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Pescara e gli occhi di ghiaccio. Il komorebi di Piano a Bologna

Il parco Baden Powell di Pescara dove è stato ucciso Christopher Thomas Luciani, il 17enne di Rosciano ucciso con 25 coltellate domenica 23 giugno 2024

 (ansa)
Posta e risposta del 27 giugno 2024
2 minuti di lettura

Caro Merlo, in tv ripetono, tre volte al giorno, che i due minorenni assassini di Thomas “non hanno empatia” e “non dimostrano emozioni”. Ne abbiamo parlato in casa e ci sembra solo povertà di linguaggio.

Eva Marcelletti – Ancona

Sono gli stereotipi in cui si rifugia la cronaca nera: “la ferocia è bestiale”, gli assassini sono “mostri” che “non provano emozioni” e “hanno occhi di ghiaccio”. Un bagno al mare prova la loro “disumanità”. Infatti, una foto in spiaggia “mostrerebbe uno dei componenti del branco con il pugno sul petto in atteggiamento fiero”. Se sono benestanti è colpa della “Pescara bene”, se no c’è “la disperazione delle periferie”. Raccontare la cronaca nera è difficilissimo e mai bisognerebbe commentarla.

Caro Merlo, mentre si discute degli svarioni di Sangiuliano, torno a scriverle di Conte che maltrattava Elly Schlein per rubarle la leadership e poi, come dice Grillo, “ha preso da vivo meno voti di quanti ne ha presi Berlusconi da morto”.

Licia Mazzotta — Lecce

Il Ne…

Caro Merlo, in tv ripetono, tre volte al giorno, che i due minorenni assassini di Thomas “non hanno empatia” e “non dimostrano emozioni”. Ne abbiamo parlato in casa e ci sembra solo povertà di linguaggio.

Eva Marcelletti – Ancona

Sono gli stereotipi in cui si rifugia la cronaca nera: “la ferocia è bestiale”, gli assassini sono “mostri” che “non provano emozioni” e “hanno occhi di ghiaccio”. Un bagno al mare prova la loro “disumanità”. Infatti, una foto in spiaggia “mostrerebbe uno dei componenti del branco con il pugno sul petto in atteggiamento fiero”. Se sono benestanti è colpa della “Pescara bene”, se no c’è “la disperazione delle periferie”. Raccontare la cronaca nera è difficilissimo e mai bisognerebbe commentarla.

Caro Merlo, mentre si discute degli svarioni di Sangiuliano, torno a scriverle di Conte che maltrattava Elly Schlein per rubarle la leadership e poi, come dice Grillo, “ha preso da vivo meno voti di quanti ne ha presi Berlusconi da morto”.

Licia Mazzotta — Lecce

Il New York Times e poi “politico.eu” svelarono la quasità del curriculum do Conte con i turistici passaggi nelle biblioteche americane spacciati per visiting professorship, e con i titoli giuridici ottenuti in sedi prestigiose, come l’International Kultur Institut di Vienna che era, però, una scuola di tedesco. Nel primo discorso da presidente del Consiglio dimostrò di non sapere nulla di Piersanti Mattarella, né il nome e neppure che era fratello del presidente: “Un suo congiunto, adesso non ricordo esattamente”. E via con la lingua quasica: “la prego, non indulgi”, “si rimbocchino le mani”, “il discorso di Benito Mussolini, all’indomani del delitto Andreotti”, “l’humus per avere una stella polare”, “interlocuzione”, “pretermesso”, il “tono dialogico”, “la caducazione”, “la soggettivizzazione del conflitto” e “come diceva Albert Astain”, chi? “Albert Astain”. “Salvo intese”.

Caro Merlo, “komorebi” è la cosa più bella che ho letto ultimamente. Grazie a Renzo Piano e agli altri ultraottantenni che hanno messo in piedi l’hospice pediatrico di Bologna. Il miracolo non è la guarigione, ma il tempo donato e vissuto tra luci e ombre. Difficile dire se siano più importanti le une o le altre.

Luca Cardinalini - Marsciano (Perugia)

“Ko-mo-re-bi”, ha spiegato Renzo Piano, “è una parola giapponese che non esiste in italiano e neppure in inglese, e da sola ha il significato di una frase: descrive la luce che filtra e gocciola dagli alberi. Non solo quel che vedi, ma anche la sensazione che provi quando ci passi in mezzo, in sospensione tra la luce e l’ombra che ti danzano attorno. Se i pittori e i fotografi riescono a catturare le sensazioni del komorebi, forse anche l’architettura può riuscirci e offrile a un bambino malato”. Non parlo il giapponese ma a Hiroshima scoprii un’altra parola, Hibakusha, che si traduce con la seguente lunghissima frase del premio Nobel Kenzabur? ?e: “Hibakusha sono coloro che non morirono, ma furono esposti alle conseguenze della bomba, non necessariamente fisiche, e non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo”.

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