La storia

Dal dramma di Chernobyl al riscatto sul tatami, la favola di Anastasia

Nata in Russia con le mani malformate per vie delle radiazioni, l'infanzia in orfanotrofio, poi l'adozione di una famiglia di La Spezia. La mamma adottiva ex nazionale di ju jitsu che le insegna l'arte di questo sport, e da allora sono fioccate medaglie europee e mondiali

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Da bambina ci giocava a palle di neve nei boschi di Tambov, 500 chilometri a sud-est di Mosca, la città della ritirata italiana dal Don. Oggi ci lavora, ci scrive, ci fotografa, ci combatte, "ci faccio senza troppi problemi anche le prese sulle avversarie". Anastasia "Nastia" Tonelli, 29 anni, azzurra di ju jitsu, russa di nascita e spezzina di adozione, con le sue mani ha fatto e continua "a far tutto": si è costruita una vita in un paese diverso dal suo, ha imparato l'italiano, due settimane fa a Bangkok ha anche vinto il suo primo argento mondiale nella sua categoria. E poco importa, allora, che le sue non siano "mani come quelle di tutti gli altri", ma siano nate "diverse", "malformate, con i due pugni chiusi, di fatto senza dita", come successo a tanti altri bambini russi dell'86, nati nei mesi successivi al disastro nucleare di Chernobyl. Un difetto fisico che "non è mai stato un problema", però, e da cui questa lottatrice che viene dal freddo ha "tratto solo stimoli"  -  assicura  -  per andare lontano.

Alta appena un metro e cinquantatre, nata e cresciuta "piccolina" in un ambiente in cui "serviva farsi rispettare", quella dell'atleta ligure è in effetti una bella storia di riscatto, di carattere e grande forza di volontà. Una vita divisa in due, svoltata a migliaia di chilometri da casa, anche e soprattutto grazie allo sport. Partita in un letto di ospedale ("per i primi cinque mesi"), andata avanti per nove anni in un istituto per bambini orfani o troppo poveri, fuori dalla città, lontano da tutto ("eravamo in centinaia, mi ricordo soprattutto le nevicate, i giochi, pure la prima volta che vidi un'automobile: ero ormai già grande, perché lì arrivava solo il sidecar del direttore dell'istituto"), e poi ancora, un giorno del 1995, catapultata nel centro di La Spezia. A casa di una mamma adottiva italiana, Raffaella, che di cognome fa Fucini, ha un passato come nazionale di ju jitsu, e in quel momento ("come ancora adesso, tutti i giorni, la sua è una passione fortissima") già insegnava l'arte di difesa giapponese a ragazzi e bambini.
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Già quattro bronzi mondiali, uno europeo ("questo giugno, in Olanda") e l'oro di Bangkok sfumato solo all'ultimo, in finale contro la polacca Giec, "la mia è stata una rinascita  -  continua Anastasia, che a febbraio a Ferrara è attesa dai campionati italiani  -  ed è partita dalla palestra. Già al mio secondo giorno in Italia sono stata portata sul tatami, io non sapevo una parola d'italiano e i miei nuovi genitori una parola di russo, e così mia mamma ha utilizzato il ju jitsu per farmi crescere, imparare l'italiano, inserirmi in una nuova comunità". Facendo presa sulla disciplina della più nobile tra le arti orientali, "per educare una nata ribelle come me, che in istituto ero la più pestifera, e ora invece posso dire di apprezzare le punizioni che ho ricevuto e mi hanno fatto crescere".

Oggi, nonostante le radiazioni di Chernobyl, la sua infanzia difficile e cinque operazioni alle mani ("ringrazierò per sempre il medico che ha creduto nell'impresa di salvare le mie dita, e mi ha fatto quasi recuperare la funzionalità di entrambe le mani"), la neo medaglia iridata lavora alla Spezia in un'impresa di un amico, ("che mi lascia tanto tempo libero per gli allenamenti, miei e dei bambini, e dei ragazzi che alleno"), passa tutti i giorni dal tatami e fa fatica "solo a far la dieta, per rimanere sotto i 49 chili della mia categoria di gara". Un sacrificio che si fa volentieri, "perché lo sport alla fine aiuta in tutti i sensi  -  continua la "figlia d'arte"  -  fa crescere il carattere e non solo, basta volerlo fare. E fa capire che non importa da dove si viene, l'importante è credere in quello che si fa".

E se nelle "prese" con le sue mani ritrovate fa ancora un po' di fatica, le idee di Anastasia da Tambov sono chiare, chiarissime. Sugli obiettivi personali ("a marzo ci sono gli Open di Parigi, a giugno la Coppa Europa, poi i Mondiali a fine novembre in Polonia e lì vorrei l'oro"), sul suo passato ("mi ricordo tutto così bene, ma in Russia non ci sono mai più stata: mi piacerebbe tornarci"), sull'educazione dei più piccoli ("quando li alleno li lascio sempre sfogare: non bisogna lasciargli tutto facile, ma hanno anche bisogno di muoversi, di ribellarsi"). E poi ancora sul valore del suo sport ("non è violento, insegna il rispetto") e sui sogni futuri, più o meno realizzabili.
Stella di una disciplina che il Cio non considera tra quelle olimpiche, "non so cosa darei per partecipare ai Giochi", racconta. "Le Olimpiadi sono la perfezione di un atleta, ed è un peccato poterle solo sognare. So bene che è tutta una questione di soldi, di potere, di giochi a tavolino tra federazioni: vorrebbero persino togliere la lotta grecoromana, che ha fatto nascere il mito di Olimpia, figuriamoci il ju jitsu. Ma se mai un giorno il mio sport diventerà sport olimpico, magari anche a Roma 2024  -  è la promessa  -  in qualche modo, anche da lottatrice in pensione, io ci sarò".