maglia della Nazionale sulle spalle. Se volesse tornare tra i pali per una squadra irachena dovrebbe esserci il placet dal governo di Damasco, che lo richiamerebbe per il servizio militare obbligatorio mai prestato. Insomma, il pallone per lui è solo ormai un sogno. Il risveglio si chiama guerra.