Caro Francesco, ci ha lasciato Maria Papola Parisse, “la nonna del terremoto” dell’Aquila. A Onna, dove abitava, Maria perse il marito, i due nipoti, tutti i vicini, la casa. Sepolta fino alla testa, liberata alle quattro del mattino scavando con le mani, fu legata su due tavole e caricata da un’ambulanza. Recuperata in mezzo ai feriti senza nome sul prato dell’ospedale dell’Aquila, disse al figlio Giustino (il padre dei due nipoti sepolti vivi): «Giustì, rimettetevi in piedi. Bisogna tornare a vivere!». Lo diceva una che a 10 anni, portata via da una vicina, si era salvata dal rastrellamento dei nazisti per la strage di Onna. Stava per compiere 91 anni: di questa generazione abbiamo perso lo stampo.
Luca Telese
L’indimenticabile nonna Maria diede la carica a tutti, perché è così la catastrofe, uccide ma riaccende la vita. Distrugge e mette sottosopra anche la scienza, la religione e le classi sociali, ma dà alla sofferenza dignità di poesia. Nell’estetica e nell’etica della tragedi…
Caro Francesco, ci ha lasciato Maria Papola Parisse, “la nonna del terremoto” dell’Aquila. A Onna, dove abitava, Maria perse il marito, i due nipoti, tutti i vicini, la casa. Sepolta fino alla testa, liberata alle quattro del mattino scavando con le mani, fu legata su due tavole e caricata da un’ambulanza. Recuperata in mezzo ai feriti senza nome sul prato dell’ospedale dell’Aquila, disse al figlio Giustino (il padre dei due nipoti sepolti vivi): «Giustì, rimettetevi in piedi. Bisogna tornare a vivere!». Lo diceva una che a 10 anni, portata via da una vicina, si era salvata dal rastrellamento dei nazisti per la strage di Onna. Stava per compiere 91 anni: di questa generazione abbiamo perso lo stampo.
Luca Telese
L’indimenticabile nonna Maria diede la carica a tutti, perché è così la catastrofe, uccide ma riaccende la vita. Distrugge e mette sottosopra anche la scienza, la religione e le classi sociali, ma dà alla sofferenza dignità di poesia. Nell’estetica e nell’etica della tragedia — “l’opera d’arte totale” disse Stockhausen a proposito dell’11 settembre — l’amore diventa un bene rifugio. E alla fine del mondo le nonne Maria fanno ripartire il mondo. Così, tra generosità e molti sciacallaggi, a 16 anni dal terremoto, L’Aquila è sì ricostruita, ma “all’italiana”, un po’ new town sul modello di Gibellina e un po’ “com’era dov’era” sul modello del Friuli. Il risultato sono le periferie di Berlusconi e, in centro, un mix di fiammanti restauri e di ruderi transennati (e pub). Per sempre ferita, L’Aquila non racconta solo l’amore di Maria. Città irrisolta, cantiere senza fine, racconta l’Italia che dopo tanti terremoti non sa affrontare i terremoti.
Caro Merlo, che si raggirino anche i grandi imprenditori non deve stupire. La leva è sempre la loro debolezza, che fa perdere la ragione: i nobili sentimenti per le persone fragili, la bramosia di ingraziarsi il potere per gli altri.
Renato Mongiat — Besnate (Varese)
Sembra una di quelle favole di Andersen dove il gabbato, dopo essere stato deriso, nella morale finale viene lodato. Diciamo la verità, per una volta la ricchezza di Massimo Moratti accresce la simpatia del truffato di buon cuore.
Caro Merlo, vogliamo negare proprio ai patrioti il diritto di concedere ius sanguinis accesso al consiglio della Scala o del Piccolo?
Carmine Meoli — Cautano (Benevento)
Si devono al “pasticcio famiglia” le carriere delle vedove e degli orfani: sono parlamentari i parenti delle vittime. Alla stessa persona una volta non si perdona di essere troppo “figlio di” e un’altra di non esserlo abbastanza. Il codice è vagamente sciita, da prefisso “bin”: bin-Berlusconi, bin La Russa ma anche bin Tognazzi e bin Gassman. E però in Italia la famiglia è il valore prezioso che sta alla base di ogni comunità. Insomma non c’è solo il familismo amorale, ci sono figlie e figli che dal cognome vengono schiacciati. Onestamente e senza ironia, penso che se Barbara Berlusconi e Geronimo La Russa avessero avuto le qualità giuste per la Scala e per il Piccolo, non avrebbero accettato le nomine.