La Cina umiliata dagli hashtag La sanità e le corporazioni
di Francesco MerloCaro Merlo, ho letto sul sito di Repubblica della censura di una foto di due atlete cinesi che si abbracciavano, l’una portava scritto il numero 6 e l’altra il 4. Non ho subito capito il motivo di questa disapprovazione, ma dopo una ricerca sulla rete ho compreso: l’hashtag #64, coniato dallo scrittore Yu Hua, è l’espressione usata oggi da molti cinesi per ricordare il 4 giugno 1989, giorno della repressione della protesta di piazza Tiananmen. Nella grande e potentissima Cina, ma anche nelle altre dittature, basta un hahstag per generare spavento nella testa dei suoi Mandarini.
Vito Mangano - Roma
Più viene proibita, vietata e rimossa, più una memoria si rafforza. È accaduto così con il massacro di piazza Tienanmen, almeno diecimila morti, che il partito comunista cinese ha cancellato dai libri, dai documenti e ha vietato nei racconti e persino nelle conversazioni. E invece, dissimulato in tre hashtag, che si sono propagate più veloci di un tam tam, di un segnale di fumo o di una musi…
Caro Merlo, ho letto sul sito di Repubblica della censura di una foto di due atlete cinesi che si abbracciavano, l’una portava scritto il numero 6 e l’altra il 4. Non ho subito capito il motivo di questa disapprovazione, ma dopo una ricerca sulla rete ho compreso: l’hashtag #64, coniato dallo scrittore Yu Hua, è l’espressione usata oggi da molti cinesi per ricordare il 4 giugno 1989, giorno della repressione della protesta di piazza Tiananmen. Nella grande e potentissima Cina, ma anche nelle altre dittature, basta un hahstag per generare spavento nella testa dei suoi Mandarini.
Vito Mangano - Roma
Più viene proibita, vietata e rimossa, più una memoria si rafforza. È accaduto così con il massacro di piazza Tienanmen, almeno diecimila morti, che il partito comunista cinese ha cancellato dai libri, dai documenti e ha vietato nei racconti e persino nelle conversazioni. E invece, dissimulato in tre hashtag, che si sono propagate più veloci di un tam tam, di un segnale di fumo o di una musica, il ricordo di quel massacro di studenti, è diventato, nell’anniversario del giugno scorso, il pensiero più condiviso e più pericoloso. Non si può infatti vincere contro un numero, il #64, che nel calendario è il 4 giugno. Anche il secondo hashtag, che è #25Tam, per ricordare che sono passati 25 anni, ha evitato la censura di Internet. Ma soprattutto il terzo, #35maggio, ha fatto saltare il sistema di controlli dei “mandarini” del partito comunista con una data che esiste perché non esiste, proprio come il binario 9 ¾ nella stazione del realismo magico di Harry Potter. Le dico infine che la parola che lei ha usato, “mandarini”, ha risvegliato un’altra memoria. Mandarini erano infatti chiamati nel dopoguerra gli intellettuali francesi, “potenti funzionari” anche loro, ma della cultura e della politica di opposizione. Li raccontò magnificamente Simone de Beauvoir nel romanzo (di grande successo) “I mandarini” e il fotografo Brassaï in una bellissima immagine del 1944, scattata nell’atelier di Picasso a Parigi Ci sono, tra gli altri, Lacan, Eluard, i Leiris, Picasso, Simone de Beauvoir, Sartre, Camus, Jean Aubier… Ecco, oggi acclamato e vincente come furono loro, il nostro mandarino è lo scrittore Yu Hua, che, con la velocità di tre hashtag ha denudato il re.
Caro Merlo, nel Sistema Sanitario Nazionale ho lavorato come medico sin dalla sua nascita più di quarant’anni e condivido totalmente la sua diagnosi di delitto di lunga durata con cui è stato assassinato. Ma come riformare una società dove dagli operatori ecologici (ex-spazzini) e ai tassisti fino ai magistrati, ai professori universitari, ai letterati e ai cardinali ormai non conta più né il merito né l’ideologia quasi neanche più l’italico familismo ma prevale una logica corporativa?
Fabrizio Bonfigli-Trieste
L’attacco alla sanità pubblica è politico. Il governo Meloni è al servizio della sanità privata. Altra cosa è la corporazione, che in Italia è il filo che unisce fascismo, regime democristiano e sindacato comunista. Nata come strumento di difesa è diventata il rifugio di tutti i privilegi, di tutti i ritardi e di tutti gli abusi.
Caro Merlo, quel “sono basita”, gridato spesso da Daniela Santanchè e ora anche dalla Meloni, è già stato ghigliottinato? In caso contrario non sarebbe opportuno provvedere con urgenza?
Francesco Mannacio – Genova
Ghigliottina con procedura d’urgenza.