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Da Pelé a Rivera, Sormani racconta il suo calcio in bianco e nero

Nella sua autobiografia ("Io sono pallone") il fuoriclasse brasiliano ripercorre la sua carriera. Uno spaccato d'altri tempi, con aneddoti ricchi di fascino, dal Santos al Mantova fino ad arrivare al Milan che vinse tutto
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Flash di altri tempi, con quel retrogusto dolce che, nell'epoca social e del divismo esasperato, forse solo il calcio in bianco e nero riesce a trasmettere. E' il calcio che Angelo Benedicto Sormani racconta nel suo "Io sono il pallone", (scritto con Martina Bonichi, edizioni Ultra sport): un viaggio che parte dal Brasile per sfociare in Italia, passando da Mantova, Roma, Milano, Napoli, Firenze, Vicenza e ancora Roma. Un tuffo negli anni sessanta e settanta, tanti intrecci professionali ma soprattutto umani con altri miti del calcio. L'amore per il pallone descritto non come metafora, ma gioia effettiva della corsa dietro alla sfera magica, sin dalla tenerissima età. Pelè bianco è l'alias che lo accompagna, pensandoci bene non poteva essere altrimenti. Infatti la grande ribalta arriva nel Santos, e nella formazione paulista, già leggenda in quegli anni in Brasile e nel mondo, quel ragazzone spicca per due motivi. Il primo è…
Flash di altri tempi, con quel retrogusto dolce che, nell'epoca social e del divismo esasperato, forse solo il calcio in bianco e nero riesce a trasmettere. E' il calcio che Angelo Benedicto Sormani racconta nel suo "Io sono il pallone", (scritto con Martina Bonichi, edizioni Ultra sport): un viaggio che parte dal Brasile per sfociare in Italia, passando da Mantova, Roma, Milano, Napoli, Firenze, Vicenza e ancora Roma. Un tuffo negli anni sessanta e settanta, tanti intrecci professionali ma soprattutto umani con altri miti del calcio. L'amore per il pallone descritto non come metafora, ma gioia effettiva della corsa dietro alla sfera magica, sin dalla tenerissima età. Pelè bianco è l'alias che lo accompagna, pensandoci bene non poteva essere altrimenti. Infatti la grande ribalta arriva nel Santos, e nella formazione paulista, già leggenda in quegli anni in Brasile e nel mondo, quel ragazzone spicca per due motivi. Il primo è che, pur non giocando sempre vista la presenza di tanti campioni, è uno dei pochi ad avere la pelle candida in mezzo a tanti neri. La società vieta di andare al mare perché il sole affatica: i neri eludono facilmente, Sormani invece è costretto a stare sempre sotto l'ombrellone. "Diventavo rosso come un peperone, mi avrebbero scoperto". Il secondo è che uno di quei ragazzi neri si chiama Edson Arantes Do Nascimento, è Pelè, quello vero. Un ragazzo costretto a diventare uomo praticamente da adolescente, il più forte di tutti ma non il leader carismatico di quel Santos (ruolo che invece tocca a Zito).

Quando il Santos lo battezzà Pelè Bianco, quello vero ha già vinto il campionato del mondo in Svezia: è l'unico ad avere la macchina tra quei giovani che il club ha alloggiato alla pensione da Donna Jo ("Spesso ci veniva a prendere"), ma uscire con lui è terribilmente complicato. Se poi si decide di andare al cinema, è necessario arrivare a film iniziato ed andarsene prima che le luci vengano riaccese. Caso contrario, la ressa per una stretta di mano o un'autografo è assicurata. Pelé comunque rappresenta un caso isolato di divismo. Sormani vive un calcio a misura d'uomo, anche quando approda in Italia. A Mantova, segnalato da un giornalista che segue il Santos e che è cugino del presidente dei virgiliani. Un periodo in cui l'aneddotica trova terreno fertile nella presenza alla guida della squadra di Edmondo Fabbri, il futuro ct della Nazionale. Fabbri è un tipo rigido, assaggia personalmente persino il grado di cottura del riso per i giocatori, non tollera chi fuma (multa altissime per l'epoca, 1000 lire). Sormani fatica prima di legarci e, dopo una esclusione da una trasferta con l'Inter a cui segue un ritiro punitivo e solitario, la rottura sembra inevitabile. Non avviene solo perché il telefono da cui Sormani chiama la moglie Julieta preannunciando il ritorno in Brasile, è quello condominiale, del palazzo in cui  abita anche Fabbri. Gli 'informatori' mettono al corrente l'allenatore, e da lì in poi avviene il chiarimento. Telefono condominiale, come stona con l'era dei cellulari... E che dire del misterioso Amoroso, un brasiliano arrivato a Mantova nel novembre del '62. Fa freddissimo, è così intirizzito che la società gli compra subito un cappotto. Ma nevica tutta la notte e lui non regge: "Qui non resto per tutti i soldi del mondo", e il contratto va in mille pezzi.

Per Sormani seguono il periodo alla Roma, non fortunato nonostante la faraonica spesa dei giallorossi per averlo (mezzo miliardo) per averlo, e la definitiva consacrazione al Milan. Qui, tra un aneddoto su Gianni Rivera ("Mi invitò a pranzo a casa sua, ero l'unico ospite. Era il suo compleanno, ma capii che l'occasione era speciale quando arrivò lo champagne a fine pranzo"), la terribile trasferta nella tana dell'Estudiantes per la Coppa Intercontinentale e le battute del Paron Rocco, arrivano tutti i trofei possibili e immaginabili. Seguono il passaggio al Napoli, dove lascia un ricordo talmente buono che "Anni dopo ci andai in treno, ma arrivato in Piazzale Tecchio cercai un taxi senza fortuna. Il conducente di un autobus mi riconobbe portandomi a destinazione, un autobus solo per me...". Quindi Firenze, dove trova nuovamente come allenatore Nils Liedholm, di cui farà poi il secondo alla guida della Roma.  "Angelo è un hombre vertical, una persona che ha sempre avuto la testa alta e la schiena dritta". E' Sormani secondo Darwin Pastorin, un pensiero che dice molto, anzi, tutto.