✕

L’abuso della parola “genocidio”. Grillo, in troppi ora lo bastonano

Le lettere di mercoledì 15 novembre 2023
2 minuti di lettura

Caro Merlo, trovo insopportabile il ricorso, sempre più frequente sl termine “genocidio”, in riferimento alle vicende tragiche di israeliani e palestinesi. A renderlo insopportabile è il fatto che lo si rinfaccia a un popolo che è stato realmente sterminato per il solo fatto di esistere.. È la più spudorata falsificazione della storia.

Giuseppe Scumaci – Bolzano

Il genocidio è “la sistematica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali”. Da Cartagine al Darfur, dall’ Ucraina del 1932-33 all’Ucraina di oggi, dallo sterminio degli Armeni nel 1915 alla pulizia etnica nell’ex Jugoslavia, non basta massacrare per commettere genocidi. Ci vuole la volontà di distruggere per purificare, di eliminare, come voleva il nazismo, tutti gli ebrei dalla Terra. Una caratteristica del genocidio, la più terribile, è la gratuità, che il filosofo ebreo Levinas chiamò “l’inutilità di Auschwitz”…

Caro Merlo, trovo insopportabile il ricorso, sempre più frequente sl termine “genocidio”, in riferimento alle vicende tragiche di israeliani e palestinesi. A renderlo insopportabile è il fatto che lo si rinfaccia a un popolo che è stato realmente sterminato per il solo fatto di esistere.. È la più spudorata falsificazione della storia.

Giuseppe Scumaci – Bolzano

Il genocidio è “la sistematica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali”. Da Cartagine al Darfur, dall’ Ucraina del 1932-33 all’Ucraina di oggi, dallo sterminio degli Armeni nel 1915 alla pulizia etnica nell’ex Jugoslavia, non basta massacrare per commettere genocidi. Ci vuole la volontà di distruggere per purificare, di eliminare, come voleva il nazismo, tutti gli ebrei dalla Terra. Una caratteristica del genocidio, la più terribile, è la gratuità, che il filosofo ebreo Levinas chiamò “l’inutilità di Auschwitz”. Al di là della guerra, al di sopra della storia, l’eliminazione degli ebrei era, per Hitler, un servizio gratuito da rendere all’umanità e la stessa guerra era un pretesto per questa missione antisemita. Gli storici hanno capito sine ira ac studio che il terribile, prolungato sterminio dei nativi americani fu una guerra di conquista, ma il genocidio degli ebrei fu sottratto alle ragioni della storia, alle sue radici ideologiche e ai suoi interessi territoriali dagli stessi nazisti. Anche quando la guerra fu per loro perduta pensavano a sé stessi come agli autori benefici di una pulizia di cui il genere umano avrebbe portato loro gratitudine. Chi crede in una religione può cercare nel genocidio e soprattutto nel ripetersi del genocidio il male trascendente, la morte di Dio, la prova dell’esistenza del diavolo. Hanna Arendt raccontò la mediocrità di Eichmann e la banalità del male, lo spirito della storia come una macchina infernale ma banale. Credo che i genocidi si ripetano perché si perde la memoria, soggettiva e collettiva, come rispetto spaventato per il mistero di tanto male. La memoria è l’unico antidoto al genocidio. In attesa che, come nel romanzo di Thomas M. Disch, (“The Genocide” 1965), una forza extraterrestre venga a coltivare sulla terra una flora aliena gigantesca. Per le loro magnifiche piante, l’essere umano è un insetto nocivo.

Caro Merlo, Grillo ha fatto bene a Fazio e male a stesso.

Chiara Repetto- Genova

Lo penso anch’io, ma di Grillo ho scritto troppo in passato. Ora, che tutti lo bastonano, il mio giudizio non è più così negativo. Grillo ha trovato le parole, qua e là dolenti, per esprimere la consapevolezza d’essere irrilevante pur avendo vinto e stravinto, insignificante pur avendo cambiato il Paese. È stato un orrore politico, che si è consumato da solo. Ha persino capito di avere prodotto un altro orrore, peggiore di lui.

Caro Merlo, a cosa serve un film, se non a suscitare un’emozione e una riflessione? Non tanto all’occhio professionale, ma a quello dello spettatore comune che, quasi a sorpresa, si ritrova avvicinato e coinvolto. Il severo giudizio professionale del lettore Carlo Alberto Pinelli, ci racconta di un brutto film che però alla fine è riuscito a commuoverlo “contro la sua volontà”. È l’essenza del cinema. Lei, invece, sostiene di “non aver pianto”. Perché?

Fabio Benassi -Parma

Perché conosco il valore delle lacrime.

Leggi i commenti