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Salvini, lo sciacallo più sperimentato. Milano, anime in fuga dal Famedio

Roma, il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini alla Camera dei Deputati

 (ansa)
Posta e risposta di venerdì 6 ottobre 2023
2 minuti di lettura

Caro Merlo, solo in Italia il ministro dei Trasporti può dare la colpa della tragedia di Mestre ai motori elettrici e all’economia green che, sconsideratamente ma legittimamente, avversa.

Maria Pauli — Udine

Il tentativo di lucrare consenso facile, approfittando del malessere e dello smarrimento di tutti, si chiama sciacallaggio politico e in Italia è quasi una banalità esporre alla rabbia collettiva un capro espiatorio. Matteo Salvini pratica lo sciacallaggio nel modo più volgare. Nel 2016 seguivo il terremoto di Amatrice (300 morti) quando Salvini contrappose le disgrazie dei terremotati, che erano rimasti senza casa, ai presunti agi e conforti degli infelici extracomunitari che secondo lui erano ospitati negli alberghi a 4 selle.

Caro Merlo, ci siano o no le spoglie, il Famedio di Milano dà dimora alle anime degli italiani illustri, milanesi di origine, di adozione o amici di Milano. Non ho mai votato per Berlusconi e mi rivolgo a lei che ne ha scritto peste e corna: perché vi è c…

Caro Merlo, solo in Italia il ministro dei Trasporti può dare la colpa della tragedia di Mestre ai motori elettrici e all’economia green che, sconsideratamente ma legittimamente, avversa.

Maria Pauli — Udine

Il tentativo di lucrare consenso facile, approfittando del malessere e dello smarrimento di tutti, si chiama sciacallaggio politico e in Italia è quasi una banalità esporre alla rabbia collettiva un capro espiatorio. Matteo Salvini pratica lo sciacallaggio nel modo più volgare. Nel 2016 seguivo il terremoto di Amatrice (300 morti) quando Salvini contrappose le disgrazie dei terremotati, che erano rimasti senza casa, ai presunti agi e conforti degli infelici extracomunitari che secondo lui erano ospitati negli alberghi a 4 selle.

Caro Merlo, ci siano o no le spoglie, il Famedio di Milano dà dimora alle anime degli italiani illustri, milanesi di origine, di adozione o amici di Milano. Non ho mai votato per Berlusconi e mi rivolgo a lei che ne ha scritto peste e corna: perché vi è così difficile ammettere che Berlusconi è illustre, è nato a Milano e ne è stato un grande amico?

Eleonora Ratti — Milano

Pare che l’atteso arrivo di Berlusconi stia provocando dei tentativi di evasione delle anime che nel Famedio erano felicemente dimorate e adesso vi si sentono imprigionate. Mazzini, Toscanini, Dario Fo e Franca Rame, Guido Crepax e Leo Valiani guidano “la grande fuga” con dei piccoli spostamenti notturni e l’intenzione di andarsi tutti a depositare, il 2 novembre, sul fondo del Naviglio grande. Verdi, Montale, Paolo Grassi e Carla Fracci propongono invece un referendum. In un appello di anime sagge — primi firmatari Manzoni, Quasimodo, Cattaneo, Munari e Giorgio Gaber — si sostiene che ogni monumento è solo un documento. Indro Montanelli si tura il naso.

Caro Merlo, quanti programmi di cucina in tv. Mi sono tornate in mente le tagliatelle di parole, raccontate da Tonino Guerra. Prigioniero in un campo di concentramento tedesco, Natale 1944, solo, sporco, affamato, si metteva a raccontare agli altri sventurati la preparazione delle tagliatelle: il ragù che bolliva, l’impasto acqua farina e sale, le uova di giornata nel mezzo della farina, la sfoglia stesa con il matterello. E quando l’acqua bolliva, giù la pasta, tirata su al dente, e poi “maneggiata” (non “mantecata”) con il ragù. Tutti avevano la saliva in bocca, pregustando un piatto, immaginario ma buonissimo. Alla fine faceva dei piatti e tutti si saziavano di quella prelibatezza immaginaria. Tutti, tranne uno. Che avvicinò Guerra e, a bassa voce, gli disse: “Scusa, me ne daresti un altro piatto”.

Luca Cardinalini — Marsciano (Perugia)

È la scienza di “a me gli occhi please”. Come entrare oggi in una delle grandi librerie italiane, dove veniamo aggrediti da un’infinità di titoli imposti dall’industria delle patacche, e scoprire che i libri migliori sono quelli che non ci sono. Come nella tavola di Guerra: sazi a stomaco vuoto.

Caro Merlo, gradirei una ghigliottina per “ma anche no!”. Si può fare?

Manuela Mori — Alghero

È stato un vincente tormentone comico, al tempo del “sì ma anche no” con cui Walter Veltroni raffinava la doppiezza italiana. Oggi, pur portandosi dietro un tocco di ironia, è abusato come variante di quell’“assolutamente no” che qui abbiamo gioiosamente ghigliottinato. Ghigliottina.


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