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Per intenditori

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Mi rendo conto che il contenuto della rubrica appassionerà un limitato gruppo di appassionati, ma mi sarebbe parso egoistico tenermelo per me. Dalla Columbia University, Achille Varzi (di cui potete leggere il recentissimo Il mondo messo a fuoco, Laterza) affronta il paradosso dell'aibofobia con gli strumenti della logica.
    
Ecco quanto mi scrive:


In  effetti l'argomentazione ha la forma:

Se non c'è aibofobia, allora c'è aibofobia. Quindi c'è aibofobia.

e questo è proprio un bell'esempio di consequentia mirabilis. Se ti  
interessa, ecco una breve spiegazione.

Nella logica classica, o meglio nella semantica della logica classica, un condizionale della forma "Se P allora Q" è falso se e solo se l'antecedente P è vero e il conseguente Q è falso. Quindi, un condizionale è vero negli altri tre casi possibili:

    1. quando l'antecedente è vero e il conseguente è vero;
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Mi rendo conto che il contenuto della rubrica appassionerà un limitato gruppo di appassionati, ma mi sarebbe parso egoistico tenermelo per me. Dalla Columbia University, Achille Varzi (di cui potete leggere il recentissimo Il mondo messo a fuoco, Laterza) affronta il paradosso dell'aibofobia con gli strumenti della logica.
    
Ecco quanto mi scrive:


In  effetti l'argomentazione ha la forma:

Se non c'è aibofobia, allora c'è aibofobia. Quindi c'è aibofobia.

e questo è proprio un bell'esempio di consequentia mirabilis. Se ti  
interessa, ecco una breve spiegazione.

Nella logica classica, o meglio nella semantica della logica classica, un condizionale della forma "Se P allora Q" è falso se e solo se l'antecedente P è vero e il conseguente Q è falso. Quindi, un condizionale è vero negli altri tre casi possibili:

    1. quando l'antecedente è vero e il conseguente è vero;
    2. quando l'antecedente è falso e il conseguente è vero;
    3. quando l'antecedente è falso e il conseguente è falso.

Ora, nel condizionale "Se non c'è aibofobia, allora c'è aibofobia",  l'antecedente P è la negazione del conseguente Q. In altre parole, il condizionale ha la forma "Se non-A, allora A" (dove A è "C'è aibofobia"). Siccome una negazione ha sempre il valore opposto dell'asserto negato, i casi 1 e 3 non possono aver luogo. Quindi il  
condizionale in questione può essere vero soltanto nel caso 2, cioè soltanto nell'ipotesi in cui l'antecedente non-A sia falso e il conseguente A vero, il che equivale a dire che può essere vero soltanto nell'ipotesi in cui ci sia aibofobia. Pertanto, dalla premessa "Se non c'è aibofobia, allora c'è aibofobia" si può  validamente inferire la conclusione "C'è aibofobia".

Naturalmente, dinnanzi ad argomentazioni di questo tipo, la questione  interessante è se sia legittimo assumere la verità della premessa  (altrimenti l'argomentazione sarebbe valida ma infondata, come in  "Oggi è domenica. Quindi oggi non è venerdi") (Varzi scrive di venerdì, nota mia). E la storia di Zanichelli offre buoni motivi per pensare che nel caso in esame sia perfettamente legittimo...

Prorp!
Achille

PS Naturalmente, alla Zanichelli potrebbero sempre rispondere che la teoria classica dei condizionali è sbagliata, cioè che bisogna sposare una logica non classica...

Zanichelli, nella persona di Lorenzo Enriques, risponde invece applicando la logica editoriale: mi segnala un errore di battitura, per cui obofobo è diventato omofobo. Attendo messe al bando dalla Rai.