L’irresistibile fascino del Pci su noi giovani d’allora
di Corrado Augias , di Corrado Augias
Gentile Augias, il 21 gennaio è il centenario della nascita del Partito Comunista d'Italia, come si chiamò dopo la scissione di Livorno. Nel bene e nel male, è stato protagonista della storia italiana del Novecento. Nonché della sua storia perché ha rappresentato una peculiare diversità rispetto ai partiti comunisti andati al potere in Europa e nel mondo. Credo che il Pci abbia dato nei decenni della prima Repubblica un contributo decisivo per il progresso sociale e civile in Italia, per la difesa della democrazia e anzi, ancora prima, per la nascita di una repubblica democratica che ha a sua base una Costituzione in gran parte valida ancora oggi, più di settant'anni dopo la sua nascita. Quali, a suo giudizio, i limiti e le virtù del partito comunista italiano?
Domenico Mattia Testa
dom.testa2012@libero.it
La migliore risposta alla domanda del signor Testa l'hanno data su questo giornale Massimo D'Alema ed Ezio…
Domenico Mattia Testa
dom.testa2012@libero.it
La migliore risposta alla domanda del signor Testa l'hanno data su questo giornale Massimo D'Alema ed Ezio…
Gentile Augias, il 21 gennaio è il centenario della nascita del Partito Comunista d'Italia, come si chiamò dopo la scissione di Livorno. Nel bene e nel male, è stato protagonista della storia italiana del Novecento. Nonché della sua storia perché ha rappresentato una peculiare diversità rispetto ai partiti comunisti andati al potere in Europa e nel mondo. Credo che il Pci abbia dato nei decenni della prima Repubblica un contributo decisivo per il progresso sociale e civile in Italia, per la difesa della democrazia e anzi, ancora prima, per la nascita di una repubblica democratica che ha a sua base una Costituzione in gran parte valida ancora oggi, più di settant'anni dopo la sua nascita. Quali, a suo giudizio, i limiti e le virtù del partito comunista italiano?
Domenico Mattia Testa
dom.testa2012@libero.it
La migliore risposta alla domanda del signor Testa l'hanno data su questo giornale Massimo D'Alema ed Ezio Mauro nel lungo colloquio esattamente su quel tema. Su D'Alema si possono avere opinioni discordanti ma non credo che si possa dubitare della sua lucida intelligenza storica - quelle pagine la confermano. Posso invece cercare di dire che cosa rappresentò il Pci per la generazione di cui faccio parte, cioè per dei giovani borghesi con tentazioni intellettuali che del Pci, pur da lontano, avvertivano il fascino.
Vorrei tra l'altro ricordare, dato che il gentile corrispondente richiama la Costituzione, che quel fondamentale documento - la nostra Magna Charta libertatum - è firmata da Umberto Terracini, presidente dell'Assemblea, ebreo, comunista. Anche questo per noi era un motivo di fascino come del resto lo era per l'ala progressista del liberalismo italiano, quella che dette vita al primo partito radicale (anni dopo seguirà quello di Marco Pannella).
I convegni degli "Amici del Mondo" al romano teatro Eliseo furono una palestra di pensiero liberaldemocratico, Eugenio Scalfari ne era un protagonista. In quei veri e propri seminari, costante era l'attenzione per il partito Comunista, apertamente si diceva e si scriveva quale danno fosse che quella grande forza popolare rimanesse congelata all'opposizione o relegata in qualche operazione di sottogoverno. Proprio su quell'idea del resto è nata Repubblica, come è stato ripetuto in questi giorni del suo compleanno.
Si voleva premere per staccare il Pci dal blocco sovietico, avvicinandolo alle democrazie europee, portando alla luce la sua anima riformista, quella vera, allora considerata impresentabile, quanto meno insufficiente. D'Alema ha ricordato questo imbarazzante equivoco quando ha detto che ci si era dovuti inventare: "Le riforme di struttura che non si è mai capito bene cosa fossero: erano riforme e basta, ma non si poteva dire. Questo è stato il convivere nel Pci dell'ideologia rivoluzionaria, e della pratica riformista".
C'è voluto il Muro di Berlino, cioè un trauma epocale, perché il grande passo venisse fatto. Ci volle coraggio - scesero lacrime - ma era già troppo tardi. La fine della Guerra Fredda si sarebbe tirata dietro anche la fine dei partiti, s'apriva la via per la politica che abbiamo visto lunedì, quella senza fede e senza orizzonte - la politica della malinconia.
Domenico Mattia Testa
dom.testa2012@libero.it
La migliore risposta alla domanda del signor Testa l'hanno data su questo giornale Massimo D'Alema ed Ezio Mauro nel lungo colloquio esattamente su quel tema. Su D'Alema si possono avere opinioni discordanti ma non credo che si possa dubitare della sua lucida intelligenza storica - quelle pagine la confermano. Posso invece cercare di dire che cosa rappresentò il Pci per la generazione di cui faccio parte, cioè per dei giovani borghesi con tentazioni intellettuali che del Pci, pur da lontano, avvertivano il fascino.
Vorrei tra l'altro ricordare, dato che il gentile corrispondente richiama la Costituzione, che quel fondamentale documento - la nostra Magna Charta libertatum - è firmata da Umberto Terracini, presidente dell'Assemblea, ebreo, comunista. Anche questo per noi era un motivo di fascino come del resto lo era per l'ala progressista del liberalismo italiano, quella che dette vita al primo partito radicale (anni dopo seguirà quello di Marco Pannella).
I convegni degli "Amici del Mondo" al romano teatro Eliseo furono una palestra di pensiero liberaldemocratico, Eugenio Scalfari ne era un protagonista. In quei veri e propri seminari, costante era l'attenzione per il partito Comunista, apertamente si diceva e si scriveva quale danno fosse che quella grande forza popolare rimanesse congelata all'opposizione o relegata in qualche operazione di sottogoverno. Proprio su quell'idea del resto è nata Repubblica, come è stato ripetuto in questi giorni del suo compleanno.
Si voleva premere per staccare il Pci dal blocco sovietico, avvicinandolo alle democrazie europee, portando alla luce la sua anima riformista, quella vera, allora considerata impresentabile, quanto meno insufficiente. D'Alema ha ricordato questo imbarazzante equivoco quando ha detto che ci si era dovuti inventare: "Le riforme di struttura che non si è mai capito bene cosa fossero: erano riforme e basta, ma non si poteva dire. Questo è stato il convivere nel Pci dell'ideologia rivoluzionaria, e della pratica riformista".
C'è voluto il Muro di Berlino, cioè un trauma epocale, perché il grande passo venisse fatto. Ci volle coraggio - scesero lacrime - ma era già troppo tardi. La fine della Guerra Fredda si sarebbe tirata dietro anche la fine dei partiti, s'apriva la via per la politica che abbiamo visto lunedì, quella senza fede e senza orizzonte - la politica della malinconia.