Di rimanti mi parla il lettore Fabio Montermini, che al proposito ha molto da dirci:
1. Oltre ad essere una bella parola per tutti i motivi che elenchi, abaco ha anche la caratteristica di essere, insieme a fondaco e indaco e a qualche stranezza come epimaco, l'unica parola sdrucciola che finisce in -aco ad avere un plurale in -chi e non in -ci, a fronte di tutta la serie farmaco, monaco, sindaco, stomaco, etc. [nota mia: andarlo a spiegare alle ditte edìli i cui esponenti, almeno a Milano, oltre a chiamarsi regolarmente édili , parlano sempre di intonachi e di scarici ].
2. Il fatto che abaco non abbia rimanti non è sorprendentissimo. Nelle parole piane il numero di fonemi che seguono l'accento è ridotto (in genere, due), nelle parole sdrucciole è necessariamente più alto, riducendo così le probabilità che ci sia un'altra parola che presenta esattamente la stessa combinazione di fonemi. Magari un bravo matematico potrebbe anche costruire un algoritmo per calcolare le probabilità che una parola piana o sdrucciola abbia dei rimanti...
3. C'è un'altra serie di parole "bizzarre" in italiano. In genere, infatti, quando la penultima sillaba di una parola è chiusa (finisce per consonante), la parola è piana (contènto: ten). E' una regola quasi senza eccezioni. I manuali di fonologia ne elencano qualcuna, e personalmente sono riuscito a raccogliere quindici parole di questo tipo: otto toponimi (Agordo, Agosta, Lepanto, Levanto, Levanzo, Lipizza, Otranto, Taranto, più un nome di fiume, Ofanto), e cinque nomi comuni (acanto - per il quale i dizionari suggeriscono anche acànto - canederlo, finferlo, mandorla, polizza, a cui bisogna aggiungere, ovviamente, mandorlo). Tutte queste parole, logicamente, non hanno rimanti, tranne, se consideriamo i pronomi clitici, canederlo, che avrebbe crederlo, cederlo, etc., anche se nella mia varietà canederlo è pronunciato con una è aperta, e gli infiniti in questione con una é chiusa.
Beh, una bella lezione di fonologia italiana, non c'è che dire. Come ricambiare? Con l'anagramma del titolo:
Fabio Montermini = fonemi mo' rimanti
1. Oltre ad essere una bella parola per tutti i motivi che elenchi, abaco ha anche la caratteristica di essere, insieme a fondaco e indaco e a qualche stranezza come epimaco, l'unica parola sdrucciola che finisce in -aco ad avere un plurale in -chi e non in -ci, a fronte di tutta la serie farmaco, monaco, sindaco, stomaco, etc. [nota mia: andarlo a spiegare alle ditte edìli i cui esponenti, almeno a Milano, oltre a chiamarsi regolarmente édili , parlano sempre di intonachi e di scarici ].
2. Il fatto che abaco non abbia rimanti non è sorprendentissimo. Nelle parole piane il numero di fonemi che seguono l'accento è ridotto (in genere, due), nelle parole sdrucciole è necessariamente più alto, riducendo così le probabilità che ci sia un'altra parola che presenta esattamente la stessa combinazione di fonemi. Magari un bravo matematico potrebbe anche costruire un algoritmo per calcolare le probabilità che una parola piana o sdrucciola abbia dei rimanti...
3. C'è un'altra serie di parole "bizzarre" in italiano. In genere, infatti, quando la penultima sillaba di una parola è chiusa (finisce per consonante), la parola è piana (contènto: ten). E' una regola quasi senza eccezioni. I manuali di fonologia ne elencano qualcuna, e personalmente sono riuscito a raccogliere quindici parole di questo tipo: otto toponimi (Agordo, Agosta, Lepanto, Levanto, Levanzo, Lipizza, Otranto, Taranto, più un nome di fiume, Ofanto), e cinque nomi comuni (acanto - per il quale i dizionari suggeriscono anche acànto - canederlo, finferlo, mandorla, polizza, a cui bisogna aggiungere, ovviamente, mandorlo). Tutte queste parole, logicamente, non hanno rimanti, tranne, se consideriamo i pronomi clitici, canederlo, che avrebbe crederlo, cederlo, etc., anche se nella mia varietà canederlo è pronunciato con una è aperta, e gli infiniti in questione con una é chiusa.
Beh, una bella lezione di fonologia italiana, non c'è che dire. Come ricambiare? Con l'anagramma del titolo:
Fabio Montermini = fonemi mo' rimanti