Caro Merlo, sono la professoressa Fiorenza Leucci, della scuola media “Marzabotto-Virgilio” di Brindisi. Ho letto in classe la testimonianza su Gaza del medico Kholoud Jarada (Repubblica, 5 ottobre) e i ragazzi, turbati dall’ingiustizia subita dalla giovane dottoressa, le hanno indirizzato una lettera: “Le tue parole — scrivono a Kholoud — ci hanno catapultato in un mondo che non vorremmo mai che fosse reale, eppure in un altro angolo della Terra esiste. La tua città si è trasformata in un mucchio di macerie, e ne sono responsabili uomini e donne come te. Devi abbandonare i luoghi dove sei nata e immaginiamo che sia molto brutto andarsene da dove si è cresciute. Anche se ti siamo vicini, non possiamo capire veramente cosa provi. Perché non c’è pace? Perché lo hanno fatto? La definizione di umano coincide con egoismo ma ti vogliamo regalare un’altra parola: speranza. Devi sempre sperare anche nei momenti più brutti e tristi, anche quando la disperazione ha esaurito lacrime e futuro”.
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Caro Merlo, sono la professoressa Fiorenza Leucci, della scuola media “Marzabotto-Virgilio” di Brindisi. Ho letto in classe la testimonianza su Gaza del medico Kholoud Jarada (Repubblica, 5 ottobre) e i ragazzi, turbati dall’ingiustizia subita dalla giovane dottoressa, le hanno indirizzato una lettera: “Le tue parole — scrivono a Kholoud — ci hanno catapultato in un mondo che non vorremmo mai che fosse reale, eppure in un altro angolo della Terra esiste. La tua città si è trasformata in un mucchio di macerie, e ne sono responsabili uomini e donne come te. Devi abbandonare i luoghi dove sei nata e immaginiamo che sia molto brutto andarsene da dove si è cresciute. Anche se ti siamo vicini, non possiamo capire veramente cosa provi. Perché non c’è pace? Perché lo hanno fatto? La definizione di umano coincide con egoismo ma ti vogliamo regalare un’altra parola: speranza. Devi sempre sperare anche nei momenti più brutti e tristi, anche quando la disperazione ha esaurito lacrime e futuro”.
Prof Fiorenza Leucci e i ragazzi della 2D, Scuola media Marzabotto-Virgilio (Brindisi)
Cara prof Leucci, cercherò di trasmettere a Kholoud Jarada le emozioni dei suoi ragazzi, che sono almeno dodicenni; non più bambini dunque, ma già adolescenti. La lettura di Repubblica è un magnifico strumento didattico non solo per suscitare le emozioni ma anche per capire la storia e dunque per governarle.
Caro Merlo, domenica la squadra spagnola del Betis Siviglia ha fatto accompagnare l’ingresso dei calciatori non dai soliti bambini (che salutano e fanno cuoricini con le mani, come i grandi) ma dagli ex calciatori e dagli abbonati più anziani: “De padre a hijos”, dal padre ai figli. Con le stampelle, i capelli bianchi o senza, le rughe e i sorrisi. Da pelle d’oca.
Luca Cardinalini, Marsciano (Perugia)
Approvo l’idea del Betis Siviglia di sostituire i più piccoli con i più grandi. Non mi piace mai l’uso dei bambini, trovo per esempio orribile che li intruppino, come hanno fatto in questi giorni, nelle manifestazioni dietro striscioni e slogan politici, anche i più idealisti, anche i più condivisibili. Capisco che è facile il paragone con l’uso dei bambini nei totalitarismi, i figli della lupa e gli avanguardisti della ventisettesima legione che salutavano il duce intonando Giovinezza, oppure “i battaglioni della speranza”, ragazzini dai 12 ai 14 anni che cantavano nelle parate dell’Est europeo. Anche senza la manipolazione sordida dei regimi, trovo riprovevole già la paideia, il tentativo di ridurre i bambini a protesi ornamentale. Nello sport, poi, il tifo è sempre totalitarismo. E la formazione dei giovanissimi al tifo è sospensione del ragionamento per i colori di un club, per una squadra di calcio. Nei vecchi invece il calore dell’urlo, la forza della bandiera e le divisioni in tribù sono mitigate dall’ironia delle dentiere, dalla testa calva o canuta, dalla decadenza fisica come destino comune anche degli atleti.
Caro Merlo, so che lei non ama la tv, ma tra Telese e Capezzone con chi sta? E non mi dica che sceglie la terza via.
Gianluigi Marone, Ravenna
Sto con Telese. E non c’è un perché, ma un per come.