Caro Merlo, il presidente Mattarella ha ricevuto i pallavolisti e le pallavoliste vincitori del campionato del mondo di volley. Incontro cordiale; ma che, per rispetto del luogo e della persona del capo dello Stato, richiede pur sempre un comportamento e un abbigliamento consoni. Gli atleti indossavano una maglietta del tipo di quella che usano nei campi di gioco. In evidenza, sul davanti, il logo di un’azienda che evidentemente finanzia la pallavolo. Sport, soldi e pubblicità rappresentano, ahimè, un intreccio non di oggi. Ma farne esibizione al Quirinale è ben altra cosa. Qualche più che zelante dirigente dello sport — di ben poco gusto — ha avuto questa meschina pensata. Che pena.
Mario Benetton, Treviso
Oggi gli sponsor comprano pure il nome degli stadi, per esempio a Udine, a Bergamo, a Torino… e le magliette sembrano Carosello. In campo non è uno scandalo perché la pubblicità non è il demonio del capitalismo e “arricchisce” anche lo sport. Al contrario, fuori dal campo, quella s…
Caro Merlo, il presidente Mattarella ha ricevuto i pallavolisti e le pallavoliste vincitori del campionato del mondo di volley. Incontro cordiale; ma che, per rispetto del luogo e della persona del capo dello Stato, richiede pur sempre un comportamento e un abbigliamento consoni. Gli atleti indossavano una maglietta del tipo di quella che usano nei campi di gioco. In evidenza, sul davanti, il logo di un’azienda che evidentemente finanzia la pallavolo. Sport, soldi e pubblicità rappresentano, ahimè, un intreccio non di oggi. Ma farne esibizione al Quirinale è ben altra cosa. Qualche più che zelante dirigente dello sport — di ben poco gusto — ha avuto questa meschina pensata. Che pena.
Mario Benetton, Treviso
Oggi gli sponsor comprano pure il nome degli stadi, per esempio a Udine, a Bergamo, a Torino… e le magliette sembrano Carosello. In campo non è uno scandalo perché la pubblicità non è il demonio del capitalismo e “arricchisce” anche lo sport. Al contrario, fuori dal campo, quella stessa pubblicità non solo diventa invasiva, ma ha, in genere, un effetto trash. E infatti al ristorante, al cinema o al teatro i campioni dello sport non indossano certo la divisa di gara che, senza quei bruttissimi marchi, ormai non è più divisa. E al Quirinale? Chiunque è inviato al Quirinale pensa subito: “come mi vesto”? Persino Beppe Grillo, ai tempi sciamannati del vaffa, si presentò in giacca e cravatta. Escludo che le aziende abbiano pagato un supplemento, ma è vero che, mandando gli atleti al Quirinale con la divisa di gara, i dirigenti della pallavolo e dello sport italiano sapevano e volevano fare pubblicità nel luogo meno adatto e dunque più visibile e più efficace.
Caro Merlo, in realtà Eduardo non se ne fuì da Napoli perché vi tornava spesso occupandosi anche del sociale (per esempio i giovani detenuti di Nisida). In quanto al viverci, però, già negli anni Settanta aveva scelto Roma — anzi perlopiù Velletri — dove risiedeva insieme alla moglie Isabella Quarantotti.
Corrado Mastrorilli, Napoli
Eppure altri lettori — Elisa Maruzza, Angelo Occhipinti, Marcella Mogavero — hanno capito che, come tutti i napoletani, mia madre, che a Napoli non ci viveva, interpretava il famoso «fuitevenne» di Eduardo come l’impossibilità di liberarsi di Napoli, e come, ripeto, «la prova alla quale ti sottopone Napoli». E Francesco Limite rafforza questa idea di Napoli come prigione d’amore, ricordandoci due napoletanismi altrettanto famosi: il «portami a Napoli» di Totò in punto di morte, e soprattutto il «chi è nato a Napule, ce vo’ murì».
Caro Merlo, mi hanno stupito i commenti che, sia pure con il sorriso, prendevano sul serio l’aspirazione di Trump al Nobel: “e se glielo danno, e se non glielo danno…”. Solo noi italiani ci abbiamo creduto?
Arturo Lainò, Ferrara
Nessuno ci ha creduto, neppure i suoi ammiratori italiani che fingevano di crederci. Il solo che ha preso sul serio la candidatura di Trump è stato Trump, che per sé vorrebbe anche l’Oscar, il Pulitzer, il Leone alla carriera, il pallone d’oro. Rifiuterebbe solo lo Strega.