Non c'è da preoccuparsi. Basta vigilare e indagare un po' di più. I ragazzini giocano a pallone, bellissimo farlo, fantastico vederli. Però colpire di testa non è detto che sia sempre una benedizione. E soprattutto sarebbe meglio se, soprattutto in più tenera età, si evitassero i contatti testa a testa, le capocciate, quello che gli americani, che da anni sono in prima fila nella ricerca, chiamano "heading". "E' necessario approfondire, non è stato ancora sviluppato un percorso scientifico, ma certo non è sbagliato, come hanno fatto in Danimarca, mettere per i bambini che giocano a pallone l'obbligo del caschetto protettivo", riconosce il dott. Pietro Volpi, coordinatore dello staff medico dell'Inter e "testa" pensante della medicina applicata al nostro calcio. "Già con l'Associazione Calciatori, anni fa, avevamo iniziato a lavorare per ricostruire una profilassi preventiva contro i traumi a carico della testa, quindi della scatola cranica e, indirettamente, a carico del cervello". I bambini, sicuramente, ma anche gli adulti. "I rischi maggiori non si corrono quando viene colpita la palla di testa da un corner, di solito sono sfioramenti, impatti relativamente pericolosi", prosegue Volpi, "il vero problema può presentarsi quando, per esempio, una punizione colpisce il volto o la fronte di un ragazzo in barriera, non preparato a contrastare il pallone. Oppure nei contrasti aerei, che sono decisamente aumentati. Basta guardare una partita, anche tra ragazzi o nel mondo amatoriale. Il calcio è così cambiato, è così talmente fisico che a centrocampo si vedono continuamente duelli aerei, cosa che prima non accadeva quasi mai, veri e propri tackle effettuati con la testa. Come conseguenza di questo mutato agonismo, spesso si assestano gomitate sulle tempie, si provocano ferite, insomma si è aperta un'altra porta, ci si presenta una nuova patologia.
Del resto abbiamo tutti sotto gli occhi l'immagine di calciatori che scendono in campo con la mascherina protettiva, dopo una frattura nasale o agli zigomi. Cose che prima non esistevano o erano molto rare e se un calciatore si rompeva lo zigomo non giocava". Per questo in Olanda ai bambini che giocando colpiscono di testa viene fischiato fallo: in pratica quel gesto, così bello e così carico di storia, non è più consentito dal regolamento corretto in corsa per proteggere fisici, diciamo così, "morbidi", ancora in fase di sviluppo e prevenire infortuni o danni che alla lunga potrebbero condurre a invalidamenti inimmaginabili. Da tempo in America danno per scontato che gli sport di contatto, il football ma anche il meno traumatico soccer, possono arrecare danni cerebrali. Ciò riguardo tanto il mondo professionistico quanto quello dilettantistico e le categorie giovanili. Sul calcio, a differenza dell'hockey e del football, grava il peso delle norme: le sostituzioni sono ridotte durante una partita mentre sono aumentati i nodi legati al crescente agonismo e i ripetuti casi di "battling for the ball in the air". Gli studiosi americani hanno potuto avvalersi, per le loro ricerche, di dati estremi. Come anche casi di suicidio da depressione.
Nel 2009 portiere tedesco Enke si è tolto la vita buttandosi sotto un treno. Nella sua carriera aveva sofferto di un numero sconsiderato di traumi cranici (ma aveva anche perso la figlia di tre anni). Gary Speed, il gallese che giocò nel Leeds e fu ct della sua nazionale, fece la stessa cosa. Non era aveva mai confessato di soffrire di depressione, tuttavia un giorno raccontò di essersi rivolto a due neurologi per capire come mai non fosse più in grado di scrivere correttamente. Le singolarità si fondono nel complesso della situazione. Un altro studio ha chiarito che la comparsa dell'Alzheimer è 19 volte più frequente, in un età compresa fra i 30 e 49 anni, negli ex giocatori di football americano che negli uomini che non hanno mai giocato a football. Del resto la statistica è forte: alcuni scienziati canadesi, qualche anno fa, stabilirono che circa il 70% dei giocatori di football e il 60% dei giocatori di soccer subisce in media un trauma cranico a stagione. Ma solo il 20% di costoro se ne rende conto. Una delle componenti negative è, secondo gli studi, il "macho mood", quel non riconoscere mai, salvo perdere conoscenza, di aver subito un danno. Ci sono molti atleti che dopo aver subito un colpo alla testa tornano immediatamente alla competizione, magari anche contro il parere dei medici che li hanno appena soccorsi. In Italia si sta cominciando a ragionare sul tema, soprattutto in relazione al calcio dei piccoli. Già qualche tempo fa la Figc cercò delle soluzioni: " Al fine di favorire un approccio adeguato a tutti i gesti tecnici e garantire il massimo della sicurezza, nelle categorie più basse (pulcini e piccoli amici) è previsto l'utilizzo del pallone in gomma", spiegano dal settore giovanile. Poi il ragazzo si dovrà comunque abituare al pallone regolamentare.
C'è stato anche il tentativo di omologare, per le partite dei più piccoli, porte non rigide, per scongiurare impatti con i pali. Ma in questo caso si entra nel più ampio discorso della sicurezza delle strutture e dell'impiantistica. Certo un palo morbido aiuta, ma è anche vero che non tutti i bambini sono disposti ad accettare troppe, macchinose diversificazioni dal modello originale. Di sicuro si continuerà a lavorare per migliorare la prevenzione. "Il caschetto, certo", aggiunge Volpi, "ma bisogna stare attenti e anche in questo caso è necessario apportare qualche miglioria. Peter Cech, per esempio, gioca da dieci anni col caschetto (da quando nel 2006 rischiò di morire per una frattura cranica dopo uno scontro con Hunt del Reading, ndr), ma la maggior parte dei caschetti riduce il campo visivo, toglie la visione periferica e nel calcio questo non può funzionare, anzi diventa un altro fattore di rischio". Specie per i bambini: "I bambini sono attratti dalla palla, non dall'avversario. Quando vanno a saltare non sono pronti a reagire a un eventuale scontro". Le loro capacità di percezione del pericolo non sono ancora sviluppate appieno. Dunque rischiano. "Però bisogna perfezionare i caschetti e poi magari, sotto i 12 anni, adottarli nelle scuole calcio". I bambini ma non solo. Alla fine della settimana scorsa la federcalcio inglese, riprendendo un percorso già fatto, è tornata a sollecitare la Fifa: "Vogliamo capire meglio se si possono stabilire dei collegamenti fra i traumi cranici nel calcio e i danni cognitivi e neurologici di cui può soffrire un ex-calciatore con l'avanzare dell'età".
Indagini che possano spiegare le frequenti "demenze" di campioni del calcio inglese, come il leggendario Nobby Stiles. Soprattutto se la cosiddetta "concussion" è sottostimata o non certificata, e i casi si ripetono nel tempo a danno dello stesso soggetto. Jeff Astle, soprannominato 'The King' dai suoi tifosi, era famoso negli anni '60 proprio per il suo imperioso colpo di testa. Ma questa sua grande abilità gli sarebbe costata la vita. Secondo lo studio pubblicato dalla rivista scientifica "Brain Injury", infatti, i colpi di testa avrebbero provocato al giocatore del West Bromwich piccoli e regolari traumi cranici al cervello, degenerati poi in demenza. "Non capiamo con precisione gli effetti a lungo termine sulle abilità cognitive", ammise il professore Tom Schweizer della University of Toronto, "ma un paio di studi dimostrano una correlazione tra il colpire la palla con la testa e soffrire di deficit cognitivi a lungo termine". E tutto ciò accadeva nel 2002. Astle aveva 60 anni. Chiamale se vuoi commozioni. Però è meglio starne alla larga.
Del resto abbiamo tutti sotto gli occhi l'immagine di calciatori che scendono in campo con la mascherina protettiva, dopo una frattura nasale o agli zigomi. Cose che prima non esistevano o erano molto rare e se un calciatore si rompeva lo zigomo non giocava". Per questo in Olanda ai bambini che giocando colpiscono di testa viene fischiato fallo: in pratica quel gesto, così bello e così carico di storia, non è più consentito dal regolamento corretto in corsa per proteggere fisici, diciamo così, "morbidi", ancora in fase di sviluppo e prevenire infortuni o danni che alla lunga potrebbero condurre a invalidamenti inimmaginabili. Da tempo in America danno per scontato che gli sport di contatto, il football ma anche il meno traumatico soccer, possono arrecare danni cerebrali. Ciò riguardo tanto il mondo professionistico quanto quello dilettantistico e le categorie giovanili. Sul calcio, a differenza dell'hockey e del football, grava il peso delle norme: le sostituzioni sono ridotte durante una partita mentre sono aumentati i nodi legati al crescente agonismo e i ripetuti casi di "battling for the ball in the air". Gli studiosi americani hanno potuto avvalersi, per le loro ricerche, di dati estremi. Come anche casi di suicidio da depressione.
Nel 2009 portiere tedesco Enke si è tolto la vita buttandosi sotto un treno. Nella sua carriera aveva sofferto di un numero sconsiderato di traumi cranici (ma aveva anche perso la figlia di tre anni). Gary Speed, il gallese che giocò nel Leeds e fu ct della sua nazionale, fece la stessa cosa. Non era aveva mai confessato di soffrire di depressione, tuttavia un giorno raccontò di essersi rivolto a due neurologi per capire come mai non fosse più in grado di scrivere correttamente. Le singolarità si fondono nel complesso della situazione. Un altro studio ha chiarito che la comparsa dell'Alzheimer è 19 volte più frequente, in un età compresa fra i 30 e 49 anni, negli ex giocatori di football americano che negli uomini che non hanno mai giocato a football. Del resto la statistica è forte: alcuni scienziati canadesi, qualche anno fa, stabilirono che circa il 70% dei giocatori di football e il 60% dei giocatori di soccer subisce in media un trauma cranico a stagione. Ma solo il 20% di costoro se ne rende conto. Una delle componenti negative è, secondo gli studi, il "macho mood", quel non riconoscere mai, salvo perdere conoscenza, di aver subito un danno. Ci sono molti atleti che dopo aver subito un colpo alla testa tornano immediatamente alla competizione, magari anche contro il parere dei medici che li hanno appena soccorsi. In Italia si sta cominciando a ragionare sul tema, soprattutto in relazione al calcio dei piccoli. Già qualche tempo fa la Figc cercò delle soluzioni: " Al fine di favorire un approccio adeguato a tutti i gesti tecnici e garantire il massimo della sicurezza, nelle categorie più basse (pulcini e piccoli amici) è previsto l'utilizzo del pallone in gomma", spiegano dal settore giovanile. Poi il ragazzo si dovrà comunque abituare al pallone regolamentare.
C'è stato anche il tentativo di omologare, per le partite dei più piccoli, porte non rigide, per scongiurare impatti con i pali. Ma in questo caso si entra nel più ampio discorso della sicurezza delle strutture e dell'impiantistica. Certo un palo morbido aiuta, ma è anche vero che non tutti i bambini sono disposti ad accettare troppe, macchinose diversificazioni dal modello originale. Di sicuro si continuerà a lavorare per migliorare la prevenzione. "Il caschetto, certo", aggiunge Volpi, "ma bisogna stare attenti e anche in questo caso è necessario apportare qualche miglioria. Peter Cech, per esempio, gioca da dieci anni col caschetto (da quando nel 2006 rischiò di morire per una frattura cranica dopo uno scontro con Hunt del Reading, ndr), ma la maggior parte dei caschetti riduce il campo visivo, toglie la visione periferica e nel calcio questo non può funzionare, anzi diventa un altro fattore di rischio". Specie per i bambini: "I bambini sono attratti dalla palla, non dall'avversario. Quando vanno a saltare non sono pronti a reagire a un eventuale scontro". Le loro capacità di percezione del pericolo non sono ancora sviluppate appieno. Dunque rischiano. "Però bisogna perfezionare i caschetti e poi magari, sotto i 12 anni, adottarli nelle scuole calcio". I bambini ma non solo. Alla fine della settimana scorsa la federcalcio inglese, riprendendo un percorso già fatto, è tornata a sollecitare la Fifa: "Vogliamo capire meglio se si possono stabilire dei collegamenti fra i traumi cranici nel calcio e i danni cognitivi e neurologici di cui può soffrire un ex-calciatore con l'avanzare dell'età".
Indagini che possano spiegare le frequenti "demenze" di campioni del calcio inglese, come il leggendario Nobby Stiles. Soprattutto se la cosiddetta "concussion" è sottostimata o non certificata, e i casi si ripetono nel tempo a danno dello stesso soggetto. Jeff Astle, soprannominato 'The King' dai suoi tifosi, era famoso negli anni '60 proprio per il suo imperioso colpo di testa. Ma questa sua grande abilità gli sarebbe costata la vita. Secondo lo studio pubblicato dalla rivista scientifica "Brain Injury", infatti, i colpi di testa avrebbero provocato al giocatore del West Bromwich piccoli e regolari traumi cranici al cervello, degenerati poi in demenza. "Non capiamo con precisione gli effetti a lungo termine sulle abilità cognitive", ammise il professore Tom Schweizer della University of Toronto, "ma un paio di studi dimostrano una correlazione tra il colpire la palla con la testa e soffrire di deficit cognitivi a lungo termine". E tutto ciò accadeva nel 2002. Astle aveva 60 anni. Chiamale se vuoi commozioni. Però è meglio starne alla larga.