Caro Merlo, in una recente intervista a “The Economist” Andrey Melnichenko, il Paperon de’ Paperoni russo, produttore di fertilizzanti nonché enfant prodige che a 30 anni ha fondato “la migliore banca russa”, per la prima volta riconosce pubblicamente che il suo paese andrà incontro a una disfatta economica se continuerà a incrementare le spese militari a scapito dell’economia civile. Su questa strada il declino/collasso della nazione più estesa del mondo sarà inevitabile, dice l’oligarca. Finalmente si è rotta la cortina del silenzio: ritieni che Melnichenko possa far breccia sulle decisioni dello zar oppure è destinato a rimanere una voce inascoltata nel deserto democratico russo e che corra pure gravi rischi personali?
Mirella Serri
Cinquanta righe di grande giornalismo accompagnano la lunga, e alla fine strampalata intervista di Andrey Melnichenko, che non critica mai Putin e neppure l’aggressione all’Ucraina, non invoca la democrazia e mai si pone come un dissidente, anzi vuole c…
Caro Merlo, in una recente intervista a “The Economist” Andrey Melnichenko, il Paperon de’ Paperoni russo, produttore di fertilizzanti nonché enfant prodige che a 30 anni ha fondato “la migliore banca russa”, per la prima volta riconosce pubblicamente che il suo paese andrà incontro a una disfatta economica se continuerà a incrementare le spese militari a scapito dell’economia civile. Su questa strada il declino/collasso della nazione più estesa del mondo sarà inevitabile, dice l’oligarca. Finalmente si è rotta la cortina del silenzio: ritieni che Melnichenko possa far breccia sulle decisioni dello zar oppure è destinato a rimanere una voce inascoltata nel deserto democratico russo e che corra pure gravi rischi personali?
Mirella Serri
Cinquanta righe di grande giornalismo accompagnano la lunga, e alla fine strampalata intervista di Andrey Melnichenko, che non critica mai Putin e neppure l’aggressione all’Ucraina, non invoca la democrazia e mai si pone come un dissidente, anzi vuole costruire stabilità e consenso, E però le cinquanta righe, scritte da Arkady Ostrovsky, l’editor per la Russia, che ha parlato con Melnichenko per 60 ore, si aprono con i 5 minuti di racconto dell’incontro dello stesso Melnichenko con Putin. Melnichenko, che dice di essersi preparato con 8 giorni di digiuno purificatore, nel maggio dello scorso anno venne ricevuto, per la prima volta da solo, a mezzanotte, da Putin al Cremlino. “Perché sei venuto a trovarmi?”, “che cosa vuoi da me?”, “vieni più vicino, Andrey”. E Andrey: “Non sono qui per chiedere favori, ma perché sono preoccupato per la Russia…”. Il senso generale è che Andrey si offre a Putin e alla Russia, ne interpreta l’infelicità, vuole fare politica: “lo Stato ha bisogno di noi”. Mancano le reazioni di Putin, e Melnichenko resta vago su cosa voglia fare concretamente. Ecco il titolo dell’Economist: “The man who would change Russia”.
Caro Merlo, oh mamma, dopo il mini triathlon di Vannacci a Sanremo, non si potrà più nominare lo sport nella rubrica delle lettere di Repubblica, conoscendo i suoi lettori !
Attilia Giuliani
I lettori di Repubblica, tra i quali lei non è una novizia, amano lo sport e perciò ridono delle prodezze e delle pagliacciate organizzate non da un ufficiale gentiluomo, ma da un uomo di caserma che sempre più somiglia a Starace.
Caro Merlo, forse è stato un bene che l’Italia non si sia qualificata ai mondiali: ci siamo risparmiati settimane di retorica patriottica e di trionfalismi, ai quali si sarebbe probabilmente accodata Giorgia Meloni, trasformando ogni vittoria in autocelebrazione nazionale.
Rosa Aliotta
Anche ai tempi di Draghi c’era chi tifava contro l’Italia perché non gli piaceva Draghi. Si può fare sport senza fare politica? Nel 1938, Mussolini ordinò alla squadra di Vittorio Pozzo di scendere in campo a Parigi contro la Francia con un completo nero e il fascio littorio sul petto. Il Popolo d’Italia celebrò “una vittoria (3-1) in territorio ostile”. Ma Pozzo scrisse sulla Gazzetta: “Non sapeva, quella brava gente che ci fischiava, che noi facevamo dello sport e non della politica”. Alla fine, sotto sotto, tutti sappiamo che Vittorio Pozzo aveva e ha ragione.