Due giornalisti, diversamente celebri, sono scomparsi la scorsa settimana.
Il primo, Alberto Ronchey, già direttore della Voce Repubblicana e della Stampa, quindi editorialista del Corriere della Sera e di Repubblica, ministro dei Beni Culturali e presidente di Rc, era probabilmente il giornalista più lontano dal gioco con le parole d'Italia. Malgrado il suo conio di espressioni tecniche di vasta fortuna, come "il Fattore K" e la "lottizzazione", era noto per la severità della sua sintassi e lo scrupolo della sua documentazione. Anche le sue generalità non sembrano prestarsi al gioco, con quella ipsilon finale che inibisce la creatività. Suoi anagrammi: Alberto Ronchey : che Byron altero! e (direttamente in inglese): Byron: the Oracle.
Il secondo, Tonino Carino, era al contrario un grande esponente del giornalismo "funiculì-funiculà" che ha caratterizzato un'indimenticata stagione di Novantesimo Minuto. Come ha poi raccontato Antonio Dipollina, di calcio gli importava e ne capiva poco, ma nei suoi collegamenti di fine partita appariva come il più accanito dei tifosi dell'Ascoli. Il suo nome-e-cognome è già un gioco di parole, una rima. Anagramma: Tonino Carino : intonano cori.