Non ho ancora avuto modo di aggiungere alla collana dei giochi d'apostrofo un caso di errore molto comune, che ricordo di aver letto anche su grammatiche della lingua italiana.
Paolo Comunian mi scrive:
"Mio padre, come una buona parte della sua generazione, diceva "l'aradio". Come faccio a saperlo senza averlo visto scritto? Perché poi diceva "le aradio"".
Anche altri lettori mi hanno parlato di questo errore, che Mauro Bracali spiega così: "Forse era ovvio che, finendo per o, fosse ritenuta parola maschile: quindi aradio". Ancora Bracali, che è toscano: "Sentito anche dire, più raramente, "condisci l'attuga". E andando a scuola, dove si portava, in cartella, l'apisse per disegnare, se non n'ì lastuccio? Insieme all'a(g)uzzalapisse".
Chiude questa serie di tornate sugli apostrofi un ricordo autobiografico di Maurizio Siena:
"Quando ero giovane, non riuscii a trattenermi a far notare al marito di una certa Enza che, il più tardi possibile naturalmente, nell'eventualità che fosse il primo a dipartire, avrebbe avuto la "prece d'Enza". Comprensibilmente non ho destato però particolare simpatia".