La qualità delle parole è ancora importante
di Corrado Augias , di Corrado Augias
Gentile dottor Augias, con tutti i rischi di chi parla fuori dal coro — composto da tante autorevoli voci — azzardo un’interpretazione del grave affronto che l’incauto docente ha riservato all’On. Meloni. Nel celebre bestseller di Arthur Bloch (“La legge di Murphy”) è riportata questa raccomandazione: “Non polemizzare mai in pubblico con un cretino. La gente potrebbe non cogliere la differenza tra voi”. Ora — lungi dal voler assolvere l’incauto di cui sopra — credo che le sue espressioni volgari più che da infondati comportamenti morali della parlamentare insultata, siano state dettate dall’estetica del linguaggio (ostentata “romanità” di accenti e aggressività dei toni) con cui la stessa si propone nelle sue pubbliche apparizioni, oltre che nei suoi interventi parlamentari. In altri termini, l’incauto docente, giudicato colpevole di sessismo, ha per di più…
Gentile dottor Augias, con tutti i rischi di chi parla fuori dal coro — composto da tante autorevoli voci — azzardo un’interpretazione del grave affronto che l’incauto docente ha riservato all’On. Meloni. Nel celebre bestseller di Arthur Bloch (“La legge di Murphy”) è riportata questa raccomandazione: “Non polemizzare mai in pubblico con un cretino. La gente potrebbe non cogliere la differenza tra voi”. Ora — lungi dal voler assolvere l’incauto di cui sopra — credo che le sue espressioni volgari più che da infondati comportamenti morali della parlamentare insultata, siano state dettate dall’estetica del linguaggio (ostentata “romanità” di accenti e aggressività dei toni) con cui la stessa si propone nelle sue pubbliche apparizioni, oltre che nei suoi interventi parlamentari. In altri termini, l’incauto docente, giudicato colpevole di sessismo, ha per di più il torto di essere incappato nel banale errore bene espresso nel citato suggerimento di Arthur Bloch.
Marcello Lando — Napoli
La lettura del deplorevole incidente che il signor Lando tenta di dare lo colloca, a mio parere, più che fuori dal coro, fuori bersaglio. La deputata Giorgia Meloni non fa nulla per dissimulare o correggere le sue pesanti cadenze gergali. Ne ha piena facoltà per due ragioni. La prima appartiene alla sua insindacabile libertà personale; la seconda ad una possibile scelta simbolica, un segnale lanciato a elettori e simpatizzanti per marcare il contrasto con altri gerghi, altre cadenze, riconoscibili come elitarie, snob, chic o — peggio ancora — radical chic. Potrebbe trattarsi insomma più di semiologia che di livello. Questa però è solo la prima parte dell’errore; sempre a mio modesto avviso ce n’è una seconda. Il professore protagonista non avrebbe mai dovuto cedere alla tentazione di scendere ad un così banale livello polemico. Non si tratta né di sessismo né di contrasto politico, è semplicemente questione di qualità dialettica dalla quale un insegnante non dovrebbe mai prescindere. Scrivo queste parole pensando, sia chiaro, anche a me stesso perché a volte è difficile resistere alla tentazione di andar per le spicce. Del resto, dall’andar per le spicce, gridando cioè in un gran coro le ingiurie più pesanti, sono nati movimenti politici, come abbiamo visto. Anche qui però si deve distinguere: ciò che può essere comprensibile in una folla che manifesta (sappiamo quali trasformazioni psicologiche comporti quella situazione), non lo è in un professore universitario che parla in uno studio radiofonico. Chi ha la capacità di maneggiare il linguaggio con dignitosa ampiezza e pregnanza di vocabolario ha il dovere di usarne, sempre, anche durante il più acceso contrasto. Mi fa notare il signor Marco Lombardi (lombardimarco77@ libero.it) che l’emittente che ha messo in onda l’intervento è una radio fiorentina seguita dal popolo della sinistra locale. «Considero le risate goliardiche che accompagnavano la breve dialettica tra il conduttore e i due ospiti in studio, una sconfitta culturale prima che politica, di chi si arrocca sulle proprie alte certezze, denigra i barbari nella loro diversità ma che, fra una sgnignazzata e l’altra, non si rende conto di aver perso il polso del Paese». Una lettura più interessante di quella un po’ banale del sessismo.
Marcello Lando — Napoli
La lettura del deplorevole incidente che il signor Lando tenta di dare lo colloca, a mio parere, più che fuori dal coro, fuori bersaglio. La deputata Giorgia Meloni non fa nulla per dissimulare o correggere le sue pesanti cadenze gergali. Ne ha piena facoltà per due ragioni. La prima appartiene alla sua insindacabile libertà personale; la seconda ad una possibile scelta simbolica, un segnale lanciato a elettori e simpatizzanti per marcare il contrasto con altri gerghi, altre cadenze, riconoscibili come elitarie, snob, chic o — peggio ancora — radical chic. Potrebbe trattarsi insomma più di semiologia che di livello. Questa però è solo la prima parte dell’errore; sempre a mio modesto avviso ce n’è una seconda. Il professore protagonista non avrebbe mai dovuto cedere alla tentazione di scendere ad un così banale livello polemico. Non si tratta né di sessismo né di contrasto politico, è semplicemente questione di qualità dialettica dalla quale un insegnante non dovrebbe mai prescindere. Scrivo queste parole pensando, sia chiaro, anche a me stesso perché a volte è difficile resistere alla tentazione di andar per le spicce. Del resto, dall’andar per le spicce, gridando cioè in un gran coro le ingiurie più pesanti, sono nati movimenti politici, come abbiamo visto. Anche qui però si deve distinguere: ciò che può essere comprensibile in una folla che manifesta (sappiamo quali trasformazioni psicologiche comporti quella situazione), non lo è in un professore universitario che parla in uno studio radiofonico. Chi ha la capacità di maneggiare il linguaggio con dignitosa ampiezza e pregnanza di vocabolario ha il dovere di usarne, sempre, anche durante il più acceso contrasto. Mi fa notare il signor Marco Lombardi (lombardimarco77@ libero.it) che l’emittente che ha messo in onda l’intervento è una radio fiorentina seguita dal popolo della sinistra locale. «Considero le risate goliardiche che accompagnavano la breve dialettica tra il conduttore e i due ospiti in studio, una sconfitta culturale prima che politica, di chi si arrocca sulle proprie alte certezze, denigra i barbari nella loro diversità ma che, fra una sgnignazzata e l’altra, non si rende conto di aver perso il polso del Paese». Una lettura più interessante di quella un po’ banale del sessismo.