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Genocidio, istruzioni per l’uso. Genova tra “ubago” e “aprico”

Khan Younis, Gaza, 22 maggio (reuters)
Posta e risposta di giovedì 23 maggio 2024
2 minuti di lettura

Caro Merlo, Liliana Segre ha detto che è «una bestemmia» accusare Israele di «genocidio», ma chi misura la soglia di violenza oltre la quale si arriva al genocidio? Non bastano i 35 mila morti di Gaza, tra i quali 15 mila bambini? Davvero esiste una differenza? O c’è il copyright della parola genocidio?

Miriam Zoli — Ravenna

Nel 1944 a Norimberga il giurista ebreo Raphael Lemkin diede forma giuridica e nome — genocidio — al crimine nuovo, unico, che il nazismo aveva commesso: l’eliminazione sistematica di tutti gli ebrei dalla faccia della terra, lo sterminio di ogni individuo ebreo, non importa di quale nazionalità o fede politica o classe sociale, la loro espulsione dall’umanità e dai codici della sua civiltà, l’annullamento dei loro valori e anche dei loro documenti culturali, la cancellazione persino delle loro tracce in una “soluzione finale”. L’uso corretto della parola genocidio, anche davanti a una politica di massacri e violazioni dei diritti umani, è dunque necessario, perch…

Caro Merlo, Liliana Segre ha detto che è «una bestemmia» accusare Israele di «genocidio», ma chi misura la soglia di violenza oltre la quale si arriva al genocidio? Non bastano i 35 mila morti di Gaza, tra i quali 15 mila bambini? Davvero esiste una differenza? O c’è il copyright della parola genocidio?

Miriam Zoli — Ravenna

Nel 1944 a Norimberga il giurista ebreo Raphael Lemkin diede forma giuridica e nome — genocidio — al crimine nuovo, unico, che il nazismo aveva commesso: l’eliminazione sistematica di tutti gli ebrei dalla faccia della terra, lo sterminio di ogni individuo ebreo, non importa di quale nazionalità o fede politica o classe sociale, la loro espulsione dall’umanità e dai codici della sua civiltà, l’annullamento dei loro valori e anche dei loro documenti culturali, la cancellazione persino delle loro tracce in una “soluzione finale”. L’uso corretto della parola genocidio, anche davanti a una politica di massacri e violazioni dei diritti umani, è dunque necessario, perché non si può banalizzare il male. Le guerre di conquista, le orribili stragi e le torture di civili nei territori occupati, le barbare crudeltà di cui è fatta la storia dell’umanità, sono tutte da condannare, da fermare, da punire come crimini, ma non sono genocidio, che rimane l’enormità della sistematica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso come servizio da rendere alla umanità per purificarla, al di là della guerra, al di sopra della storia, delle ideologie e degli interessi territoriali. Anche quando la guerra fu per loro perduta, i nazisti pensavano a sé stessi come agli autori benefici di una pulizia di cui il genere umano avrebbe portato loro gratitudine. C’è un romanzo di Thomas M. Disch, The Genocides (in Italia con il solito maltrattamento divenne Gomorra e dintorni) che racconta di un popolo extraterrestre che sceglie la Terra per coltivare una flora aliena e gigantesca. Per le loro magnifiche piante, l’essere umano è un insetto nocivo.

Caro Merlo, Toti sarà interrogato oggi e mi sembra offensivo verso i liguri che debba “confrontarsi coi suoi alleati” per decidere se dimettersi. Lui che ligure non è, cosa ha imparato in questi anni? Spero non solo il “mugugno” dei genovesi.

Piero Orrù

“D’int’ubagu — annotava Italo Calvino in dialetto genovese nei suoi appunti più confusi e dunque più opachi — dal fondo dell’ubago io scrivo ricostruendo la mappa di un aprico…”. Ogni cosa a Genova è fatta di ubago (opaco) e di aprico (luminoso), il buio e la luce, la terra e l’acqua, il nascosto e l’esposto, l’operosità e la corruzione, la colpevolezza e l’innocenza. Io non ci ho ancora capito niente.

Caro Merlo, ma Salvini l’ha fatto il militare? O il servizio civile?

Tiziano Panello

Come no, capitano, con il giubbotto della polizia e la felpa dei carabinieri.

Caro Merlo, l’orgia della sua ghigliottina comincia a fare spietata concorrenza a quella del Terrore. Ieri ha tagliato la testa agli autori del libretto della “Madama Butterfly”. Illica e Giacosa ghigliottinati: “un po’ per celia e un po’ per non morire”, terzo atto. E con loro, per rendere completa la cerimonia, anche Giacomo Puccini.

Rosario Pastore

È un bel piacere ripetere che l’origine nobile degli abusi lessicali non solo non li assolve, ma è un’aggravante. L’ironia della nostra ghigliottina serve a proteggere anche Illica, Giacosa e Puccini.


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