Sei anni fa diceva: "I'm not done yet". E ne aveva solo 35. Era uno "young adult" abituato a sentirsi talmente bene da non immaginare il male, né fatica fisica, né stanchezza mentale, né quelle sensazioni intermedie con le quali prima o poi un campione deve fare i conti. Provate a costruire l'identità di un ragazzino baciato dalla fortuna (certi organismi hanno qualcosa in più) travestito da padre, dal corpo affusolato, abituato a confondersi con i ragazzini veri, simili a lui per complessione fisica, ma diversi per anagrafe, anzi si potrebbe dire il suo contrario: "L'atletica è senza pietà, l'unica sua concessione è di permetterti di restare competitivo se rispetti le sue regole, che sono le regole di una madre senza cuore: o vai forte o vai a casa. Ma se ancora ce la fai ti ritrovi a fianco ragazzini che potrebbero essere figli tuoi". Non si sentiva ancora bollito, a 35 anni, Bernard Lagat. Ci si sente ancora meno a 41. Anche se intorno c'è chi ammette: "Ma come fa? Dove trova la voglia di faticare?". Effettivamente. Sono incantesimi biologici, muscolo-scheletrici. Lagat mette le scarpe chiodate e di colpo la vita gli si stende davanti come se il meglio fosse proprio lì, sotto i suoi occhi, come se la gioia vera dovesse ancora arrivare. La tipica missione da compiere per conto del dio dell'atletica. I titoli mondiali (2 outdoor, 3 indoor), le medaglie olimpiche (un argento e un bronzo), i riconoscimenti, gli attestati, la popolarità internazionale non l'hanno mai distratto, mai appesantito, mai appagato.
Bernard Kipchirchir Lagat ("il mio nome è Kip, Kip Lagat", dice spesso scherzando con i suoi ex-connazionali che si chiamano proprio Kiplagat e citando ovviamente uno dei "topos" più celebri di James Bond") è un santone del mezzofondo veloce. Ma è anche una musa ispiratrice, un tenero marito, uno stimolante compagno d'allenamento, un attento lettore di libri gialli e un padre più "scemo dei figli" (opinione di sua moglie Gladys) Pochi giorni fa, a 41 anni (per l'esattezza ne compirà 42 a dicembre), ha corso i suoi primi 10 mila. "Mi ero allenato sapendo che avrei potuto avvicinare i 28 minuti, ma più che altro volevo sperimentare qualcosa di nuovo". Siccome si allena come un adolescente e a volte si diverte persino a mettere alla prova le sue figlie, che lo prendono in giro e basta, la preparazione per i "primi e forse ultimi 10 mila della mia vita..." è stata eseguita con un'applicazione maniacale. Il risultato è che a Palo Alto Lagat ha vinto la gara in 27'49", undici secondi sotto il minimo olimpico e nuovo record del mondo "master" M40 (il precedente era lontanissimo nel tempo e nello spazio perché apparteneva al finlandese Vainio, quello che a Los Angeles '84 fu trovato positivo al metenolone, uno steroide allora considerato "sicuro", che lo stabilì nel 1991). E ha già capito: meglio continuare con i 10 mila. Meglio puntare a Rio.
Il Totti dei 10 mila metri ha una storia lunga e decorata. Nasce in una sottotribù dei Kalenjin nel villaggio di Kaptel. E' il quinto dei dieci figli di Richard Kiplagat Leting, un uomo che deve badare a 26 acri di terreno coltivabile. La città più vicina è Kapsabet. Siamo nella leggendaria Rift Valley, 1800 metri di altitudine, boschi d'eucalipto, piantagioni di tè, cieli blu cobalto, chilometri e chilometri da percorrere per qualsivoglia commissione quotidiana: "La voce dell'uomo qui rimbalza ovunque". Un vuoto che si riempie anche del rumore dei passi di chi insegue il bestiame. Per di più nasce nel giorno della festività del Jamhuri, che celebra l'indipendenza del Kenya. Intorno a lui corrono tutti, mangiano "ugali", il porridge a base di mais. Per qualche tempo la passione non lo contagia. Prevalentemente la corsa nasce dal bisogno e lui non riesce ad adeguarsi: la maggior parte della popolazione "nandi" corre perché deve stare appresso alle mucche, inseguire il suono dei loro campanacci. Per questo la genetica esclude le fibre bianche, quelle veloci, e esalta quelle rosse, che sono le più resistenti alle distanze lunghe. I "nandi" non si stancano mai. Comincia ad allenarsi al liceo e lo fa relativamente tardi, a 20 anni, conservando qualche dubbio sul fatto che possa diventare un'occupazione stabile: "Mi dicevano tutti che correvo bene ma nessuno mi chiedeva se mi andasse di correre...". Sulla pista di Kapsabet si allenava Kipchoge Keino. Lì lo vide correre Henry Rono (che nel '78 aveva stabilito quattro record del mondo). All'Università studia tecnologia agraria e con una borsa di studio si trasferisce negli Stati Uniti, diventando uno studente della Washington State University, la stessa frequentata anni prima dallo stesso Rono e Michael Kosgei, due dei più grandi suoi connazionali e precursori. Sua sorella maggiore Mary, che era stata campionessa nazionale sui 3000 metri 12 anni prima, lo stressa: "Tu vali più di me, Kip, fatti allenare da un tecnico americano!". Ma lui continua più che altro a studiare. Nel 2000 si laurea in "sistemi d'informazione manageriale". In realtà comincia a credere di poter diventare un forte mezzofondista. Studia, si allena, migliora, ma quasi svogliatamente, senza slancio. Un anno dopo la laurea (figuriamoci se avesse avuto slancio, se avesse sentito il sacro fuoco!) corre i 1500 in 3'26"34, secondo uomo più veloce sulla distanza di tutti i tempi dopo il primatista del mondo, il marocchino Hicham El Guerrouj, che il suo record lo fece a Roma nel '98 (3'26"00).
A 27 anni Lagat sollevava opinioni contrastanti: "Farà cose pazzesche". Oppure: "Ha iniziato troppo tardi, manterrà la condizione, ma non esploderà". Non consideravano i tessuti del suo corpo, più freschi di quando dicesse la carta d'identità. Aver cominciato tardi lo ha mantenuto giovane. Avrebbe avuto ancora tempo e modo di stupire? Di colpo capì: "Voglio essere almeno degno di mia sorella!". Di colpo si ricorda anche che fu lei a regalargli il primo paio di scarpe da corsa. Prima le distanze brevi, soprattutto i 1500. Poi sale. Stabilisce il record americano dei 5000, 12'53"60, a 35 anni. La chiave è nel non sentire l'età, o sbugiardarla. La Nike non gli ha mai tolto gli occhi di dosso, né il suo abbigliamento tecnico. Al suo arrivo in America la prima cosa che calcolò, dallo stato di Washington, era la distanza da casa, 15 mila miglia. La seconda furono gli occhi del suo primo coach, il cinese Li, un ingegnere metallurgico uscito dalla rivoluzione culturale maoista con l'accusa di provenire da una famiglia controrivoluzionaria: "Dove guarda?". Voleva trasformare un 21enne kenyano tradizionale, vagamente spaesato, un po' come era lui qualche anno prima, in un campione del miglio e non poteva limitarsi al presente. Nel 2003 Lagat passò ore drammatiche. Dovette abbandonare i Mondiali di Parigi perché gli venne comunicato di essere stato trovato positivo all'Epo in Germania qualche giorno prima (spesso si allenava a Tubingen). "Ma com'è possibile?", diceva a se stesso più che agli altri. Di solito è quello che dicono tutti prima delle controanalisi, che nel 99% dei casi confermano il primo responso. Non nel suo caso però. Le controanalisi di Lagat furono negative e lui scagionato. I rapporti col Kenya s'erano guastati qualche anno prima: la sua federazione lo aveva accusato, insieme con altri, di anteporre gli interessi personali a quelli del suo paese. Lagat avevano rinunciato alla convocazione per il Giochi del Commonwealth del 2002 per puntare ai consistenti premi della Golden League (ora Diamond League).
Nel 2005 fa un annuncio retroattivo: "Sono un cittadino americano, ma non da oggi. Lo sono diventato il 7 maggio del 2004". Il fatto curioso è che Lagat abbia partecipato ai Giochi di Atene come atleta kenyano. Essendo le leggi di quel paese molto rigide, e non prevedano la doppia nazionalità, il suo argento nei 1500 (dietro l'oro del solito El Guerrouj) ha ballato a lungo fra revoca e ammissibilità. Fu riconosciuto. A Pechino 2008 sembrava giunto a uno snodo cruciale: Lagat non entra in finale nei 1500 (solo 6° con 3'37"79 in semifinale). E' quello che Mo Farah avrebbe meritato come alter ego. Ma ovviamente a 41 anni la soluzione non è proponibile. Rimane un esempio, fulgido, di come la corsa non abbia confini. Tempo e spazio si piegano volentieri. "Io vado avanti". Arrivare alla sua età senza aver mai provato il brivido di una distanza più lunga conferma che nella vita non devi mai dire mai. Nemmeno se sbagliano e ti beccano positivo. Nemmeno quando spegni quaranta candeline. Lo stupore e la curiosità sono l'alimento perfetto. Mangia sano, corri a lungo e, soprattutto, "ragazzi miei, sorridete, sorridete sempre....!".
Bernard Kipchirchir Lagat ("il mio nome è Kip, Kip Lagat", dice spesso scherzando con i suoi ex-connazionali che si chiamano proprio Kiplagat e citando ovviamente uno dei "topos" più celebri di James Bond") è un santone del mezzofondo veloce. Ma è anche una musa ispiratrice, un tenero marito, uno stimolante compagno d'allenamento, un attento lettore di libri gialli e un padre più "scemo dei figli" (opinione di sua moglie Gladys) Pochi giorni fa, a 41 anni (per l'esattezza ne compirà 42 a dicembre), ha corso i suoi primi 10 mila. "Mi ero allenato sapendo che avrei potuto avvicinare i 28 minuti, ma più che altro volevo sperimentare qualcosa di nuovo". Siccome si allena come un adolescente e a volte si diverte persino a mettere alla prova le sue figlie, che lo prendono in giro e basta, la preparazione per i "primi e forse ultimi 10 mila della mia vita..." è stata eseguita con un'applicazione maniacale. Il risultato è che a Palo Alto Lagat ha vinto la gara in 27'49", undici secondi sotto il minimo olimpico e nuovo record del mondo "master" M40 (il precedente era lontanissimo nel tempo e nello spazio perché apparteneva al finlandese Vainio, quello che a Los Angeles '84 fu trovato positivo al metenolone, uno steroide allora considerato "sicuro", che lo stabilì nel 1991). E ha già capito: meglio continuare con i 10 mila. Meglio puntare a Rio.
Il Totti dei 10 mila metri ha una storia lunga e decorata. Nasce in una sottotribù dei Kalenjin nel villaggio di Kaptel. E' il quinto dei dieci figli di Richard Kiplagat Leting, un uomo che deve badare a 26 acri di terreno coltivabile. La città più vicina è Kapsabet. Siamo nella leggendaria Rift Valley, 1800 metri di altitudine, boschi d'eucalipto, piantagioni di tè, cieli blu cobalto, chilometri e chilometri da percorrere per qualsivoglia commissione quotidiana: "La voce dell'uomo qui rimbalza ovunque". Un vuoto che si riempie anche del rumore dei passi di chi insegue il bestiame. Per di più nasce nel giorno della festività del Jamhuri, che celebra l'indipendenza del Kenya. Intorno a lui corrono tutti, mangiano "ugali", il porridge a base di mais. Per qualche tempo la passione non lo contagia. Prevalentemente la corsa nasce dal bisogno e lui non riesce ad adeguarsi: la maggior parte della popolazione "nandi" corre perché deve stare appresso alle mucche, inseguire il suono dei loro campanacci. Per questo la genetica esclude le fibre bianche, quelle veloci, e esalta quelle rosse, che sono le più resistenti alle distanze lunghe. I "nandi" non si stancano mai. Comincia ad allenarsi al liceo e lo fa relativamente tardi, a 20 anni, conservando qualche dubbio sul fatto che possa diventare un'occupazione stabile: "Mi dicevano tutti che correvo bene ma nessuno mi chiedeva se mi andasse di correre...". Sulla pista di Kapsabet si allenava Kipchoge Keino. Lì lo vide correre Henry Rono (che nel '78 aveva stabilito quattro record del mondo). All'Università studia tecnologia agraria e con una borsa di studio si trasferisce negli Stati Uniti, diventando uno studente della Washington State University, la stessa frequentata anni prima dallo stesso Rono e Michael Kosgei, due dei più grandi suoi connazionali e precursori. Sua sorella maggiore Mary, che era stata campionessa nazionale sui 3000 metri 12 anni prima, lo stressa: "Tu vali più di me, Kip, fatti allenare da un tecnico americano!". Ma lui continua più che altro a studiare. Nel 2000 si laurea in "sistemi d'informazione manageriale". In realtà comincia a credere di poter diventare un forte mezzofondista. Studia, si allena, migliora, ma quasi svogliatamente, senza slancio. Un anno dopo la laurea (figuriamoci se avesse avuto slancio, se avesse sentito il sacro fuoco!) corre i 1500 in 3'26"34, secondo uomo più veloce sulla distanza di tutti i tempi dopo il primatista del mondo, il marocchino Hicham El Guerrouj, che il suo record lo fece a Roma nel '98 (3'26"00).
A 27 anni Lagat sollevava opinioni contrastanti: "Farà cose pazzesche". Oppure: "Ha iniziato troppo tardi, manterrà la condizione, ma non esploderà". Non consideravano i tessuti del suo corpo, più freschi di quando dicesse la carta d'identità. Aver cominciato tardi lo ha mantenuto giovane. Avrebbe avuto ancora tempo e modo di stupire? Di colpo capì: "Voglio essere almeno degno di mia sorella!". Di colpo si ricorda anche che fu lei a regalargli il primo paio di scarpe da corsa. Prima le distanze brevi, soprattutto i 1500. Poi sale. Stabilisce il record americano dei 5000, 12'53"60, a 35 anni. La chiave è nel non sentire l'età, o sbugiardarla. La Nike non gli ha mai tolto gli occhi di dosso, né il suo abbigliamento tecnico. Al suo arrivo in America la prima cosa che calcolò, dallo stato di Washington, era la distanza da casa, 15 mila miglia. La seconda furono gli occhi del suo primo coach, il cinese Li, un ingegnere metallurgico uscito dalla rivoluzione culturale maoista con l'accusa di provenire da una famiglia controrivoluzionaria: "Dove guarda?". Voleva trasformare un 21enne kenyano tradizionale, vagamente spaesato, un po' come era lui qualche anno prima, in un campione del miglio e non poteva limitarsi al presente. Nel 2003 Lagat passò ore drammatiche. Dovette abbandonare i Mondiali di Parigi perché gli venne comunicato di essere stato trovato positivo all'Epo in Germania qualche giorno prima (spesso si allenava a Tubingen). "Ma com'è possibile?", diceva a se stesso più che agli altri. Di solito è quello che dicono tutti prima delle controanalisi, che nel 99% dei casi confermano il primo responso. Non nel suo caso però. Le controanalisi di Lagat furono negative e lui scagionato. I rapporti col Kenya s'erano guastati qualche anno prima: la sua federazione lo aveva accusato, insieme con altri, di anteporre gli interessi personali a quelli del suo paese. Lagat avevano rinunciato alla convocazione per il Giochi del Commonwealth del 2002 per puntare ai consistenti premi della Golden League (ora Diamond League).
Nel 2005 fa un annuncio retroattivo: "Sono un cittadino americano, ma non da oggi. Lo sono diventato il 7 maggio del 2004". Il fatto curioso è che Lagat abbia partecipato ai Giochi di Atene come atleta kenyano. Essendo le leggi di quel paese molto rigide, e non prevedano la doppia nazionalità, il suo argento nei 1500 (dietro l'oro del solito El Guerrouj) ha ballato a lungo fra revoca e ammissibilità. Fu riconosciuto. A Pechino 2008 sembrava giunto a uno snodo cruciale: Lagat non entra in finale nei 1500 (solo 6° con 3'37"79 in semifinale). E' quello che Mo Farah avrebbe meritato come alter ego. Ma ovviamente a 41 anni la soluzione non è proponibile. Rimane un esempio, fulgido, di come la corsa non abbia confini. Tempo e spazio si piegano volentieri. "Io vado avanti". Arrivare alla sua età senza aver mai provato il brivido di una distanza più lunga conferma che nella vita non devi mai dire mai. Nemmeno se sbagliano e ti beccano positivo. Nemmeno quando spegni quaranta candeline. Lo stupore e la curiosità sono l'alimento perfetto. Mangia sano, corri a lungo e, soprattutto, "ragazzi miei, sorridete, sorridete sempre....!".