Nino Benvenuti vs Sandro Mazzinghi, la sfida infinita. Il 17 dicembre 1965, al Palazzo dell'Eur andava in scena l'epilogo di uno dei più grandi dualismi del pugilato ed in generale dello sport italiano. La parola fine però fu scritta solo sul ring, perché a distanza di cinquanta anni il duello va avanti. Mazzinghi, uscito sconfitto in entrambe le circostanze, avrà rivisitato e commentato migliaia di volte i match, ed ogni volta ne ha contestato gli esiti. E il suo è un fervore talmente attuale che sembra il toscano da quel quadrato non sia mai sceso. E la tanto attesa stretta di mano con l'eterno rivale non c'è mai stata nonostante, questo gli va riconosciuto, Benvenuti abbia più volte lanciato il ramoscello d'ulivo.
Nino, a distanza di tanti anni, è rimasto sotto i riflettori. Commenta i match trasmessi dalla Rai, è conosciuto anche da quelli che non hanno la carta d'identità giusta per averlo visto combattere. Sandro invece, una volta appesi i guantoni, ha confermato il carattere schivo: di tanto in tanto concede qualche intervista, qualche apparizione tv, ma fondamentalmente la scelta è andata su una vita ritirata. Personaggi opposti ora, personaggi opposti allora. Una rivalità perfetta, naturale: i media non hanno avuto bisogno di crearla ad arte.
Mazzinghi vive un'infanzia difficile in tempo di guerra, e non è il classico predestinato del ring. Da buon toscano ha una predilezione per il ciclismo, e vive della rivalità - questa ancora più epocale - tra Coppi e Bartali. Vive però anche dell'ammirazione per il fratello maggiore, 6 anni più di lui, Guido. Questo è un buon pugile, è campione italiano dei pesi medi - negli anni cinquanta vuole dire tanto -, ma sfiora soltanto l'agognata sfida a Charles Humez, il minatore francese che dopo una giovinezza passata a rischiare la pelle nelle viscere della terra non poteva certo avere paura del ring. Sandro però fa più strada, tanto da arrivare a conquistare il titolo mondiale dei superwelter contro Ralph Dupas, il campione nato in Louisiana, passato professionista a 15 anni e sopravvissuto in una categoria ricca di altri grandi campioni grazie alla sua destrezza sul ring. La cosa non gli riesce contro i pugni di Mazzinghi che si prende lo scettro.
[[ge:rep-locali:repubblica:129615296]]
Benvenuti ha la stessa età (classe 1938), ma nel professionismo arriva dopo Mazzinghi a conquistare titoli. Eppure il personaggio glamour è lui. Elegante, mondano, buon livello culturale, spigliato nel parlare perfetto sotto i riflettori. Insomma, il predestinato, quello che da dilettante fa praticamente percorso netto, perdendo un solo incontro -in Turchia - con un verdetto contestato addiruttura dai vertici federali. Benvenuti è anche quello già conosciutissimo a poco più di venti anni, osannato da un palaeur pieno come un uovo mentre conquista l'oro alle Olimpiadi di Roma. Insomma, attendendo il primo campionato del mondo disputato tra due italiani, non si divide solo l'Italia sportiva, ma anche quella sociale. Forzando un po' si può dire che la borghesia medio alta sta con Benvenuti, le classi sociali più proletarie stanno con Mazzinghi. Lo detta anche il comportamento sul ring. Benvenuti è molto tecnico, dai pugni precisi, conservativo sul ring. Mazzinghi è il classico guerriero da boxe statunitense: una volta persino il mito Robinson gli suggerì che la strada Usa ne avrebbe fatto una leggenda. Con queste premesse, la prima sfida. Il teatro e lo stadio San Siro di Milano, mese di giugno, 40mila spettatori. L'anno prima, quando il destino sembrava finalmente girare per il verso giusto, un terribile incidente in auto segna la vita di Mazzinghi: muore la prima moglie, lo stesso pugile ne esce a pezzi. Il recupero fisico e morale è durissimo. Sul ring, il match ruota intorno ad un montante, il pugno più pericoloso per chi lo riceve, ma che espone a grossi rischi anche chi lo porta. Il colpo è di Benvenuti, a Mazzinghi si spegne la luce.
[[ge:rep-locali:repubblica:129615284]]
Anche in questo caso il toscano contesta, lo farà anche anni dopo in tv, l'atteggiamento di Benvenuti e della federazione, rei a suo dire di aver accelerato troppo l'incontro senza rispettare il suo dramma personale. Si arriva quindi alla rivincita, se possibile ancora più attesa del primo incontro, se possibile ancora più ricca di polemiche. Finisce ai punti per Benvenuti, di stretta misura. Oggetto del contendere è un destro di Benvenuti, che nel secondo round fa assaggiare a Mazzinghi il tappeto. "E' stata una spinta", accusa il toscano. Ma sui cartellini è una ripresa da due punti che incide in maniera determinante sull'andamento del match. La storia della boxe spesso vive sulle trilogie (la più celebre che viene in mente è Alì-Frazier), ma stavolta il discorso finisce qui. Non ci sarà mai il terzo incontro, anche se i due continueranno a tenere l'Italia incollata a radioline e tv.
Benvenuti terrà tutti svegli per le leggendarie notti contro Griffith prima di arrendersi al destro brutale di Carlos Monzon, sempre al PalaEur, nel novembre del 1970. Mazzinghi si riprenderà il titolo dei superwelter dopo 15 riprese selvagge contro Ki-Soo Kim, il coreano che invece aveva sottratto la corona a Benvenuti. Indomito, Mazzighi rientra sul ring alla soglie dei 40 anni: tre incontri, magari non contro dei fenomeni, ma tutti vinti. Due grandi campioni, due grandi carriere, manca solo una stretta di mano. Benvenuti-Mazzinghi, il match che non è mai finito.
Nino, a distanza di tanti anni, è rimasto sotto i riflettori. Commenta i match trasmessi dalla Rai, è conosciuto anche da quelli che non hanno la carta d'identità giusta per averlo visto combattere. Sandro invece, una volta appesi i guantoni, ha confermato il carattere schivo: di tanto in tanto concede qualche intervista, qualche apparizione tv, ma fondamentalmente la scelta è andata su una vita ritirata. Personaggi opposti ora, personaggi opposti allora. Una rivalità perfetta, naturale: i media non hanno avuto bisogno di crearla ad arte.
Mazzinghi vive un'infanzia difficile in tempo di guerra, e non è il classico predestinato del ring. Da buon toscano ha una predilezione per il ciclismo, e vive della rivalità - questa ancora più epocale - tra Coppi e Bartali. Vive però anche dell'ammirazione per il fratello maggiore, 6 anni più di lui, Guido. Questo è un buon pugile, è campione italiano dei pesi medi - negli anni cinquanta vuole dire tanto -, ma sfiora soltanto l'agognata sfida a Charles Humez, il minatore francese che dopo una giovinezza passata a rischiare la pelle nelle viscere della terra non poteva certo avere paura del ring. Sandro però fa più strada, tanto da arrivare a conquistare il titolo mondiale dei superwelter contro Ralph Dupas, il campione nato in Louisiana, passato professionista a 15 anni e sopravvissuto in una categoria ricca di altri grandi campioni grazie alla sua destrezza sul ring. La cosa non gli riesce contro i pugni di Mazzinghi che si prende lo scettro.
[[ge:rep-locali:repubblica:129615296]]
Benvenuti ha la stessa età (classe 1938), ma nel professionismo arriva dopo Mazzinghi a conquistare titoli. Eppure il personaggio glamour è lui. Elegante, mondano, buon livello culturale, spigliato nel parlare perfetto sotto i riflettori. Insomma, il predestinato, quello che da dilettante fa praticamente percorso netto, perdendo un solo incontro -in Turchia - con un verdetto contestato addiruttura dai vertici federali. Benvenuti è anche quello già conosciutissimo a poco più di venti anni, osannato da un palaeur pieno come un uovo mentre conquista l'oro alle Olimpiadi di Roma. Insomma, attendendo il primo campionato del mondo disputato tra due italiani, non si divide solo l'Italia sportiva, ma anche quella sociale. Forzando un po' si può dire che la borghesia medio alta sta con Benvenuti, le classi sociali più proletarie stanno con Mazzinghi. Lo detta anche il comportamento sul ring. Benvenuti è molto tecnico, dai pugni precisi, conservativo sul ring. Mazzinghi è il classico guerriero da boxe statunitense: una volta persino il mito Robinson gli suggerì che la strada Usa ne avrebbe fatto una leggenda. Con queste premesse, la prima sfida. Il teatro e lo stadio San Siro di Milano, mese di giugno, 40mila spettatori. L'anno prima, quando il destino sembrava finalmente girare per il verso giusto, un terribile incidente in auto segna la vita di Mazzinghi: muore la prima moglie, lo stesso pugile ne esce a pezzi. Il recupero fisico e morale è durissimo. Sul ring, il match ruota intorno ad un montante, il pugno più pericoloso per chi lo riceve, ma che espone a grossi rischi anche chi lo porta. Il colpo è di Benvenuti, a Mazzinghi si spegne la luce.
[[ge:rep-locali:repubblica:129615284]]
Anche in questo caso il toscano contesta, lo farà anche anni dopo in tv, l'atteggiamento di Benvenuti e della federazione, rei a suo dire di aver accelerato troppo l'incontro senza rispettare il suo dramma personale. Si arriva quindi alla rivincita, se possibile ancora più attesa del primo incontro, se possibile ancora più ricca di polemiche. Finisce ai punti per Benvenuti, di stretta misura. Oggetto del contendere è un destro di Benvenuti, che nel secondo round fa assaggiare a Mazzinghi il tappeto. "E' stata una spinta", accusa il toscano. Ma sui cartellini è una ripresa da due punti che incide in maniera determinante sull'andamento del match. La storia della boxe spesso vive sulle trilogie (la più celebre che viene in mente è Alì-Frazier), ma stavolta il discorso finisce qui. Non ci sarà mai il terzo incontro, anche se i due continueranno a tenere l'Italia incollata a radioline e tv.
Benvenuti terrà tutti svegli per le leggendarie notti contro Griffith prima di arrendersi al destro brutale di Carlos Monzon, sempre al PalaEur, nel novembre del 1970. Mazzinghi si riprenderà il titolo dei superwelter dopo 15 riprese selvagge contro Ki-Soo Kim, il coreano che invece aveva sottratto la corona a Benvenuti. Indomito, Mazzighi rientra sul ring alla soglie dei 40 anni: tre incontri, magari non contro dei fenomeni, ma tutti vinti. Due grandi campioni, due grandi carriere, manca solo una stretta di mano. Benvenuti-Mazzinghi, il match che non è mai finito.