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Rai, la barretta rossa dell’oscenità. Lollo, quella scemenza non era male

Il ministro dell'Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida (fotogramma)
Posta e risposta di domenica 19 maggio 2024
2 minuti di lettura

Caro Merlo, durante il film sul caso Braibanti, “Il signore delle formiche”, sotto il logo Rai3 c’era la barretta rossa a segnalare che la visione era adatta ad un pubblico adulto. Non so se ha visto il film (magistrali Lo Cascio e Germano), ma io faccio fatica a ricordare una sola scena con un bacio. Nel giorno della lotta contro l’omofobia, quella barretta rossa era davvero l’unica oscenità.

Edoardo Brusaporci — Roma

Proponiamo la barretta rossa dell’oscenità accanto al logo di Porta a Porta.

Caro Merlo, davvero si può trattare con i terroristi di Hamas che hanno fatto il 7 ottobre e non con Putin? Perché dopo due anni di guerra vedo solo sofferenze per il popolo ucraino, senza spiragli di pace. Perché nessuno parla con Putin?

Riccardo Capanna — Roma

Si fa ma non si dice. E ora qualche speranza viene dalla Cina (pensi a come siamo ridotti).

Caro Merlo, il ministro Lollobrigida ha dichiarato che «una cena ben organizzata», magari con prodotti italiani, avrebbe evitato chissà quante…

Caro Merlo, durante il film sul caso Braibanti, “Il signore delle formiche”, sotto il logo Rai3 c’era la barretta rossa a segnalare che la visione era adatta ad un pubblico adulto. Non so se ha visto il film (magistrali Lo Cascio e Germano), ma io faccio fatica a ricordare una sola scena con un bacio. Nel giorno della lotta contro l’omofobia, quella barretta rossa era davvero l’unica oscenità.

Edoardo Brusaporci — Roma

Proponiamo la barretta rossa dell’oscenità accanto al logo di Porta a Porta.

Caro Merlo, davvero si può trattare con i terroristi di Hamas che hanno fatto il 7 ottobre e non con Putin? Perché dopo due anni di guerra vedo solo sofferenze per il popolo ucraino, senza spiragli di pace. Perché nessuno parla con Putin?

Riccardo Capanna — Roma

Si fa ma non si dice. E ora qualche speranza viene dalla Cina (pensi a come siamo ridotti).

Caro Merlo, il ministro Lollobrigida ha dichiarato che «una cena ben organizzata», magari con prodotti italiani, avrebbe evitato chissà quante guerre. Forse è il caso di suggerirgli di guardare “La cena delle beffe” di Alessandro Blasetti. O ci ha già pensato il notoriamente acculturato ministro Sangiuliano?

Nicola Narciso — Giovinazzo (Bari)

Sul povero Lollo trattengo l’ironia, perché è ormai troppo facile; e poi l’idea che a tarallucci e vino finiscano anche droni e bombe atomiche è la bonaria scemenza della commedia all’italiana, molto migliore di “mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Due parole merita invece La cena delle beffe, che è del 1942. Blasetti, che era bravo pur essendo fascista senza alcuna vergogna, adattò per il cinema il drammone teatrale di Sem Benelli, un epigono di D’Annunzio, allora molto popolare. (Carmelo Bene lo riprese in teatro, ovviamente con la sua arte di trasfigurazione). Il film non regge il tempo ed è inguardabile se non con l’occhio della storia. Vale infatti la pena di rivederlo per le tre cose che lo resero famoso. La bellissima Clara Calamai mostrò il primo seno nudo del cinema provocando l’ira del Vaticano, ma anche l’invidia di Doris Duranti che, amante sia del ministro Pavolini sia del direttore di Cinecittà Fontana, ottenne anche lei il privilegio di esibire il suo bel seno di regime: la chiamarono “la battaglia dei seni”. Amedeo Nazzari pronunziò con l’accento sardo la battuta «e chi non beve con me, peste lo colga!». Sbocciò l’amore tra Luisa Ferida e Osvaldo Valenti che poi aderiranno alla Repubblica di Salò e, accusati di aver torturato i partigiani a Villa Triste a Milano, saranno fucilati il 30 aprile 1945. Lei aveva 31 anni e lui 39. La loro storia ispirò un’abbondante letteratura romantica e fumettistica e nel 2008 Rai1 trasmise in due puntate il film Sanguepazzo di Marco Tullio Giordana con Luca Zingaretti, Monica Bellucci e Alessio Boni. Dopo la guerra, Blasetti si riciclò subito a sinistra, compiendo con un solo salto quello che Ruggero Zangrandi chiamò Il lungo viaggio, che è un libro che invece resiste al tempo e che sarebbe bene (ri)leggere.

Caro Merlo, “e poi mi taccio” meriterebbe la fucilazione (di chi lo dice), altro che ghigliottina.

Antonio Padellaro

L’abuso è insopportabile proprio perché “e poi mi taccio”, intransitivo pronominale, vanta una nobilissima letteratura, che comprende Dante e Petrarca. Anche il significato si è degradato al punto da mutarsi nel suo contrario: “trattenete il fiato, il mio sproloquio continua”.


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