Caro Merlo, lei ha definito “archeologia” la mia citazione di Frantz Fanon a proposito della nomina di Koyo Kouoh alla Biennale d’arte fatta da Pietrangelo Buttafuoco. Grazie per il regalo. Quattro anni fa si intitolava a un testo di Giorgio Agamben il padiglione italiano della Biennale. Agamben ha scritto che chi vuole essere contemporaneo deve fare archeologia. Dunque lei mi ha fatto un grande complimento! Questi anglosassoni decoloniali si riempiono la testa, la bocca e le mani di categorie di cui non dico un’archeologia, ma un giro sulla pagina di Wikipedia magari non farebbe male.
Giacomo Mercuriali — Milano
“Anglosassoni decoloniali” non si adatta a me e, meno che mai, per dirla con Lucio Battisti, a “quel gran genio del mio amico” Buttafuoco. Con chi ce l’ha? Ho capito, anche dalle reazioni dei social alla sua lettera, che lei è un giovane artista. E dunque sull’archeologia ha ragione. Credere in cose che non si conoscono è la sindrome dell’archeologo, lo stato epistemologic…
Caro Merlo, lei ha definito “archeologia” la mia citazione di Frantz Fanon a proposito della nomina di Koyo Kouoh alla Biennale d’arte fatta da Pietrangelo Buttafuoco. Grazie per il regalo. Quattro anni fa si intitolava a un testo di Giorgio Agamben il padiglione italiano della Biennale. Agamben ha scritto che chi vuole essere contemporaneo deve fare archeologia. Dunque lei mi ha fatto un grande complimento! Questi anglosassoni decoloniali si riempiono la testa, la bocca e le mani di categorie di cui non dico un’archeologia, ma un giro sulla pagina di Wikipedia magari non farebbe male.
Giacomo Mercuriali — Milano
“Anglosassoni decoloniali” non si adatta a me e, meno che mai, per dirla con Lucio Battisti, a “quel gran genio del mio amico” Buttafuoco. Con chi ce l’ha? Ho capito, anche dalle reazioni dei social alla sua lettera, che lei è un giovane artista. E dunque sull’archeologia ha ragione. Credere in cose che non si conoscono è la sindrome dell’archeologo, lo stato epistemologico di chi vive accerchiato dai misteri del passato. Archeologia significa scavare come la vecchia talpa di Marx e come faceva Freud, che dal racconto di Wilhelm Jensen su un bassorilievo pompeiano (la Gradiva) ricavò la sua teoria sul delirio. Anche la coscienza, come Pompei, è ricca di vestigia sepolte.
Caro Merlo, Enzo Trantino non è più tra noi. Galantuomo d’altri tempi e uomo di Stato, alle elezioni comunali di Catania del 1993 rischiò di arrivare al ballottaggio pur militando in un partito allora escluso dalle responsabilità di governo. Militò a destra dopo una lunga esperienza monarchica senza rinnegare le sue idee. Oggi assistiamo alla partitocrazia liquida in cui quasi tutti hanno militato quasi ovunque. È la conferma della quasità che ci opprime.
Andrea Giuseppe Cerra — Linguaglossa (Catania)
Molti anni fa, Pippo Fava, lo scrittore catanese di cui da giovane l’avvocato Trantino era stato collega giornalista al Giornale di Sicilia, scrisse di lui: “È puro e trasparente come acqua di fonte, è onesto e solenne. Persino la vanità in lui è virtù meridionale, ma questa virtù è così rischiosa che potrebbe un giorno renderlo vano”. Si riferiva, credo, al pericolo di perdersi nella retorica forense, che riempiva la piazza ai comizi e commuoveva i carabinieri durante le arringhe, forse perché gli vibrava anche il pizzetto alla Kit Carson, l’amico di Tex, che lui preferiva dedicare alla monarchia savoiarda e all’ardimento di Italo Balbo, il vero antagonista di Mussolini. In quel terremoto continuo che è il Sud, la retorica forense è spesso sofistica, che è la tecnica di tenere ferme le realtà in movimento, è il diritto delle cose storte. Sicuramente Trantino incarnava un’antropologia in via di estinzione, quella del galantuomo di destra meridionale che, persino negli anni bui del “fascista, carogna / ritorna nella fogna”, gli garantiva, anche da parte di noi ragazzi di sinistra, sempre e comunque benevolenza, quasi avesse un posto riservato nella civiltà.