Il lettore Paolo Fratta mi chiede spiegazioni su quanto scrivevo a proposito del titolo dell'ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti, Io e te. In un articolo per la rubrica Borsa Titoli, che esce nelle pagine Cult della Repubblica del sabato, mi rallegravo del fatto che il linguista Luca Serianni nel suo recente L'ora d'italiano (Laterza), ammettesse in certi casi l'uso di te come soggetto. Ecco la lettera di Fratta:
Sono rimasto perplesso circa la conclusione dove si attribuisce a Luca Serianni una sua sorta di autorizzazione ad utilizzare l'espressione "te" (che noi del Nord, oltre tutto, pronunciamo con una vocale vergognosamente aperta) come soggetto anziché come complemento.
Sono andato a rileggermi la frase in questione (fondo pagina 73 del saggio citato) ma non mi sembra affatto che il noto grammatico sia favorevole né conceda un tale utilizzo della forma "te". Posso concordare sul fatto che il Serianni giudichi piuttosto male le grammatiche attualmente in uso nelle scuole e che sia propenso a non assecondare un utilizzo esclusivamente o prioritariamente normativo della grammatica, ma mi permetto di presumere che non possa accettare un uso formale del "te" come soggetto.
Si immagina sentire "recitare" io sono, te sei ... oppure io ho, te hai ... senza farsi venire i capelli (ovviamente chi ancora li ha) dritti in testa ?
Le devo quindi chiedere il Suo autorevole aiuto perché nel mio liceo (sono il preside del liceo classico Carlo Alberto di Novara: ex allievo Oscar Luigi Scalfaro) ho preteso, con tutta la necessaria auto-ironia che tale verbo deve avere in un liceo, la messa al bando del "te" come soggetto. Capirà certamente che di fronte alla mia modesta pretesa il Suo parere, confortato per di più dalla presunta autorizzazione del Serianni, annienterebbe la mia già tenue credibilità linguistica.
Sia gentile e mi dia una mano: in fondo crediamo entrambi nel valore e nell'importanza della lingua nazionale e non possiamo prestare il fianco a cedimenti secessionistici.
Ho risposto così.
Caro Fratta , io mi riferivo più che altro alla pagina 72, punto 3, nella parentesi in cui Serianni dice, impeccabilmente, "*dillo a io è semplicemente agrammaticale; vacci te in luogo di vacci tu rappresenta invece una sequenza realmente esistente, ma fortemente marcata in diamesia, diafasia e diatopia".
Tanto basta (secondo me) per l'accettabilità di un titolo di romanzo; mi pare giusto che non basti, invece, per il grado di correttezza richiesto agli studenti del suo liceo. Quindi io mi sento in pace sia con lei sia con Ammaniti.
P. S.: la diamesia è la differenza dell'uso tra parlato e scritto; la diafasia è la differenza tra le diverse circostanze (per es., formale o informale); la diatopia è la differenza tra le diverse zone geografiche in cui si parla la stessa lingua.