Aventino, è meglio non farlo più. Il Paese della riforma impossibile
di Francesco MerloCaro Merlo, si torna a parlare di Aventino. La settimana scorsa i parlamentari del Pd sono usciti dall’aula tre volte perché, ho letto, “Elly Schlein ha scelto la strategia dell’Aventino”. Anche nel confronto sulle riforme, se Giorgia Meloni e il governo di estrema destra volessero imporsi, il Pd potrebbe decidere di non partecipare e “di ritirarsi sull'Aventino”. Mi chiedo se ci vuole più coraggio a partecipare o a ritirarsi sull’Aventino?
Alice Sarti – Bologna
Il “ritirarsi sull’Aventino” per isolare e condannare Mussolini fu un errore storico, ispirato dal liberale Amendola e avallato, per disciplina di partito, da De Gasperi, che pure inizialmente si era opposto. Gobetti e Gramsci lo bollarono come una resa al fascismo. Insomma, l’Aventino è una brutta pagina della democrazia italiana, che per ignoranza viene ancora evocata come un atto di coraggio. Nella prima repubblica div…
Caro Merlo, si torna a parlare di Aventino. La settimana scorsa i parlamentari del Pd sono usciti dall’aula tre volte perché, ho letto, “Elly Schlein ha scelto la strategia dell’Aventino”. Anche nel confronto sulle riforme, se Giorgia Meloni e il governo di estrema destra volessero imporsi, il Pd potrebbe decidere di non partecipare e “di ritirarsi sull'Aventino”. Mi chiedo se ci vuole più coraggio a partecipare o a ritirarsi sull’Aventino?
Alice Sarti – Bologna
Il “ritirarsi sull’Aventino” per isolare e condannare Mussolini fu un errore storico, ispirato dal liberale Amendola e avallato, per disciplina di partito, da De Gasperi, che pure inizialmente si era opposto. Gobetti e Gramsci lo bollarono come una resa al fascismo. Insomma, l’Aventino è una brutta pagina della democrazia italiana, che per ignoranza viene ancora evocata come un atto di coraggio. Nella prima repubblica divenne l’espediente retorico dell’opposizione, l’astruseria del negarsi subito successiva all’estenuarsi in quell’infinito ostruzionismo che Renzo Arbore ribattezzò “strunzionismo”. Eppure, all’Aventino ricorse ancora Di Pietro, e pure Veltroni, e poi i leghisti e gli asini grillini che, interrogati a bruciapelo, forse dalle Iene, risposero che, sì, sul colle di Roma si erano fisicamente rifugiati gli antifascisti. Berlusconi, che credeva solo nella democrazia televisiva, con una telefonata in diretta ordinò a Iva Zanicchi di abbandonare la trasmissione di Gad Lerner, definita “postribolo”, e di ritirarsi sull’Aventino. Ancora oggi, quando la temperatura si alza arriva sempre qualcuno che non ci sta e si rifugia sull’Aventino, magari evocandolo per negazione: “non è Aventino”, “non chiamatelo Aventino”. Altro che coraggio, l’Aventino è un segnale d’impotenza, uno di quei tic che qui trattiamo con la ghigliottina. Per molti anni sarebbe meglio far finta che Roma non abbia più sette colli, ma sei.
Caro Merlo, ammetiamolo: è intelligente la mossa di Giorgia Meloni che si mette a capo di tutta la politica italiana. Come ha scritto Stefano Folli, queste sue consultazioni “assomigliano in modo sorprendente alle consultazioni del Quirinale”. Sono Politica, perché legittimano e rilanciano la sua leadership e al contrario indeboliscono le opposizioni che dovranno misurarsi con lei e tra di loro, anche quelle che sceglieranno l’Aventino. E tutto questo facendo le riforme.
Martino Acerbi - Mantova
Sulle riforme non la seguo più. È una mossa politicamente intelligente ma anche rischiosa nel Paese della riforma impossibile. Nell'articolo che lei cita, Stefano Folli scrive pure che “pochi pensano che oggi cominci sul serio l'ennesimo cammino verso la riforma della Costituzione”. L'Italia è un paese le cui febbri di crescita si accompagnano a spasmi sociali e mai a riforme. Solo a considerare la storia più recente, da Moro a Occhetto, da Cossiga a Mario Segni, da Craxi a D'Alema, da Bossi a Berlusconi fino a Renzi, la riforma impossibile ha bruciato vite e carriere, grandezze reali e illusioni bicamerali, sogni presidenziali e federalismi.
Caro Merlo, i giornalisti di sinistra epurati dalla Rai: è questa la nuova egemonia culturale?
Marta Guarino - Varese
“Qualche piccolo Stalin – aveva avvertito Sangiuliano - ancora circola nei corridoi di viale Mazzini, qualcuno che gira con il colbacco in testa”. Comincia la “Sostituzione Raietnica” (copyright Carmelo Caruso).