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Berlusconi, superlativi contundenti. La satira di Novello e quella di oggi

Posta e risposta del 14 giugno 2023
2 minuti di lettura

Caro Merlo, l’unico lascito di Berlusconi all’Italia è la consapevolezza di quanto sia forte la nostra democrazia che è riuscita a sopravvivere anche a un Berlusconi.
Ugo Baistrocchi - Roma
Facciamo parte dell’Italia che non si riconosce nell’enormità del lutto nazionale, nelle bandiere a mezz’asta, nel Parlamento chiuso. Ma al governo c’è quella mezza Italia che rinfaccia i superlativi biliosi all’altra mezza che, allo specchio, le rinfaccia i superlativi adoranti. È vero, caro Baistrocchi: la nostra democrazia ha resistito persino a Berlusconi che ne avvelenava i pozzi. Ma ora traballa sotto una montagna di superlativi contundenti.

Caro Merlo, l’unico lascito di Berlusconi all’Italia è la consapevolezza di quanto sia forte la nostra democrazia che è riuscita a sopravvivere anche a un Berlusconi.
Ugo Baistrocchi - Roma
Facciamo parte dell’Italia che non si riconosce nell’enormità del lutto nazionale, nelle bandiere a mezz’asta, nel Parlamento chiuso. Ma al governo c’è quella mezza Italia che rinfaccia i superlativi biliosi all’altra mezza che, allo specchio, le rinfaccia i superlativi adoranti. È vero, caro Baistrocchi: la nostra democrazia ha resistito persino a Berlusconi che ne avvelenava i pozzi. Ma ora traballa sotto una montagna di superlativi contundenti.

Caro Merlo, continuo a trovare scritto nelle pagine di Repubblica “sé stesso”. All’inizio ho pensato a un refuso. Ora ho capito che è un errore vero e proprio. Lotto per la sopravvivenza del congiuntivo e anche per la sopravvivenza di “se stesso”, libero da inutili accenti. Da l’Accademia della Crusca: “Se stesso e se stessa senza accento, perché non possono generare alcuna confusione. Per “sé stessi” e “sé stesse” uso l’accento per distinguere tali forme dal congiuntivo imperfetto di stare”. Ci pensa lei a informare chi di dovere?
Rita Stella - Milano
L’accento, piccolo e grazioso, è un segnale importante nel codice della strada lessicale, ma ha la forma sia del vibrione del colera che uccide sia dello spermatozoo che feconda. Lo dico perché la sento arrabbiata e vorrei farla sorridere. Sorrida per noi giornalisti, innanzitutto, colpevoli di “accentite” e fulminati dalla sua perentoria e severa citazione, ma sorrida anche di sé (ahi ahi) stessa. E chiamo in aiuto il nostro indimenticabile Luca Serianni e la sua Grammatica italiana (ma non solo), ovviamente stracitato dalla Crusca: “Senza reale utilità la regola di non accentare sé quando sia seguito da stesso o medesimo, giacché in questo caso non potrebbe confondersi con la congiunzione: è preferibile non introdurre inutili eccezioni e scrivere sé stesso, sé medesimo. Va osservato, tuttavia, che la grafia se stesso è attualmente preponderante…” . Dunque, cara signora Stella, lei è in buona compagnia, e noi pure.


Caro Merlo, quanto è cambiata la satira italiana dai tempi di Giuseppe Novello, quello del Signore di buona famiglia (1934) e Che cosa dirà la gente? (1937), sino ai nostri vignettisti che infieriscono sui morti, sul sesso, sulla religione e offendono sino al vilipendio.
Pierluigi Rossi - La Spezia
La satira è un momento della libertà di espressione. E Giuseppe Novello, che leggero ed evasivo irrideva i “tipi” italiani, riusciva a far satira persino negli anni della censura fascista, anche se raramente superava i limiti del vorrei ma non posso. Eppure, nei tratti del disegno e nell’ironia, ci sono in nuce tutti i vignettisti di oggi, anche quelli esagerati. Perciò Quodlibet ha fatto molto bene a ripubblicare il suo primo libro. Il punto di partenza è che la satira mina il potere, sempre. E con l’arguzia Novello ci provava anche nel 1934. Ma ci sono molti di fare satira e di ridere. C’è la satira terapeutica, che aiuta a capire, “anche Dio e anche la morte” diceva Umberto Eco. C’è pure la satira che non fa ridere. C’è quella eccessiva che può offenderti: ti risenti per la caricatura che ti fanno, e tutto finisce lì. Se poi ti ritieni diffamato, ci sono i tribunali. Ma va garantita anche la libertà di vilipendio.