Cara Pinuccia Ferrari Dossena, sarà forse poco elegante parlare del libro che hai appena pubblicato, visto che il libro si adorna di una mia prefazione. Recenti e drammatici eventi mi suggeriscono però di mandare al diavolo l'eleganza. Il tuo libro si intitola "Su qui e su qua l'accento non va" (dettagli qui nella pagina, in Mind Games): in apparenza, una divertente divagazione sulle cose che si sono studiate a scuola sino a qualche tempo fa, diciamo sino a quando non si arrivava al liceo senza sapere che gli ovini NON sono gli animali a riproduzione ovipara.
Invece è un libro di drammatica attualità. Me ne sono accorto quando ho letto un articolo di Giuseppe Antonelli (sul domenicale del Sole-24 ore) a proposito del fatto che tra un po' dovremo scrivere "tra un pò", e non è neppure detto che se la caverà il fiume "Pò". Pò, pòpopo po' po: così si cantava quattro anni fa, senza sospettare che quattro anni dopo sarebbero arrivate le vuvuzelas.
In un mio libro recente i miei due giri di bozze sono consistiti perlopiù nel ripristinare il mio testo originario, perché (per esempio) tutti i "sé stesso" erano stati tramutati ope legis in "se stesso", secondo il malvezzo dominante. E' vero che "se stesso" è consentito, ma è paradossale che non sia consentito a me il "sé stesso" (che è la forma corretta).
L'esempio più spaventoso è avvenuto il giorno in cui la mia casella e.mail si è riempita di messaggi sbertuccianti da parte di lettori che mi notificavano che il "va'" imperativo è tollerato anche senza l'apostrofo di elisione, ma non è tollerato (almeno, non è tollerabile) con l'accento. In effetti era uscita una rubrica online in cui per due volte dicevo "và avanti" e "và via". Non ricordavo di averla scritta sotto l'effetto di stupefacenti, quindi sono andato a controllare il mio originale: avevo scritto "va'" entrambe le volte; qualcuno, o forse qualcosa, me lo avevano "corretto". Non sarà fuori luogo ricordare che il "va'" è l'imperativo del "Và pensiero", e anche quello di un'altra formula anche più popolare del coro verdiano. Ma a te, cara Pinuccia, vorrei chiedere di scrivere un altro libro: "Sul Po e sul Va l'accento non c'è. Mettetelo sul sé".
Invece è un libro di drammatica attualità. Me ne sono accorto quando ho letto un articolo di Giuseppe Antonelli (sul domenicale del Sole-24 ore) a proposito del fatto che tra un po' dovremo scrivere "tra un pò", e non è neppure detto che se la caverà il fiume "Pò". Pò, pòpopo po' po: così si cantava quattro anni fa, senza sospettare che quattro anni dopo sarebbero arrivate le vuvuzelas.
In un mio libro recente i miei due giri di bozze sono consistiti perlopiù nel ripristinare il mio testo originario, perché (per esempio) tutti i "sé stesso" erano stati tramutati ope legis in "se stesso", secondo il malvezzo dominante. E' vero che "se stesso" è consentito, ma è paradossale che non sia consentito a me il "sé stesso" (che è la forma corretta).
L'esempio più spaventoso è avvenuto il giorno in cui la mia casella e.mail si è riempita di messaggi sbertuccianti da parte di lettori che mi notificavano che il "va'" imperativo è tollerato anche senza l'apostrofo di elisione, ma non è tollerato (almeno, non è tollerabile) con l'accento. In effetti era uscita una rubrica online in cui per due volte dicevo "và avanti" e "và via". Non ricordavo di averla scritta sotto l'effetto di stupefacenti, quindi sono andato a controllare il mio originale: avevo scritto "va'" entrambe le volte; qualcuno, o forse qualcosa, me lo avevano "corretto". Non sarà fuori luogo ricordare che il "va'" è l'imperativo del "Và pensiero", e anche quello di un'altra formula anche più popolare del coro verdiano. Ma a te, cara Pinuccia, vorrei chiedere di scrivere un altro libro: "Sul Po e sul Va l'accento non c'è. Mettetelo sul sé".